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Groenlandia, ultimatum Usa e truppe europee: l’Artico spacca la Nato

- di: Vittorio Massi
 
Groenlandia, ultimatum Usa e truppe europee: l’Artico spacca la Nato

Pressioni da Washington, vertice ad alta tensione e rinforzi militari: la grande isola diventa il fronte più delicato tra alleati.

(Foto: Jeff Jeffrey Martin Landry, governatore della Lousiana e inviato speciale Usa per la Groenlandia. Come si può vedere dalla foto, è un trumpiano di ferro).

La Groenlandia è diventata, in poche ore, il punto più caldo dell’Artico e uno dei dossier più esplosivi sull’asse Washington-Bruxelles. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato una posizione rigidissima, legando l’isola a esigenze di sicurezza nazionale e a una nuova architettura di difesa. La sostanza politica è stata resa con una formula senza appelli: “Qualsiasi cosa meno della Groenlandia è inaccettabile”.

La tempistica ha reso tutto più incendiario: l’uscita di Trump è arrivata mentre a Washington si svolgeva un confronto diplomatico di alto livello. Al tavolo si sono seduti il vicepresidente J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt. Un incontro breve, fitto, seguito da toni pubblici prudenti: nessuna svolta annunciata, nessun compromesso esplicitato, ma un’evidenza difficile da ignorare: la tensione resta alta.

Il punto di frattura non è tecnico, è politico. Gli Stati Uniti hanno già una presenza storica e rilevante nel quadrante artico, utile alla sorveglianza e alle capacità di allerta. Ma il salto evocato da Trump va oltre la cooperazione militare: mette in discussione lo status del territorio e il perimetro di sovranità. È qui che Copenaghen e Nuuk alzano le barricate.

La linea del Regno di Danimarca è di chiusura: la Groenlandia è un territorio autonomo sotto la Corona danese e qualsiasi cambio di status riguarda diritto internazionale, alleanze e soprattutto autodeterminazione. Anche Nuuk ha ribadito, senza sfumature, di non voler diventare oggetto di contesa tra potenze. In ambienti politici groenlandesi il messaggio è stato riassunto così: “Non vogliamo essere né posseduti né governati dagli Stati Uniti”.

Nel frattempo, la risposta più visibile è arrivata sul terreno. La Danimarca ha annunciato il rafforzamento della presenza militare “in e attorno” all’isola, con un potenziamento logistico e operativo destinato a rendere più rapida l’eventuale capacità di dispiegamento. La Groenlandia ha collegato il passaggio a esercitazioni e attività congiunte in ambito alleato, presentandolo come un investimento sulla sicurezza artica e sull’interoperabilità Nato.

A rendere il segnale ancora più netto è arrivato il coinvolgimento di altri partner nordici: Svezia e Norvegia hanno annunciato l’invio di personale militare, nell’ottica di un rafforzamento coordinato. È un messaggio politico prima ancora che operativo: la crisi non è una diatriba bilaterale, ma un test di coesione dell’intero quadrante euro-atlantico.

Bruxelles ha scelto una formula chiave: “la Groenlandia appartiene al suo popolo”. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha insistito sul rispetto della volontà dei groenlandesi e sul fatto che la sicurezza dell’Artico riguarda anche l’Europa. Da Parigi, il presidente Emmanuel Macron ha alzato il livello di allerta politica, avvertendo che una violazione della sovranità di un alleato europeo produrrebbe effetti “a cascata” difficili da contenere.

Dentro questa cornice, la Groenlandia diventa il simbolo del nuovo “grande gioco” dell’Artico: rotte che cambiano, risorse strategiche (incluse materie prime critiche), competizione tra potenze e una militarizzazione crescente del Nord. Trump ha incorniciato la questione come un braccio di ferro preventivo contro rivali globali, evocando il rischio che altri attori – in particolare Russia e Cina – possano guadagnare spazio e influenza nel quadrante artico.

È una narrazione che sposta il baricentro dal diritto alla sicurezza, dalla sovranità alla paura. E che mette la Nato davanti a un cortocircuito potenzialmente destabilizzante: un’alleanza nata per proteggere i confini si ritrova trascinata, indirettamente, nella contesa sul destino di un territorio alleato.

Il rischio, ora, è che la partita scivoli dalla diplomazia alla pressione permanente. Se il dossier tornerà su binari negoziali – aggiornamento di accordi, investimenti condivisi, più capacità Nato in Artico – la frattura potrebbe essere ricomposta. Se invece resterà nella logica dell’ultimatum, l’Artico potrebbe diventare il luogo in cui gli alleati scoprono di non parlare più la stessa lingua strategica. 

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