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Confcommercio lancia l’allarme: nel 2025 introvabili 258.000 lavoratori

- di: Giulia Caiola
 
Confcommercio lancia l’allarme: nel 2025 introvabili 258.000 lavoratori

Un’Italia che cresce ma che rischia di frenare per mancanza di manodopera. È il paradosso che emerge dall’ultimo rapporto di Confcommercio: nel 2025 il settore del commercio, della ristorazione e dell’alloggio potrebbe trovarsi con 258mila posti di lavoro scoperti, una carenza che segna un aumento del 4% rispetto allo scorso anno.

Confcommercio lancia l’allarme: nel 2025 introvabili 258.000 lavoratori

Un problema che, secondo l’associazione di categoria, non è solo delle imprese, ma dell’intero sistema economico. "Senza lavoratori – avverte Confcommercio – il settore rischia di perdere competitività e di rallentare la crescita del Pil". Un’emergenza silenziosa che colpisce trasversalmente i mestieri tradizionali, dalle professioni più qualificate fino ai lavori di servizio.

Dai commessi ai gelatai: i lavori che nessuno vuole fare
L’elenco delle professioni introvabili è lungo e comprende figure essenziali per il tessuto economico del Paese. Nel commercio mancano commessi professionali, in particolare quelli con esperienza nel settore moda e abbigliamento. Nella ristorazione, la carenza riguarda camerieri di sala, barman, cuochi, pizzaioli e gelatai. E anche nel settore della grande distribuzione si fatica a trovare macellai, gastronomi e addetti al pesce, tutte figure specializzate che richiedono competenze sempre più rare.

A rimanere scoperti, però, non sono solo i mestieri più tecnici. Anche lavori considerati a bassa qualificazione, come addetti alle pulizie e personale di servizio, sono sempre più difficili da reperire. Un fenomeno che sta mettendo in difficoltà aziende di ogni dimensione, dai piccoli negozi di quartiere alle grandi catene della ristorazione.

Le cause della crisi: stipendi bassi o mancanza di formazione?
Ma perché in un Paese con un tasso di disoccupazione ancora significativo molte posizioni restano vacanti? Le risposte sono complesse e spesso polarizzano il dibattito. Da un lato, gli imprenditori lamentano la difficoltà nel trovare personale disposto a lavorare a certe condizioni, soprattutto nei turni serali e nei weekend. Dall’altro, molti lavoratori denunciano stipendi troppo bassi, orari pesanti e contratti precari.

Un altro problema è quello della formazione. Molte professioni richiedono competenze specifiche che non vengono insegnate nei percorsi scolastici tradizionali. La mancanza di programmi di apprendistato e di formazione mirata ha contribuito a creare un divario tra domanda e offerta di lavoro.

Un problema strutturale: l’Italia e il nodo del lavoro stagionale
Un altro elemento da considerare è la natura stagionale di molti di questi lavori, in particolare nella ristorazione e nel turismo. In molte località balneari o città d’arte, il personale è richiesto solo per alcuni mesi all’anno, il che rende difficile per i lavoratori pianificare una carriera stabile in questi settori. Il risultato è che molti preferiscono cercare impieghi con una maggiore continuità.

A questo si aggiunge un fattore demografico: la popolazione italiana invecchia e i giovani che entrano nel mercato del lavoro sono sempre meno. E molti di quelli che potrebbero ricoprire queste posizioni preferiscono emigrare all’estero, attratti da salari più alti e migliori condizioni contrattuali.

Le soluzioni? Formazione, incentivi e revisione del sistema contrattuale
Come affrontare questa crisi? Confcommercio propone maggiori incentivi per chi assume, programmi di formazione più mirati e un aggiornamento delle condizioni contrattuali per rendere questi lavori più attrattivi.

Anche il governo è chiamato a fare la sua parte: un mix di politiche attive del lavoro, investimenti in formazione professionale e una revisione della normativa sul lavoro stagionale potrebbero essere le chiavi per sbloccare questa impasse.

Il rischio, altrimenti, è che interi settori dell’economia italiana si trovino in crisi non per mancanza di clienti, ma per mancanza di personale. E a pagare il conto, come sempre, saranno imprese e consumatori.

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