Un comunicato congiunto quasi “da tempi di crisi” prova a blindare l’indipendenza della politica monetaria USA mentre Donald Trump alza il tiro tra tassi, inflazione e un’indagine che mette pressione al vertice della Federal Reserve.
(Foto: la presidente della Bce, Christine Lagarde, con Jerome Powell, presidente della Fed).
Succede raramente che il mondo delle banche centrali parli in coro. E se lo fa, di solito, è perché vede arrivare una tempesta. Stavolta il nervo scoperto è l’asse più sensibile dell’economia internazionale: la Fed e la sua autonomia. In poche righe, una dozzina di istituzioni – guidate dalla BCE – hanno scelto di esporsi pubblicamente a sostegno di Jerome Powell, finito nel mirino politico e trascinato in un fronte giudiziario che rischia di diventare detonatore sui mercati.
Il cuore del messaggio è una frase che, oggi, vale più di un comunicato: "È fondamentale preservare l’indipendenza delle banche centrali". Non è una posa istituzionale: è un avvertimento operativo. Perché se la banca centrale più potente del pianeta diventa terreno di conquista, l’onda d’urto non resta a Washington: corre su dollaro, titoli di Stato, credito, mutui, risparmi e – in ultima istanza – sul costo della vita.
La cornice è esplosiva: da una parte la pressione di Trump per un taglio dei tassi “robusto”; dall’altra i dati sull’inflazione che, pur rientrata rispetto ai picchi degli anni scorsi, resta sopra il bersaglio del 2% della Fed. Il presidente ha colto al volo i numeri di dicembre e ha rilanciato nel suo stile da sfida permanente: "Powell dovrebbe tagliare i tassi significativamente", con l’ormai abituale soprannome “Too Late”, “troppo in ritardo”.
La risposta – questa volta – non arriva solo dai tecnici della Fed. Arriva dal resto del “club” monetario internazionale, con un documento pubblicato anche sul sito della BCE e sostenuto dalla Banca dei Regolamenti Internazionali. Tradotto: non è solo una questione americana, è un test sulla credibilità dell’architettura economica che regge la stabilità dei prezzi e la fiducia nelle regole.
Chi firma? Oltre a Christine Lagarde, compaiono nomi che pesano come spread: Andrew Bailey (Bank of England), Tiff Macklem (Bank of Canada), Martin Schlegel (Banca nazionale svizzera) e altri governatori tra Europa, Oceania e grandi economie emergenti. Ed è proprio la natura “trasversale” dei firmatari a rendere l’episodio quasi inedito: quando i guardiani dei tassi si muovono insieme, significa che il rischio percepito è sistemico.
C’è poi un dettaglio che nel mondo della diplomazia economica pesa quanto una firma: alcune assenze. In particolare, non compaiono il Giappone e la Cina. Può essere prudenza, può essere calcolo geopolitico, può essere la solita distanza tra blocchi. Ma l’effetto ottico resta: una parte del sistema prova a fare quadrato, mentre un’altra osserva.
In mezzo, c’è l’elemento che ha fatto scattare l’allarme: l’indagine del Dipartimento di Giustizia che chiama in causa Powell, legata alle spese di ristrutturazione di edifici della Fed e a presunte dichiarazioni non corrette al Congresso. Il governatore ha respinto l’impianto accusatorio come un attacco strumentale, lasciando filtrare un messaggio semplice: "Sono pretesti".
Qui sta il punto politico, prima ancora che economico: la presidenza Fed è a fine corsa nei prossimi mesi. Se pressione giudiziaria e pressione politica si saldano, il “dopo Powell” rischia di trasformarsi in una partita di controllo della banca centrale, non in una selezione basata sulle competenze. Ed è questo scenario a inquietare i colleghi stranieri: un precedente americano legittimerebbe, altrove, la tentazione di “mettere le mani” sui tassi.
A dare voce al timore, non sono soltanto governatori e comunicati. Si muove anche Wall Street. Il CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha messo in fila un rischio che i mercati capiscono al primo colpo: intaccare l’autonomia della Fed può alzare le aspettative d’inflazione e spingere in su i tassi nel tempo. In altre parole: provi a forzare il volante, e l’auto finisce nel fosso. Con l’aggravante che il “fosso” si chiama costo del debito americano.
Perché gli investitori comprano (o vendono) titoli di Stato USA non solo in base ai numeri, ma in base alla fiducia nelle regole. Se la Fed appare politicizzata, il premio al rischio può salire. E quando sale il premio al rischio, salgono i rendimenti: mutui più cari, credito più caro, investimenti più lenti. Paradosso: la pressione per tassi più bassi può produrre tassi più alti.
Il quadro si intreccia con un’altra dinamica: la liquidità. Le operazioni di acquisto di titoli a breve vengono descritte come misure “tecniche” di gestione delle riserve, ma nel dibattito pubblico la distinzione tra “operazione tecnica” e “stimolo monetario” è sottile: basta una scintilla politica e diventa benzina narrativa.
E c’è un ulteriore livello, ancora più delicato: lo scontro sul denaro digitale. L’amministrazione Trump spinge un’agenda pro-crypto e pro-stablecoin e ha tracciato una linea dura contro le valute digitali delle banche centrali. In Europa, invece, la partita dell’euro digitale entra in un anno chiave: la BCE continua il lavoro tecnico e politico e guarda alla finestra legislativa come passaggio decisivo.
Tradotto: il braccio di ferro non riguarda solo “tagliare o non tagliare” i tassi. Riguarda chi definisce le regole del denaro – oggi e domani – e con quale legittimazione. Per questo il comunicato delle banche centrali non è soltanto una difesa personale di Powell: è un tentativo di tenere fuori la politica da una stanza dove, per definizione, le decisioni devono essere impopolari quando serve.
La domanda, dunque, non è solo se Powell taglierà i tassi. La domanda è più grande e più scomoda: quanto vale, nel 2026, l’idea stessa di una banca centrale indipendente? La risposta – almeno per ora – è scritta tra le righe di quel documento collettivo: vale abbastanza da spingere mezzo mondo a esporsi. E quando mezzo mondo si espone, è perché teme che l’altra metà stia per pagare il conto.