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Superbonus, la lezione che l’Italia non deve dimenticare

- di: Bruno Legni
 
Superbonus, la lezione che l’Italia non deve dimenticare
Superbonus: la lezione che l’Italia non deve dimenticare
Pil spinto dal deficit nel 2022-23, ma ora il conto è salato. Galli: “La crescita non si fa in debito, servono produttività e riforme”.

(Foto: Giampaolo Galli, Direttore Osservatorio Conti pubblici italiani, già Direttore generale di Confindustria).

Ci sono stagioni in cui la politica sembra scoprire la formula magica della crescita: spendere a debito, iniettare liquidità, moltiplicare bonus e sgravi. È accaduto con il superbonus 110%, che ha acceso i cantieri, spinto il Pil e dato l’impressione di una ripartenza miracolosa. Ma come in ogni favola, il risveglio è arrivato puntuale e amaro. A ricordarlo è Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio conti pubblici italiani, ex dg di Confindustria ed ex parlamentare, che invita a scolpire questa massima nei manuali di economia: “La crescita non si fa con il deficit pubblico”.

L’illusione del breve termine

Il superbonus ha portato risultati positivi nel biennio 2022-2023, con il Pil in rialzo e settori come l’edilizia rivitalizzati. Ma mentre l’economia sembrava rianimarsi, il debito pubblico si gonfiava, minando la sostenibilità dei conti. L’“effetto denominatore” – quell’illusione per cui il Pil cresce più del debito e il rapporto debito/Pil sembra scendere – è durato lo spazio di un respiro. Già nel 2023 e ancor più nel 2024 il governo si è trovato costretto a virare verso politiche prudenti, se non apertamente restrittive, con l’effetto di rallentare la crescita.

Il meccanismo è noto ma spesso dimenticato: il deficit dà slancio immediato, ma lascia un fardello che obbliga alla correzione. Tagliare spesa o aumentare tasse significa frenare l’economia e, almeno nel breve periodo, peggiorare il rapporto debito/Pil. È il cosiddetto “effetto denominatore al contrario”, che diventa benzina per le polemiche politiche: come spiegare agli elettori che il risanamento, pur doloroso, è inevitabile?

Il mito keynesiano e le scorciatoie politiche

Nella sua analisi, Galli smonta un equivoco diffuso. Nei corsi base di macroeconomia si insegna che più spesa pubblica o meno tasse stimolano sempre l’economia. È il cuore del modello IS-LM, rassicurante nella sua semplicità. Ma si tratta di uno schema statico, che non considera la dinamica del debito. Così intere generazioni di studenti, politici e opinionisti crescono convinti che deficit e sgravi siano sempre toccasana.

La realtà, invece, è più dura. Il deficit è un flusso, il debito è uno stock che cresce senza freni se non si corregge la rotta. Il Pil si stabilizza, il debito continua a salire. Nessuna “spesa corrente che si autofinanzia” è mai stata dimostrata: il famoso “Santo Graal” keynesiano resta un’illusione. Può accadere solo con investimenti capaci di innalzare la produttività – infrastrutture, ricerca, capitale umano – non con trasferimenti o incentivi a pioggia.

Il conto arriva sempre

Il ciclo è spietato: espansione breve, correzione lunga. La fase restrittiva dura più a lungo perché, oltre a ridurre il deficit, bisogna anche pagare gli interessi accumulati. E alla fine, osserva Galli, il saldo è negativo: il Pil medio di lungo periodo risulta inferiore a quello che si sarebbe avuto senza alcuna manovra espansiva. Una perdita secca di crescita, oltre al danno di un debito più pesante.

L’Italia oggi si trova esattamente in questa trappola. Dopo l’ebbrezza dei bonus edilizi, il Paese deve stringere i cordoni della borsa. Non solo per rispettare i vincoli europei, ma per evitare che il debito diventi ingestibile. È una dinamica che conosciamo bene: ogni fase di euforia alimentata dal deficit si conclude con una stagione di austerità forzata, che brucia consensi e riduce lo spazio politico.

Eccezioni e verità scomode

Galli non nega che ci siano circostanze eccezionali. La crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020 hanno imposto un massiccio intervento pubblico: in quei casi, l’alternativa sarebbe stata il collasso. Ma una volta superata l’emergenza, illudersi che il deficit sia la via maestra alla crescita è un errore che si paga a caro prezzo.

Il superbonus, con la sua fiammata di Pil e il successivo rallentamento, è un caso da manuale. Non solo ha lasciato un debito più alto, ma ha imposto una politica di bilancio più prudente per anni a venire. “Ciò che serve non è più spesa a debito, ma produttività”, sottolinea Galli. E produttività significa innovazione, ricerca, competitività delle imprese, riforme per un sistema più efficiente.

La lezione per la politica

La tentazione di promettere più soldi in tasca ai cittadini, meno tasse o incentivi miracolosi è forte, perché politicamente paga. Ma la realtà economica presenta sempre il conto. La lezione del superbonus dovrebbe servire da vaccino contro il populismo fiscale: non esistono pasti gratis, e la scorciatoia del deficit porta solo a un futuro di crescita più debole e sacrifici più duri.

L’Italia ha bisogno di politiche industriali lungimiranti, non di bonus effimeri. Ha bisogno di investire sul capitale umano, sulle università, sulla ricerca, sulle infrastrutture che rendono più competitivo l’intero sistema. Solo così la crescita diventa strutturale e non drogata dal debito.

Ecco perché la vicenda del superbonus andrebbe studiata nelle università, accanto ai modelli teorici. Per ricordare a politici e cittadini che la spesa in deficit non è sviluppo, ma un debito sulle spalle delle generazioni future.

 

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