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IBL: Ilva, la fabbrica dei paradossi. Perché nessuno vuole salvarla

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IBL: Ilva, la fabbrica dei paradossi. Perché nessuno vuole salvarla

L’Istituto Bruno Leoni smonta la retorica politica: “Conti senza l’oste”.

(Foto: il tavolo delle trattative per l'Ilva).

“Una settimana decisiva”. Di nuovo. Per l’ex Ilva di Taranto si torna a parlare, per l’ennesima volta, di giorni cruciali. Ma stavolta il rischio è concreto: il tribunale di Milano potrebbe imporre lo stop agli impianti. E il ministro Adolfo Urso ha già convocato una maratona negoziale al Mimit per salvare il salvabile.

Ma l’Istituto Bruno Leoni va dritto al punto: “Si fanno i conti senza l’oste. Perché l’oste, l’impresa, non c’è più. E non c’è più proprio a causa della politica e della magistratura”.

Una frase netta, che introduce un’analisi spietata in cui si smontano tutte le retoriche su cui da anni si regge la narrazione attorno all’acciaieria. “La vicenda dell’ex Ilva è un concentrato dei mali italiani: giustizia imprevedibile, burocrazia invadente, sindacalismo dirigista e improvvisazione politica. In queste condizioni non può nascere alcun progetto industriale credibile”.

Calci alla lattina e fughe dal tavolo

A scatenare la spirale è stato il sequestro preventivo degli impianti deciso dalla magistratura. Da lì, una giostra di decreti contraddittori: alcuni per disinnescare gli effetti del sequestro, altri per costringere i vecchi proprietari a finanziare la bonifica ambientale, altri ancora per attirare nuovi partner industriali.

Ma tutti con un tratto comune: “continuare a cambiare le regole del gioco, ostacolando chi voleva provarci”. È accaduto con ArcelorMittal, “ed è di nuovo sotto gli occhi di tutti”.

“Non si può chiedere a un’impresa di gestire un impianto complesso e competitivo come un’acciaieria globale, seguendo un piano industriale scritto da qualcun altro, sotto rigidi vincoli occupazionali, ambientali e sindacali”. Nessuna azienda seria accetterebbe una sfida simile, a meno di non avere garanzie totali (e pubbliche) di copertura.

Né privatizzazione, né nazionalizzazione

A questo punto, non si può più credere alla favola che un investitore “verrà convinto con gli incentivi”. Ma nemmeno la soluzione opposta, quella della nazionalizzazione definitiva, offre una via d’uscita.

“Lo Stato stesso si troverebbe intrappolato tra obiettivi inconciliabili: ambientali, occupazionali, industriali e finanziari. E neppure un supermanager pubblico potrebbe uscirne indenne”.

Così ci si ostina a non considerare l’unica soluzione rimasta sul tavolo: il fallimento controllato, che almeno consentirebbe di ripartire da basi realistiche. Ma è un’opzione che nessuno osa nominare, perché comporterebbe scelte dolorose e impopolari.

“Abbiamo passato più di dieci anni a prendere a calci la lattina – ma ormai il fondo della strada è arrivato”.

Un caso esemplare di anti-industrialismo italiano

Il dramma dell’ex Ilva è un “caso scuola di anti-industrialismo all’italiana”. Invece di affrontare il nodo dell’attrattività per gli investimenti, si sono moltiplicate regole, veti e vincoli. Invece di offrire stabilità e fiducia, si è generato caos normativo e conflitto istituzionale.

“Così non si salva un’azienda. Così si affonda un intero settore”.

E mentre il governo si appresta a una nuova “settimana decisiva”, l’industria guarda altrove. E il mercato globale dell’acciaio corre senza aspettare i tempi della politica italiana.

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