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Venezuela, Trump impone la regia: “Io” al comando della transizione

- di: Bruno Coletta
 
Venezuela, Trump impone la regia: “Io” al comando della transizione
Venezuela, Trump impone la regia: “Io” al comando della transizione

Tra promesse di ricostruzione e minacce di “secondo round”, la Casa Bianca scommette su Delcy Rodríguez. María Corina Machado rilancia: rientro “al più presto”. E Washington riscrive il dossier sul Cartel de los Soles.

La parola d’ordine, stavolta, non è “elezioni”, ma controllo. Nella crisi venezuelana post-Nicolás Maduro, Donald Trump si prende la scena e si presenta come direttore d’orchestra di una transizione che – avverte – non sarà né breve né lineare. In parallelo, l’opposizione prova a rientrare nel gioco: María Corina Machado, fresca di Nobel per la pace, annuncia il ritorno in patria “appena possibile” e punta il dito contro Delcy Rodríguez, figura-chiave del potere chavista che oggi Washington considera (almeno per ora) la sponda più “gestibile”.

Il paradosso è tutto qui: gli Stati Uniti che rivendicano la difesa della democrazia finiscono per affidarsi a una dirigente cresciuta nel cuore del sistema che vogliono superare. Non è solo realpolitik: è una scommessa di stabilità, con il timbro dell’intelligence e la paura di un vuoto di potere ingestibile.

Trump lo dice senza giri di parole quando gli chiedono chi comandi davvero: “Io”. È un messaggio per gli alleati, per i rivali e per il suo stesso campo politico: la “transizione” diventa un capitolo della presidenza, non un dossier tra i tanti. E la timeline si allunga: niente urne in tempi immediati, perché prima – sostiene – bisogna rimettere in piedi un Paese sfinito e soprattutto la macchina energetica che, nelle intenzioni americane, dovrebbe tornare a produrre e a pesare sul mercato globale.

Dentro la cabina di regia, Trump schiera i nomi più discussi e più fedeli: Marco Rubio come volto diplomatico, il Pentagono in prima fila, l’ala dura sull’immigrazione e sicurezza a fare da cerniera politica. L’obiettivo è doppio: tenere insieme l’operazione estera e l’elettorato interno, che digerisce malvolentieri l’idea di “nation building” ma applaude quando il tema diventa droga, confini e sicurezza nazionale.

In questo quadro, Delcy Rodríguez viene dipinta come interlocutrice “operativa”. Trump lascia filtrare che la cooperazione è la condizione per evitare nuove azioni muscolari: la logica è quella del bastone in bella vista e della carota sotto banco, con la variabile più delicata – le sanzioni – pronta a essere rimodulata a seconda della lealtà (o utilità) del momento.

Machado, dal canto suo, cerca di ribaltare la narrazione: rivendica la legittimità popolare dell’opposizione, attacca Rodríguez sul terreno dei diritti umani e del presunto coinvolgimento del potere chavista in corruzione e traffici. E soprattutto prova a offrire a Trump un “patto” politico: sostegno alla pressione americana, in cambio di un percorso credibile verso elezioni realmente competitive. La sua promessa è un rientro rapido, anche per spegnere i sospetti – dentro e fuori il Venezuela – che l’opposizione sia stata messa ai margini proprio nel momento in cui avrebbe voluto capitalizzare la caduta del vecchio equilibrio.

Ma Washington manda segnali contrari. L’impressione, leggendo i retroscena circolati negli ultimi giorni, è che nella stanza dei bottoni americana pesi un calcolo brutale: un’opposizione frammentata può incendiare le piazze e scatenare vendette interne; un pezzo del vecchio apparato, invece, può garantire continuità burocratica, gestione delle forze armate e un minimo di ordine pubblico nel brevissimo periodo. È la transizione “con guanti sporchi” che nessuno ama raccontare, ma che spesso viene praticata.

Nel frattempo, c’è un altro segnale che illumina la traiettoria americana: la mossa del Dipartimento di Giustizia sul caso Maduro. In documenti recenti, l’accusa non abbandona l’impianto sul narcotraffico, ma cambia la geometria del “Cartel de los Soles”: non più un’organizzazione strutturata come un cartello in senso classico, bensì un sistema di patronato e una cultura della corruzione alimentata dai proventi della droga. È una correzione non banale: riduce l’enfasi “da nemico assoluto” e apre spazi interpretativi su quanto fosse solido, fin dall’inizio, il racconto ufficiale costruito per isolare il regime.

Questa ricalibratura incrocia una decisione ancora più pesante: la designazione del Cartel de los Soles come Foreign Terrorist Organization, formalizzata a fine novembre 2025. Se la definizione cambia nei tribunali, la domanda diventa inevitabile: quanto regge, politicamente e giuridicamente, l’etichetta di terrorismo? Tradotto: non è solo un processo a Maduro, è un test sulla coerenza dell’intera strategia americana.

La partita venezuelana, insomma, è un cubo di Rubik: diplomazia, energia, migrazione, droga, propaganda interna. Trump la tratta come un dossier “totale”, da modellare con la forza e con la leva economica. Machado prova a riportarla sul terreno di una transizione democratica “pulita”. Rodríguez, per ora, galleggia come soluzione-ponte: utile, discutibile, forse temporanea. Ma in politica internazionale il provvisorio ha un vizio: spesso dura più del previsto.

Una cosa, però, sembra già chiara: la promessa di elezioni rapide è stata congelata. E ogni giorno che passa sposta l’asticella dal “dopo Maduro” al “dopo Maduro secondo Trump”. Il rischio è che la transizione diventi un contenitore elastico, riempito di stabilità a breve e di ambizioni a lungo, mentre il Venezuela reale – servizi, salari, sicurezza, libertà – resta in attesa del suo turno.

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