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Università, Ferruccio Resta: "Gli incentivi del DL un primo contributo"

 
Le priorità del sistema universitario italiano, la necessità di recuperare competitività rispetto ai Paesi concorrenti, le potenzialità ma anche i tanti lacci e lacciuoli che hanno impedito e impediscono al sistema universitario di esprimersi al meglio nel dare il suo fondamentale contributo allo sviluppo del Paese. Ne parliamo con il Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui), Professor Ferruccio Resta, Magnifico Rettore del Politecnico di Milano.

Professor Resta, lei è stato eletto Presidente della Crui a febbraio 2020. Nel suo intervento di insediamento ha affermato: “In un momento di forte criticità e di grandi trasformazioni, all’università, così come alle istituzioni politiche, è richiesta una maggiore dose di responsabilità. È questo il momento di ribadire un’unità di intenti, fissare obiettivi ambiziosi e condivisi”. Può dettagliare alcuni di questi obiettivi ambiziosi? Che cosa sarebbe necessario fare prioritariamente?
"Innanzitutto, l’intervento al quale fa riferimento risale all’inizio dell’anno e sappiamo tutti cosa sia accaduto dopo. Il Covid-19 ha stravolto le nostre vite e se il 10 di febbraio la mia preoccupazione era rivolta all’instabilità politica e agli scarsi investimenti in ricerca e formazione, devo dire che oggi la prospettiva è cambiata. Il Decreto Rilancio ne è una dimostrazione. Dopo anni di generale distrazione, finalmente sono arrivati incentivi importanti per arruolare nuovi ricercatori, per il diritto allo studio, per la riduzione della contribuzione studentesca. Credo che la strada imboccata sia quella giusta. La partita si gioca ora in Europa, un’Europa che ha saputo mettere in campo misure che dobbiamo sfruttare al meglio per non perdere un’occasione storica di rilancio del sistema dell’istruzione, così come di altri comparti fondamentali per il Paese. Detto questo, esistono certamente obiettivi che sono ancora validi, allora come oggi, e che il Covid non ha messo in discussione, come la necessità di inserire sistemi premiali, il miglioramento del posizionamento internazionale dei nostri atenei e, non ultima, la semplificazione del quadro normativo".

Come è posizionato il sistema universitario italiano rispetto a quelli degli altri grandi Paesi europei? Dov’è che siamo più indietro e dove invece ci collochiamo in linea o addirittura sopra?
"Nel confronto, direi che l’università italiana è europea sotto molti punti di vista: nella qualità della ricerca, nel numero di pubblicazioni, nella capacità di acquisire fondi dai programmi della Commissione Europea. È poi europea nella qualità della didattica, nell’occupazione dei laureati, nel sistema di valutazione nazionale(ANVUR). E ancora, è europea nei principi di finanziamento e di governance. Dove non è europea? Non lo è nelle dimensioni (troppo piccola), nel numero ridotto di laureati, nel rapporto tra studenti e docenti, nel numero ricercatori, negli investimenti in edilizia. Non è europea nel dato anagrafico, troppo vecchia e poco attrattiva, nel limitato e precario accesso al ruolo universitario, nei salari non competitivi, nella scarsa attenzione alla formazione superiore e in particolare al Dottorato di ricerca. Ultimo e non meno importante, non è europea nelle procedure (troppe regole e troppa burocrazia) e nella scarsa apertura internazionale (pochi studenti e soprattutto pochi docenti internazionali)".

Le Università italiane hanno dimostrato e stanno dimostrando una buona capacità di resilienza nell’emergenza sanitaria da Covid-19. Come giudica la reazione degli Atenei davanti a questo shock? Come ripartirà il nuovo Anno Accademico?
"L’università ha dimostrato, in modo inequivocabile, la sua funzione sociale. Ha rimesso al centro del dibattito pubblico l’importanza della ricerca e della competenza, grande assente nella storia recente del Paese. Ha reagito, da Nord a Sud, con velocità, assicurando al 90% dei nostri atenei un pieno funzionamento. Dimostrando che la pubblica amministrazione non è per forza di cose sinonimo di burocrazia, ma anche di un capitale umano preparato e da rivalutare. Una resilienza che è nel nostro DNA: gli italiani sono campioni nell’affrontare l’imprevisto. Un po’ meno nella programmazione a lungo raggio, ma possiamo fare meglio. Il nuovo anno accademico sarà un anno in presenza con l’apporto della didattica a distanza grazie alla tecnologia digitale".

