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''Mala tempora'' per Eni, tra processi e chiusura di attività a Porto Marghera

- di: Redazione
 
''Mala tempora'' per Eni, tra processi e chiusura di attività a Porto Marghera
Ci sono dei periodi storici in cui una azienda o una società devono confrontarsi, loro malgrado, con problemi che ne mettono a rischio non certo il futuro, ma di sicuro l'immagine. Ed in un periodo in cui l'immagine è tutto (o quasi) bisognerebbe essere sempre preparati. Non sembra essere il caso dell'Eni che, nel volgere di pochi giorni, deve affrontare due importanti appuntamenti. Il primo, forse il più delicato, riguarda un processo in cui l'Eni dovrà confrontarsi con una vicenda molto delicata, perché riguarda un problema, quello dei casi di corruzione internazionale, che sembra essere ormai all'ordine del giorno in tutto il mondo, soprattutto in Paesi dove il rispetto della legge non è sempre una priorità. Il processo è quello relativo alla licenza per esplorare uno dei più grandi giacimenti petroliferi al largo delle coste nigeriane, quello denominato OPL 245, sul cui sfruttamento si sono scatenati appetiti enormi che però hanno dovuto sottostare alla bramosia di pochi. Il processo deve esprimersi sul pagamento di una enorme somma allo Stato nigeriano (circa un miliardo e 300 milioni di dollari) che però nella sua quasi totalità è finito nelle tasche di privati, quindi in quelle sbagliate, almeno dal punto di vista etico e legale. Il procedimento deve chiarire il ruolo dell'Eni in una vicenda oscura in cui uno dei protagonisti è l'ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete, che nel 1998, aveva assegnato la concessione ad una società, la Malabu, che faceva capo a lui.

Da quell'anno è stato tutto un susseguirsi di concessioni confermate, revocate, impugnate, assegnate. L'Eni entra in gioco nel 2010 quando - nella persona dell'allora ad, Paolo Scaroni - viene prospettato l'affare per il tramite di strani personaggi nigeriani (come il faccendiere nigeriano Emeka Obi ) e opachi intermediatori italiani. Comincia una girandola di contatti, che spesso non sono cristallini e che danno il via ad una serie di procedimenti davanti a giudici di Paesi diversi. La stessa magistratura italiana si pronuncia una prima volta nel settembre nel 2018 quando, con rito abbreviato, vengono condannati a quattro anni di reclusione un intermediario nigeriano, Emeka Obi, ed un italiano, Gianluca Di Nardo. In ogni caso non è che l'immagine dell'Eni, da questa vicenda, esca al massimo della nitidezza, anche perché è emerso che nel 2011, presso la JPMorgan di Londra, ha conferito 1.092.040.000 di dollari destinandoli al governo nigeriano. Soldi che, passando per conti in Svizzera, dovevano finire nelle tasche di ex ministri nigeriani e non certo dello Stato africano. E non è che sul fronte interno l'Eni stia raccogliendo consensi generalizzati, come conferma la vicenda della tanto celebrata virata verde del colosso energetico che, almeno per questo indirizzo ed in questa fase, sta creando più preoccupazioni che speranze.



Almeno questo dicono le cronache che sottolineano i forti malumori che si sono manifestati sui progetti che l'Eni ha per il suo insediamento di Porto Marghera, nell'ambito del quale l'amministratore delegato, Claudio Descalzi (nella foto), nel corso di un incontro con il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha annunciato, per la primavera del 2022, la chiusura del cracking e dell'impianto aromatici, senza peraltro spiegare - questo contestano i sindacati - la sorte della manodopera attualmente impiegata, pari a 400 unità. Si tratterebbe, a detta del deputato del Pd, Nicola Pellicani, della "conferma della progressiva uscita dalla chimica del nostro Paese", con un effetto domino che riguarda migliaia di posti di lavoro tra diretti e indiretti. Gli interventi nell’ottica della sostenibilità e dell’economia circolare, ma non ancora realizzati, annunciati dall'Eni a fronte della chiusura del cracking, vengono ritenuti una contraddizione rispetto alla definizione che Descalzi ha dato di Marghera, ovvero di "un sito strategico". Di annunci l'Eni ne ha fatto parecchi, e solo pochissimi hanno avuto seguito.



Molte delle produzioni, ricorda Pellicani, "sono state dismesse lasciando terreni inquinati che ora devono essere bonificati, ed è il luogo ideale dove investire nella green economy e compiere la transizione ecologica che è al centro del Next generation Eu, ma servono progetti concreti e risorse adeguate. Stupisce inoltre il cambio repentino di strategia di Eni che solo a metà 2019 aveva presentato un piano di investimento di 168 milioni in quattro anni destinato a migliorare la sicurezza e l’impatto ambientale del cracking. In poco tempo ha cambiato idea senza però chiarire in dettaglio quale futuro industriale intende assegnare a Porto Marghera, dove l’azienda statale svolge un ruolo centrale da decenni''. Anche perché, dice Pellicani, "indicare le strategie industriali future di Marghera, significa capire quali politiche industriali intende praticare nel Paese".
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