L'ex Ilva, una lezione per il Paese e le sue scelte industriali

- di: Redazione
 
Era un fiore all'occhiello della macchina industriale italiana, una di quelle aziende che tutti ci invidiavano per il semplice motivo che coniugava, al meglio, qualità, efficienza e redditività.
Oggi invece dell'ex Ilva di Taranto si parla per ammettere che le trame della finanza globale non hanno rispetto per le persone e per il passato, e che quindi cancellare una azienda o tagliarne i rami considerati improduttivi è cosa normalissima. Anche se queste scelte mettono in pericolo migliaia di posti di lavoro, che si traducono in famiglie che da domani guarderanno con rinnovate paure al futuro.
Il confronto tra governo e ArcelorMittal (il gruppo franco-indiano che detiene la maggioranza di Acciaierie d'Italia, nuovo nome, vecchi problemi per l'azienda) ieri ha avuto esito negativo, con il socio privato che ha detto a chiare lettere non intende metterci più un centesimo, considerando evidentemente conclusa la sua esperienza.

L'ex Ilva, una lezione per il Paese e le sue scelte industriali

Tutto, quindi, passa nelle mani del Governo e delle sue articolazioni finanziarie, per trovare una soluzione che salvi le sorti di una azienda che dà lavoro (e da mangiare) a migliaia di persone che assistono basite a una schermaglia che va avanti da tempo e che sin dall'inizio sembrava avere una fine scontata.
La proposta del governo è stata quella di coinvolgere ancora ArceloMittal nel progetto chiedendole di sottoscrivere un aumento di capitale da 320 milioni di euro, per consentire all'ex Ilva di uscire dalla situazione attuale di grave crisi di liquidità e, quindi, dare ad Invitalia la possibilità di portare al 66% del capitale le sua partecipazione.

Una proposta di prospettiva che però si è trovata davanti la pervicace resistenza del socio privato che, non credendo al progetto, non vuole continuare ad esporsi. Due ore di confronto improduttivo e che ha allargato il solco che già c'era tra parte pubblica e parte privata, con la prima che ora, anche politicamente, deve prendere una decisione in tempi brevi per consentire quello che in molti auspicano, la nazionalizzazione (anche se la definizione non è probabilmente la più corretta) dell'ex Ilva e, quindi, il suo rilancio.
Un progetto che comporta un alto tasso di ambizione, ricordando che l'acciaieria di Taranto era la più grande d'Europa, ''titolo'' che purtroppo ha perso, e non certo per responsabilità di chi ci lavora.
Le strade non sono molte e quelle che ci sono, per portare l'azienda fuori dalla crisi, restano anche molto strette, così come i tempi. Posto che ArcelorMittal - la cui posizione allontana, se non addirittura cancella, i margini per una composizione della crisi - non intende impegnarsi ulteriormente, la soluzione per nazionalizzare l'impianto potrebbe passare per la nomina di un commissario straordinario.

Soluzione per un traghettamento, ma che quasi certamente non sarebbe accettata dal socio privato che certo non ci vuole rimettere, pur avendo guadagnato parecchio. Resta difficile da capire di cosa possano parlare, giovedì, quando si ritroveranno intorno ad un tavolo, governo e sindacati se non ipotizzare soluzioni che non possono trovare attuazione se non coinvolgendo ArcelorMittal o almeno prendendo atto ufficialmente del suo sganciamento dal futuro dell'ex Ilva, su cui il socio privato non intende più scommettere.
Quanto sta accadendo per l'acciaieria di Taranto ripropone, in termini drammatici, il tema di come lo Stato debba o possa tutelare quelle industrie ritenute fondamentali per il Paese. Se, cioè, in futuro sarà possibile riproporre lo schema, rivelatosi tossico, che ha consentito ad un privato di mettere mano su un gioiello solo per spremerlo e non per altro. Che poi a Taranto ci siano problemi (ambientali) che si sovrappongano a quelli economico-finanziari è una conferma di come ormai, sempre tenendo presente che privatizzare è una ottima soluzione, non se ne può applicare lo schema a tutti le strutture produttive essenziali al Paese, anche in termini di immagine, oltre a quelli ben più evidenti dell'impatto occupazionale.
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