Collegandoci alle domande precedenti, l’Italia resta in coda alle classiche europee sulla percentuale di laureati sulla popolazione totale. Perché? C’è solo un problema di risorse economiche (uno studente universitario costa 10mila euro l’anno, contro i 15mila della Germania)?
"Indubbiamente esiste un problema di finanziamento, ma anche di prospettive. Vanno migliorati il sistema di reclutamento e i percorsi di crescita sia per gli studenti che per i ricercatori. Siamo di fronte a un’importante trasformazione del mondo del lavoro, con un forte contenuto innovativo del sistema produttivo. Se a questo non corrisponde una formazione adeguata, capace di comprendere e soprattutto di anticipare le grandi sfide tecnologiche e sociali, siamo destinati a rimanere sempre un passo indietro. Serve sì un maggior numero di laureati, ma meglio se nelle materie STEM (Science Technology Engineering Mathematics) di cui l’Italia è al quanto carente".

Come considera il fatto che l’Italia ha il numero maggiore di Università telematiche (ben 11) in Europa e che il 70% degli scritti di questi Atenei proviene da percorsi di studi in università non telematiche che evidentemente hanno abbandonato?
"Di questi tempi si parla molto di università telematiche visto il ruolo di primo piano assunto dalla didattica a distanza e la corsa degli atenei tradizionali verso il digitale. Un fenomeno che potrebbe colmare alcuni vuoti, ma che non rappresenta il futuro dell’istruzione o, come azzardano alcuni, il nuovo paradigma formativo. La didattica a distanza è invece un utile strumento che dobbiamo imparare a conoscere, per le sue grandi potenzialità, ma alla quale è sempre buona cosa affiancare la presenza, l’interazione sociale, lo scambio critico e l’articolazione di un pensiero complesso".

C’è chi sostiene che vi sarebbe una concorrenza spregiudicata da parte delle migliori università private (in specie di quelle di carattere scientifico) nei confronti delle Università statali, strappando a queste i docenti migliori grazie alle retribuzioni più alte e a tutta una serie di benefit. Il quadro secondo lei è davvero questo?
"Io credo che la concorrenza sia sempre una buona cosa e un punto di forza se riusciamo a trasformarla in collaborazione, se ci spinge a fare meglio. Concorrenza non significa necessariamente
competizione. Esistono eccellenze tanto nel settore privato quanto in quello pubblico. L’importante è che queste trovino punti di incontro e di sviluppo reciproco. Posso farvi alcuni esempi in veste di Rettore del Politecnico di Milano, dove negli ultimi anni abbiamo lanciato corsi di laurea in tandem con Bocconi e Humanitas, così come con la Statale di Milano. Sarebbe sbagliato fare di tutta l’erba un fascio"
.

Si parla sempre più di “sistema Milano”. Un’alleanza vincente fra istituzioni, imprese e università. La strada da seguire per il rilancio del sistema universitario italiano è questa?
"Credo che il sistema Milano sia un buon esempio in tanti campi, non solo in quello accademico. Milano ha saputo sfruttare lo slancio di Expo per dimostrare al meglio la sua anima cosmopolita, il suo spirito imprenditoriale e la sua capacità di fare gioco di squadra. Rappresenta un sistema di sana competizione, in cui tutti gli attori nel migliorare sé stessi alimentano un quadro virtuoso che fa da collante e che alimenta ulteriormente questa spinta".

Mancanza di laureati nelle materie scientifiche, è d’accordo sulla proposta, avanzata da varie parti e come avviene in altri grandi Paesi europei, di istituire, accanto alle Università tradizionali, un secondo percorso di tipo universitario specificamente professionalizzante, pur se con la possibilità di svolgere compiti di ricerca applicata?
"Se si riferisce al caso di Google, ho già espresso chiaramente la mia opinione. Il percorso universitario non si può ridurre a un trasferimento di nozioni. È un investimento a lungo termine, un percorso di crescita personale oltre che professionale. Dire che Google lancia la laurea di 6 mesi e che sfida l’università serve a fare un bel titolo di giornale. Le iniziative come quella citata sono percorsi per rafforzare competenze settoriali, legate al momento specifico e a programmi di formazione professionale. L’università invece è un investimento a lungo termine, che permette di rimanere sul mercato per la vita. Ritengo pericoloso confondere le due cose".
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