Dalla firma in Paraguay al voto a Strasburgo, tra ricorsi, dazi e proteste agricole: il trattato più discusso entra nella sua settimana decisiva.
(Foto: un incontro prima della firma dell’intesa tra Ue e Mercosur).
L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur, negoziato per oltre venticinque anni, è entrato nel tratto più politico e più rischioso: la parte “governativa” è stata sbloccata, ma ora la partita si sposta sul terreno che può ribaltare tutto, quello del Parlamento europeo.
Nei giorni scorsi i governi UE hanno dato un via libera politico che apre la strada alla firma con i partner sudamericani. Ma il passaggio parlamentare è tutt’altro che una formalità: a Strasburgo si prepara una battaglia che intreccia commercio, agricoltura, clima, diritto e consenso.
“È un accordo che il Parlamento europeo può sostenere con piena fiducia” è il messaggio recapitato dalla Commissione, un appello che suona anche come ammissione: la tensione è alta e i numeri non sono scontati.
Il punto di frizione principale è la richiesta di verificare se l’intesa sia pienamente compatibile con i Trattati europei. In parallelo prende quota l’ipotesi di un ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea: se la linea dovesse passare, la ratifica potrebbe essere congelata in attesa del verdetto dei giudici, allungando i tempi e alimentando ulteriormente lo scontro politico.
Intanto, fuori dai palazzi, la contestazione si muove su ruote larghe. In diversi Paesi i trattori sono tornati a presidiare le capitali e le aree simboliche del potere. Le organizzazioni agricole denunciano un rischio che, nella loro narrazione, è doppio: concorrenza da importazioni a costo più basso e standard considerati non omogenei rispetto alle regole imposte ai produttori europei negli ultimi anni.
“Porteremo in piazza tutta la rabbia per un’intesa che non tiene conto di quanto è stato imposto al mondo agricolo”, è la linea annunciata dal presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, che fotografa l’umore di una parte consistente del settore.
Per tenere insieme l’equilibrio tra governi e gruppi politici, la Commissione ha rilanciato su un pacchetto di “salvaguardie” e correttivi. Tra i capitoli più sensibili c’è quello dei fertilizzanti: l’orientamento dichiarato è accelerare misure che riducano pressione e costi, compresa la sospensione temporanea di alcuni dazi residui e la possibilità di intervenire sul perimetro applicativo del CBAM (il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) per i fertilizzanti.
È una scelta che mira a disinnescare due micce insieme: la competitività dell’agroindustria europea e la volatilità dei costi di input. In Italia il dossier viene letto anche come partita industriale e occupazionale, oltre che agricola.
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha rivendicato l’impianto di queste tutele come risposta concreta alle richieste italiane, sostenendo che l’obiettivo è rafforzare competitività e tenuta delle filiere nazionali ed europee.
Ma la domanda che attraversa l’Eurocamera è brutale nella sua semplicità: basteranno davvero le salvaguardie? Per i critici, le clausole esistono ma rischiano di non scattare in tempo utile, o di non essere abbastanza incisive sui prodotti “sensibili” (dalla carne ad altri comparti considerati vulnerabili). Per i sostenitori, invece, l’accordo rappresenta un’occasione strategica: aprire mercati, ridurre barriere, consolidare un asse commerciale con l’America Latina e riequilibrare la competizione globale in un momento in cui la geopolitica pesa quanto i container.
Sullo sfondo si muove anche il capitolo ambientale: gli oppositori evocano il rischio di effetti indiretti su deforestazione e standard, mentre Bruxelles insiste sull’idea di ancorare l’intesa a impegni e controlli più stringenti rispetto al passato. È uno dei punti che più alimentano la polarizzazione: la stessa parola “sostenibilità” viene usata per sostenere tesi opposte.
Il calendario è serrato e i fronti sono molti: voto parlamentare, possibile contenzioso legale, mobilitazioni agricole e scontro politico interno alle istituzioni. In queste settimane, l’accordo UE-Mercosur è diventato un test di forza: non solo su dazi e quote, ma sul modo in cui l’Europa decide, media e regge la pressione quando interessi economici, clima e consenso entrano in collisione.
Se il Parlamento darà luce verde senza congelamenti, la traiettoria verso l’applicazione dell’intesa potrebbe accelerare. Se invece prevarranno dubbi giuridici e resistenze politiche, il trattato rischia un limbo lungo e altamente conflittuale. Una cosa, però, è già chiara: la fase “tecnica” è finita. Ora è pura politica.