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Rete unica: un cammino ancora molto lungo

- di: Innocenzo Genna
 
Il 31 agosto scorso Cassa Depositi e TIM hanno annunciato di voler creare un grande operatore infrastrutturale che deterrebbe il quasi-monopolio dell’accesso degli italiani alla rete telefonica ed Internet: la c.d. “Rete Unica”. L’operazione consisterebbe nella fusione di Open Fiber, la società partecipata da CDP ed Enel che sta sviluppando una rete nazionale in fibra ottica, con FiberCop, una newco in cui la stessa TIM ha recentemente fatto confluire parte della propria rete d’accesso e che potrebbe essere aperta ad altri operatori e fondi (già ora vi partecipano il fondo americano KKR e l’operatore Fastweb).

L’operazione avviene con la benedizione del governo, nel quale però convivono sensibilità differenti su come strutturare l’operazione: una parte (Gualtieri, MEF) sembra propendere per una Rete Unica a guida TIM, mentre un’altra (Patuanelli, MISE) sostiene la necessità di un controllo statale. Anche l’opposizione è apparsa molto vocale sul tema, con la leader di Fratelli d’Italia (Meloni) che invoca una vera e propria nazionalizzazione della rete italiana di telecomunicazioni. L’operazione sta facendo scalpore, non solo per la sua magnitudo, essendo TIM una delle più grandi aziende italiane, ma perché rappresenta un brusco revirement nella politica industriale del Paese. In effetti, Open Fiber fu creata nel 2016 dall’allora governo Renzi proprio in contrapposizione a TIM, alla quale si rimproverava di non investire abbastanza in reti in fibra ottica (una tecnologia che esiste da 20 anni e che logicamente avrebbe dovuto già sostituire la vecchia rete telefonica in rame installata dalla SIP).

L’Italia si trovava infatti nelle ultime posizioni europee in termini di connettività broadband e la ragione di questo ritardo venne imputata, inter alia, al fatto che TIM non avesse alcuna pressione concorrenziale a modernizzare la vecchia rete telefonica. Negli altri paesi europei, invece, la presenza di una rete televisiva via cavo, che fornisce broadband oltre che televisione, ha spinto la telco locale ad investire in fibra ottica. In Italia, a causa dell’assenza di una rete televisiva cavo, tale dinamica concorrenziale non è mai partita.

Open Fiber fu quindi creata seguendo la visione industriale secondo cui la concorrenza tra i due operatori avrebbe creato un circolo virtuoso di investimenti in fibra, cosa che effettivamente si è realizzata, visto che negli ultimi 3 anni l’Italia ha scalato la classifica europea della connettività: ora si trova al 15° posto, ancora indietro rispetto a molti paesi della UE, ma comunque la ripresa è stata tangibile. Il governo non ha però considerato sufficiente questo percorso ed ha ritenuto che sia venuto il momento di porre fine a questa breve stagione concorrenziale, avallando la fusione tra Open Fiber e la rete d’accesso di TIM. Così facendo il governo sembra accogliere la tesi di TIM, secondo cui la concorrenza tra 2 operatori sarebbe uno spreco di risorse, ed ha intrapreso una
logica di espansione dello Stato nelle infrastrutture strategiche che permea varie branche della compagine governativa (si pensi al caso Autostrade).



Esiste però il rischio che interrompendo il ciclo virtuoso degli investimenti innescato con la concorrenza, si crei nell’immediato uno stallo piuttosto che un’accelerazione, contravvenendo quindi alle intenzioni iniziali. Il progetto di Rete Unica è partito ma, nonostante le dichiarazioni ottimiste e l’iniziale euforia in borsa, il percorso relativo appare lungo e soggetto a numerose alee: in particolare, le autorizzazioni antitrust e per gli aiuti di Stato che dovrebbero essere adottate da Bruxelles, oltre che la futura regolamentazione di AGCOM. Inoltre, devono ancora essere definiti alcuni aspetti fondamentali dell’operazione, quali: il controllo della società della rete (e quindi il ruolo di TIM, della Cassa e dello Stato italiano); il perimetro delle infrastrutture da conferire e le relative valutazioni; il modello di rete d’accesso da sviluppare (visto che Tim ed Open Fiber hanno sviluppato architetture differenti); il ruolo degli altri operatori telecom italiani, che potrebbero opporsi all’operazione.

Il tema dell’autorizzazione antitrust è fondamentale, perché appare improbabile che la Commissione europea possa autorizzare un’operazione con cui, per la prima volta in Europa si consente ad un ex-incumbent telefonico di fondersi con il proprio e unico concorrente nazionale di rete. È invece verosimile che l’autorizzazione europea possa essere concessa solo a fronte di corpose garanzie strutturali, quali la rinuncia di TIM al controllo della Rete Unica, l’implementazione di un modello wholesale-only e la fissazione di un piano preciso di investimenti con drastico spegnimento della rete in rame. In caso contrario, il rischio di una bocciatura da parte di Bruxelles appare estremamente concreto.

TIM ha già fatto sapere che ritiene imprescindibile il controllo sulla Rete Unica e quindi il mantenimento del suo status di operatore verticalmente integrato. Si tratta di una pretesa comprensibile, perché l’integrazione rete-servizi le permette di controllare mercato e concorrenti, visto che questi ultimi (le varie Vodafone, Wind, Sky) dovrebbero tornare, dopo la breve parentesi di Open Fiber, a chiedere l’accesso ad una rete controllata dal loro principale concorrente, cioè TIM. Ma è una visione che sa più di ritorno al passato che di spinta verso il futuro, e rende l’autorizzazione antitrust piuttosto aleatoria.

Le recenti dichiarazioni del Commissario Vestager hanno proprio segnalato le criticità di una Rete Unica che non sia “indipendente” da qualsiasi operatore al dettaglio (come la stessa TIM). La politica industriale del governo deve invece ancora essere decifrata, anche a causa delle diverse sensibilità che albergano al suo interno. Al di là del comun denominatore governativo che mira ad un accresciuto ruolo dello Stato nella rete di telecomunicazioni, occorrerebbe quanto prima: definire un piano cogente di investimenti in fibra ottica con obblighi precisi circa lo spegnimento della rete in rame in tutto il territorio nazionale; fare una scelta sull’architettura della fibra, se GPON, P2P o altre; definire con precisione il perimetro della Rete Unica, visto che si è parlato di includervi persino il 5G, i data center e le torri di trasmissioni, settori che sono attualmente in aperta concorrenza e che quindi non possono essere ricondotti al monopolio per una scelta ideologica; definire il modello di relazione con il mercato, se wholesale-only vero e proprio oppure rete separata a controllo TIM (antitrust permettendo). Tutti questi temi avranno un impatto fondamentale sulla vita dei cittadini e sulla competitività delle imprese italiane, molto più del carattere pubblico o privato della società della Rete Unica.
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