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Banche, Npl ai minimi: in dieci anni giù di 290 miliardi

- di: Vittorio Massi
 
Banche, Npl ai minimi: in dieci anni giù di 290 miliardi
Banche, Npl ai minimi: in dieci anni “spariti” 290 miliardi
Dalle maxi-sofferenze al credito più “fit”: cosa c’è dietro il crollo degli Npl e quali spie restano accese nel 2026.

C’è un numero che racconta, da solo, una svolta: lo stock dei crediti deteriorati delle banche italiane è sceso sotto la soglia psicologica dei 50 miliardi. Un “pavimento” che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza, quando l’Italia conviveva con una montagna di prestiti non rimborsati e con bilanci bancari zavorrati.

Traduzione rapida: per Npl (Non Performing Loans) si intendono mutui e prestiti che hanno imboccato la corsia dei problemi. Dentro ci sono le sofferenze (i casi più gravi), le inadempienze probabili e le esposizioni scadute o sconfinanti.

La fotografia: dal “picco nero” del 2015 ai minimi del 2025

Secondo l’elaborazione diffusa dal Centro studi di Unimpresa, nel passaggio dal 2015 al 2025 lo stock complessivo di crediti deteriorati sarebbe sceso da 337,1 a 48,6 miliardi: una riduzione di 288,5 miliardi, pari a -85,6%.

Il taglio più netto riguarda le sofferenze in senso stretto: da 198,8 a 16,9 miliardi (-91,5%). Le inadempienze probabili scendono da 124,5 a 25,9 miliardi (-79,2%). Nel confronto con l’anno della pandemia, il quadro resta in discesa: rispetto al 2020, sempre secondo la stessa analisi, lo stock complessivo risulta quasi dimezzato.

E c’è un dettaglio che stona (ma non basta a rovinare la festa): l’unica voce in crescita è quella dei finanziamenti scaduti o sconfinanti deteriorati, salita a 5,8 miliardi. Numeri piccoli, sì, ma da leggere come spia: quando l’economia rallenta, spesso è lì che si vede il primo colpo di tosse.

La frase chiave e il “messaggio” alle banche

Nel commentare i dati, Unimpresa lega il risultato a una trasformazione strutturale del credito. Il vicepresidente Giuseppe Spadafora sintetizza così: "Il sistema del credito italiano ha compiuto una trasformazione profonda ed è oggi più sano e più resiliente".

E aggiunge un punto politico-economico: disciplina regolatoria, scelte bancarie e contesto di fiducia avrebbero accelerato lo smaltimento degli Npl. In chiusura, l’appello è quasi un “mandato”: usare questa solidità per accompagnare famiglie e soprattutto Pmi in una fase ancora piena di incognite.

Perché gli Npl sono crollati: il mix che ha cambiato la partita

Il calo non arriva per magia, ma per somma di leve. La prima è industriale: negli ultimi anni il mercato ha macinato cessioni, cartolarizzazioni, accordi con servicer e gestione più aggressiva degli incagli, spesso con piattaforme specializzate.

La seconda è regolatoria: la vigilanza europea ha spinto verso accantonamenti tempestivi e pulizia dei bilanci, riducendo lo spazio per “trascinare” a lungo crediti problematici. Il risultato pratico è un incentivo a smaltire prima, e a prezzare meglio il rischio.

La terza è di gestione del rischio: criteri di erogazione più selettivi, sistemi di monitoraggio più sofisticati e una maggiore attenzione alle garanzie e ai flussi di cassa dei debitori.

La conferma dai numeri di sistema: sotto la superficie, il credito resta sorvegliato speciale

Gli indicatori “di piazza” raccontano lo stesso film: l’ABI, nei rapporti mensili del 2025, descrive crediti deteriorati netti intorno ai 30 miliardi nei mesi estivi e un’incidenza prossima all’1,4% sul totale crediti (dato riportato per agosto 2025).

La Banca d’Italia, nei rapporti di stabilità finanziaria, continua a monitorare l’incidenza dei deteriorati e i livelli di copertura, ricordando che la qualità dell’attivo può cambiare rapidamente quando lo scenario macro si irrigidisce: tassi alti più a lungo, margini compressi per le imprese, consumi in frenata.

Le spie accese: Pmi e credito al consumo, e l’effetto “rate”

Anche a livello europeo il quadro resta buono, ma con aree delicate. L’EBA segnala un Npl ratio complessivo nell’Unione Europea attorno a 1,8% (Q3 2025), ma evidenzia come credito al consumo e Pmi continuino ad avere le incidenze più alte. In altre parole: la media è rassicurante, gli angoli lo sono meno.

Nel 2026 il punto non è solo quanti Npl ci sono oggi, ma quanti potrebbero arrivarne domani. Il rialzo dei tassi degli ultimi anni ha reso più pesante il servizio del debito, soprattutto dove i margini sono sottili: micro-imprese, settori ciclici, famiglie con mutui a tasso variabile “rinnovati” a condizioni meno gentili.

Il mercato degli Npl non è morto: si è trasformato

Il “dopo-grande pulizia” non significa fine della storia. Banca Ifis, nel suo osservatorio sul mercato Npl, prevede un’ulteriore discesa del Npe ratio lordo italiano nei prossimi anni (orizzonte 2027), con volumi di transazioni che restano un ingranaggio stabile del sistema: meno emergenza, più gestione ordinaria.

Anche gli operatori specializzati continuano a muoversi: dalle acquisizioni alle piattaforme di servicing, fino ai progetti di gestione e recupero su portafogli specifici. È la “normalizzazione” del settore: meno fiammate, più catena di montaggio.

Cosa cambia per cittadini e imprese: il punto vero è il credito “che torna a girare”

Un sistema bancario con meno zavorre ha, in teoria, più spazio per fare la cosa che dovrebbe fare sempre: finanziare l’economia reale. Ma il passaggio non è automatico. Servono: prezzi del credito sostenibili, valutazioni rapide, strumenti per gestire i momenti di stress (ristrutturazioni, moratorie mirate, accordi di continuità) senza aspettare che un ritardo diventi un default.

Se la stagione degli Npl-monstre sembra alle spalle, la nuova sfida è evitare che la prossima ondata nasca in silenzio. Perché spesso il deterioramento non si annuncia con una sirena: inizia con una rata saltata, un fido tirato, uno sconfinamento ripetuto. E lì, oggi, i radar sono puntati. 

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