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Powell frena sui tassi: “colpa dei dazi, serve cautela”

- di: Jole Rosati
 
Powell frena sui tassi: “colpa dei dazi, serve cautela”
Un’analisi brillante e vivace sul piano della Fed, le pressioni di Trump, il ruolo di Bessent e le incognite dell’economia globale.

Dazi, inflazione e tassi: un triangolo da decifrare

Al Forum BCE di Sintra il presidente della Federal Reserve Jerome Powell (foto durante il suo intervento a Sintra) ha lanciato un avvertimento: senza i dazi introdotti dall’amministrazione Trump, la Fed avrebbe potuto intervenire con tagli dei tassi già da tempo. L’inflazione statunitense è scesa al 2,3%, ma – ha spiegato Powell – l’impatto dei dazi ha costretto la banca centrale a “mettersi in attesa” e monitorare l’evoluzione delle proiezioni economiche.

“Prudenza è la parola d’ordine”

“Non so dire se luglio sarà il mese giusto per tagliare”, ha aggiunto, sottolineando che la decisione dipenderà da nuovi dati su inflazione e mercato del lavoro. Al momento, le attese di mercato indicano circa il 25% di probabilità per un taglio già a fine luglio, con un taglio quasi certo entro settembre.

Trump spinge, ma la Fed resiste

La pressione pubblica e privata

L’ex presidente Donald Trump ha intensificato la sua campagna contro Powell definendolo “too late” e colpevole di aver “costato una fortuna” agli Stati Uniti, con appelli per un taglio drastico dei tassi verso l’1%. Powell ha ribadito che la Fed agisce in base ai dati economici e non subirà interferenze politiche.

Un comitato diviso

Nonostante il presidente mantenga una linea prudente, “una maggioranza solida” all’interno del Federal Open Market Committee considera tempo di tagliare i tassi entro l’anno – ma sempre in funzione dei prossimi indicatori economici.

Debito pubblico: un nodo ancora aperto

Powell ha definito la traiettoria del debito statunitense “non sostenibile”, pur riconoscendo che il livello attuale resta accettabile. Il vero problema, ha avvertito, è il trend in aumento e la necessità di affrontarlo “prima o poi”.

Bessent: il soggetto emergente

Chi è “l’uomo ombra” della successione Fed?

Scott Bessent, segretario al Tesoro dal gennaio 2025, ha dichiarato di essere aperto alla possibilità di sostituire Powell, se sarà la volontà di Trump.

Tra debito, crescita e tariffe

Bessent ha difeso il “Big Beautiful Bill” come stimolo alla crescita, affermando che i suoi effetti supereranno i costi — parlando di potenziali surplus, non deficit. Ha inoltre ammesso che l’obiettivo originale di “90 accordi in 90 giorni” non sarà raggiunto entro il 9 luglio e l’amministrazione opterà per accordi più modesti e mirati.

Scenari e riflessioni

Mercati finanziari: la frammentazione delle decisioni Fed e le tensioni commerciali creano turbative: già ad aprile si era registrato un crollo globale degli indici azionari, seguito da riprese parziali dopo pause tariffarie.

Prospettiva Fed: l’orientamento mostrato da Powell punta ad una stretta data-driven, lontano dall’emotività politica, con tagli solo dopo evidenze solide di disinflazione persistente. Goldman Sachs & co. stimano la prima riduzione per settembre, magari con un follow-up entro fine anno.

Politica Usa: Trump non solo spinge sui tassi, ma anche sulla possibile replacement di Powell. Bessent emerge come interlocutore chiave, capace di mediare tra politica motivata e rigore economico.

Un momento cruciale

Ci troviamo di fronte a un momento cruciale: la Fed cerca equilibrio tra segnali positivi sull’inflazione e instabilità legata alle tariffe. Powell predica attesa, Trump spinge per l’azione immediata, Bessent si propone come fulcro dinamico tra i due poli. Quello che seguirà nei prossimi mesi sull’inflazione, sull’esito del grande piano di spesa e sugli accordi commerciali butterà luce sul futuro della politica monetaria americana.

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