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Iran sull’orlo dello scontro: l'attacco Usa sarebbe imminente

- di: Bruno Legni
 
Iran sull’orlo dello scontro: l'attacco Usa sarebbe imminente

Dalla fuga di personale a Al-Udeid al blackout digitale: ore da brivido in Medio Oriente.

È una partita a scacchi giocata con i nervi scoperti: Teheran alza la voce, Washington si muove in modalità “precauzione operativa”, le capitali della regione trattengono il fiato. Nelle ultime ore si sommano tre segnali che, messi insieme, disegnano un quadro da soglia critica: minacce di ritorsione sulle basi Usa, riduzione del personale in postazioni sensibili nel Golfo e oscuramento digitale in Iran nel pieno della repressione.

Il punto politico è chiaro: se dovesse scattare un’azione americana — militare, informatica o mirata ai centri di comando — l’Iran promette di rispondere colpendo gli asset statunitensi nella regione. Il punto operativo è ancora più inquietante: i movimenti su Al-Udeid (la grande base in Qatar) suggeriscono che qualcuno, da quelle parti, considera credibile lo scenario peggiore.

Sullo sfondo, l’Italia corre con la sua priorità più concreta: i connazionali. La Farnesina ha rilanciato un messaggio netto agli italiani ancora nel Paese: "Chi può farlo, lasci subito l’Iran". In parallelo, Antonio Tajani ha riunito la macchina diplomatica e di sicurezza, ricordando che la linea rossa è la protezione di circa 600 italiani presenti sul territorio.

Sul fronte internazionale, l’elemento che sta facendo correre le lancette è l’indiscrezione secondo cui un’azione americana potrebbe arrivare “a breve”, addirittura entro un giorno. In questo clima, la comunicazione diretta tra figure-chiave sarebbe entrata in congelatore: la sospensione dei contatti tra Abbas Araghchi e Steve Witkoff viene letta come il segnale classico delle crisi: quando la diplomazia smette di parlarsi, spesso parla la deterrenza.

E qui entra in scena il Golfo. A Doha, fonti diplomatiche hanno descritto la decisione come un “cambio di postura” più che una fuga, ma il senso resta: parte del personale collegato alla base di Al-Udeid è stato invitato a lasciare l’area per ragioni di sicurezza. Il Qatar ha confermato misure precauzionali legate alle “tensioni regionali”, sottolineando la tutela di cittadini, residenti e infrastrutture critiche. Traduzione: si prova a ridurre bersagli, rischi e vulnerabilità.

Il messaggio di Teheran, invece, è impostato su un registro di “rappresaglia annunciata”. Da giorni, esponenti iraniani indicano che le basi Usa nell’area rientrerebbero tra i “target legittimi” se l’Iran venisse colpito. Il ragionamento è semplice e brutale: allargare il costo di un eventuale intervento americano e coinvolgere indirettamente i Paesi ospitanti, dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita alla Turchia.

Nel frattempo, la crisi interna continua a macinare numeri e paure. Organizzazioni per i diritti umani e media internazionali riportano un bilancio di vittime e arresti in crescita. Il punto più sensibile è la giustizia d’emergenza: il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha invocato procedure accelerate contro i fermati, fraseggiando sul concetto di “rapidità” come strumento di controllo. Le ong temono che i processi lampo aprano la strada a condanne esemplari, inclusa la pena capitale.

Dentro questo quadro, anche il linguaggio dei Pasdaran torna a essere un indicatore di temperatura. Il comandante Mohammad Pakpour ha parlato di prontezza a reagire “con decisione” contro i nemici, indicando Stati Uniti e Israele come registi dell’instabilità. È un copione noto: la leadership identifica una regia esterna e, così facendo, prova a trasformare la protesta in “aggressione”.

Ma il vero spartiacque di queste ore è digitale. L’Iran è entrato in uno dei blackout più duri e prolungati degli ultimi anni: la connettività è precipitata e, secondo i monitoraggi indipendenti, la disconnessione è andata avanti per oltre 132 ore. Non è solo censura: è una misura di guerra interna, perché spegne l’organizzazione delle piazze, frantuma le testimonianze, rallenta i soccorsi, complica perfino la vita quotidiana (pagamenti, banche, logistica).

Il paradosso, però, è che nel 2026 anche il blackout totale non è più un lucchetto perfetto. In queste ore è riemersa la partita satellitare: da un lato l’uso (e il possibile disturbo) di connessioni alternative come Starlink, dall’altro l’ipotesi europea di strumenti simili. In Francia, il ministro Jean-Noël Barrot ha confermato che si valuta l’opzione di inviare terminali Eutelsat per riportare online, almeno in parte, l’accesso alla rete. Un gesto tecnologico che è anche un gesto politico: ridare voce mentre il potere prova a spegnerla.

In questo clima, Donald Trump continua a giocare di dichiarazioni pubbliche e minacce di “azione forte” se dovessero partire esecuzioni di manifestanti. È una comunicazione che parla a più platee: ai vertici iraniani (deterrenza), ai Paesi alleati (pressione), alle piazze (incoraggiamento). Ma la stessa strategia, secondo analisti e fonti militari occidentali, è anche parte della “imprevedibilità” usata come leva: far credere che tutto possa succedere, in qualsiasi momento.

E l’Europa? In pubblico invoca prudenza e canali aperti, in privato teme l’effetto domino: un intervento americano, anche limitato, potrebbe innescare ritorsioni su obiettivi regionali, colpire rotte energetiche, infiammare milizie e proxy, spostare la crisi dall’Iran al cuore del Medio Oriente. È la ragione per cui ogni “posture change” su una base, ogni nota diplomatica, ogni linea caduta tra due negoziatori diventa un piccolo allarme.

Per l’Italia, l’ora è soprattutto quella della protezione consolare. Oltre all’invito a lasciare il Paese, la rete diplomatica segue scenari di peggioramento: spostamenti interni più rischiosi, aeroporti e vie di uscita sottoposti a controlli, comunicazioni intermittenti. Il consiglio pratico, in casi così, è brutale ma utile: ridurre l’esposizione, mantenere contatti essenziali, preparare documenti e alternative, non aspettare l’ultimo minuto.

Il punto, alla fine, è uno solo: il Medio Oriente non sta “semplicemente” assistendo a una protesta interna iraniana. Sta osservando una crisi che corre su tre binari intrecciati — piazze, missili, cavi dati — e che può accelerare all’improvviso. Le prossime 24 ore, in questo quadro, non sono un modo di dire: sono una finestra in cui una scelta, una scintilla o un errore di calcolo possono cambiare la mappa.

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