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Meme, pop e deportazioni: così l’ICE trasforma i social in propaganda

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Meme, pop e deportazioni: così l’ICE trasforma i social in propaganda
Negli Stati Uniti la comunicazione istituzionale sull’immigrazione ha superato una nuova soglia. L’Immigration and Customs Enforcement ha messo in campo una strategia digitale aggressiva che utilizza meme, formati virali e brani pop per promuovere il reclutamento e legittimare l’attività di deportazione. Una scelta che segna un salto culturale e politico: il linguaggio dell’intrattenimento viene applicato a immagini di arresti, rimpatri forzati e operazioni di polizia.

Meme, pop e deportazioni: così l’ICE trasforma i social in propaganda

Video brevi, grafiche ironiche, canzoni riconoscibili e montaggi pensati per scorrere nei feed di Instagram, TikTok e X. Le operazioni dell’ICE vengono raccontate come contenuti nativi social, costruiti per massimizzare visibilità e condivisioni. Le immagini mostrano agenti che fermano persone per strada, le ammanettano o le accompagnano su autobus e aerei, il tutto accompagnato da soundtrack pop e slogan semplificati.
L’obiettivo non è solo informare, ma trasformare l’azione amministrativa in racconto virale, capace di attirare attenzione, normalizzare la durezza delle operazioni e rendere l’agenzia riconoscibile come un brand.

Il piano di reclutamento e i fondi pubblici
La campagna rientra in un programma di potenziamento dell’organico sostenuto da risorse pubbliche di dimensioni eccezionali. L’ICE punta ad assumere migliaia di nuovi agenti, presentando il lavoro come una missione identitaria e urgente. Gli spot non circolano solo sui social: vengono diffusi anche su piattaforme di streaming, podcast e servizi musicali, con messaggi che richiamano la difesa del Paese e l’idea di una minaccia costante.
In questo schema, la pubblicità istituzionale assume tratti tipici del marketing militare, ma applicati a un contesto interno, civile.

Targeting, geolocalizzazione e influencer
Uno degli aspetti più controversi riguarda l’uso di strumenti avanzati di targeting. Le inserzioni vengono indirizzate in modo selettivo grazie alla geolocalizzazione: campus universitari, fiere, eventi sportivi, raduni e contesti considerati strategici per intercettare potenziali candidati.
A rafforzare la campagna contribuisce il coinvolgimento di influencer e creator politicamente schierati, che rilanciano i contenuti ufficiali e li integrano nel flusso quotidiano dei social, abbassando la percezione di distanza tra propaganda e intrattenimento.

La cornice politica dell’operazione
La strategia comunicativa si inserisce nella linea politica dell’amministrazione Donald Trump, che ha annunciato un forte incremento delle espulsioni e un inasprimento delle politiche migratorie. Il racconto promosso dall’ICE adotta una retorica emergenziale, in cui l’immigrazione viene rappresentata come una minaccia sistemica, da contrastare con strumenti e linguaggi da tempo di guerra.
In questo contesto, l’agenzia viene presentata come una forza chiamata a “proteggere il territorio”, assimilando il controllo dei confini a una missione militare interna.

Il nodo culturale e democratico
L’uso di meme e musica pop per raccontare arresti e deportazioni solleva interrogativi profondi. La trasformazione di operazioni coercitive in contenuti virali rischia di banalizzare la violenza amministrativa e di spostare il dibattito pubblico dal terreno dei diritti e delle garanzie a quello dello scontro simbolico.
La campagna dell’ICE rappresenta così un caso emblematico del presente: lo Stato che adotta le logiche dei social network per rafforzare il consenso, piegando il linguaggio digitale a una narrazione di potere. Una scelta che produce visibilità e reclutamento, ma che lascia aperta una domanda cruciale: cosa accade quando la propaganda smette di somigliare alla politica e inizia a comportarsi come intrattenimento.

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