Tra memorie contese, maxi-grazie e nuovi candidati: il 6 gennaio non passa mai.
(Foto: un momento dell’assalto a Capitol Hill ripreso dalle telecamere di servizio).
Cinque anni dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, gli Stati Uniti non “commemorano”: litigano. E non è un dettaglio di colore. È la fotografia di un Paese dove la cronaca è diventata identità, e l’identità si difende come un fortino. Da una parte Donald Trump — tornato alla Casa Bianca nel 2025 — che insiste nel dipingere quella giornata come una protesta “patriottica”. Dall’altra i democratici che parlano di revisionismo, impunità e di un messaggio pericoloso: se la violenza è “dalla parte giusta”, diventa perdonabile.
Il quinto anniversario ha riacceso il cuore del conflitto: non solo “cosa è successo”, ma chi ha il diritto di raccontarlo. E mentre a Washington si contano i simboli (una targa per gli agenti ancora ferma, una cerimonia mancata, un presidio ridotto ma rumoroso), la battaglia vera corre su un piano più vasto: documenti, narrazioni ufficiali, parole d’ordine, e una macchina politica che lavora per trasformare il 6 gennaio in un test di fedeltà.
In pubblico, Trump continua a battere sullo stesso tasto, quello che fa più presa sulla sua base: la cornice del “corteo” e non dell’assalto. In questa chiave, il presidente ha riproposto l’idea che i suoi sostenitori si siano mossi in modo ordinato e “patriottico”. Il punto non è soltanto il lessico: è l’effetto. Perché se la giornata diventa una “passeggiata degenerata”, allora la responsabilità politica evapora; se invece resta un attacco al processo democratico, allora pesa come un macigno sul presente.
I democratici hanno scelto l’arma opposta: mettere agli atti. In una sessione “informale” organizzata per l’anniversario, il leader alla Camera Hakeem Jeffries ha accusato i repubblicani e il presidente di provare a ripulire la memoria collettiva. "Non permetteremo che la storia venga riscritta e ripulita", è il senso del messaggio ribadito dai vertici dem, che hanno puntato sull’idea di una verità documentata contro una verità “di parte”.
Il detonatore più potente resta la scelta compiuta all’inizio del secondo mandato: una maxi-mossa di clemenza che ha rimesso in libertà — o cancellato procedimenti per — quasi tutti gli imputati del 6 gennaio. Qui la politica diventa immediatamente sicurezza pubblica: perché non si discute solo del passato, ma del “dopo”. I democratici sostengono che quelle grazie abbiano normalizzato l’idea di un’impunità politica, e che il segnale sia stato recepito ben oltre la cerchia degli ultras.
In un report diffuso dallo staff dei democratici della House Judiciary Committee, la tesi è brutale: la clemenza avrebbe rimesso in circolazione persone condannate per reati gravi e, in vari casi, coinvolte in ulteriori episodi criminali dopo il 6 gennaio. Nel documento si parla di almeno 33 beneficiari della clemenza poi “convinti, accusati o arrestati” per altri reati, con un elenco che va dai crimini sessuali alla violenza domestica, fino a minacce a esponenti politici e reati con armi. La conclusione, scritta senza mezze misure, è che il Paese pagherebbe un prezzo concreto in termini di sicurezza.
Ma il report va oltre la conta: punta il dito su quella che descrive come una punizione sistematica di investigatori e procuratori che avevano lavorato ai casi del 6 gennaio. L’argomento è esplosivo perché sposta il focus dal perdono dei rivoltosi alla “ristrutturazione” del Dipartimento di Giustizia: non più solo una decisione politica, ma un cambio di clima dentro le istituzioni che dovrebbero garantire la tenuta dello Stato di diritto.
Dentro questa America che discute perfino le targhe, anche i simboli diventano notizia. Secondo ricostruzioni giornalistiche, resta bloccata l’installazione di una targa in onore degli agenti che difesero il Capitol, nonostante un obbligo approvato dal Congresso: un oggetto minuscolo che però, in questo contesto, pesa come un monumento. Il democratico Jamie Raskin l’ha descritta come qualcosa che starebbe “a prendere polvere” invece di essere esposta: un’immagine perfetta per un Paese dove perfino la gratitudine è diventata partigiana.
E poi c’è la scena che sembra uscita da un film satirico, ma è cronaca: Jacob Chansley, il volto più riconoscibile del 6 gennaio — quello del copricapo con corna, il petto nudo e il trucco a stelle e strisce — oggi prova a trasformare la notorietà in capitale politico. Dopo la condanna a 41 mesi per la sua partecipazione e la successiva clemenza, Chansley ha annunciato l’intenzione di correre per la guida dell’Arizona. La novità, però, è la torsione narrativa: il personaggio simbolo dell’“America rubata” diventa anche un critico del trumpismo di governo, accusando l’establishment di corruzione e tradimenti.
Il paradosso è che Chansley rappresenta contemporaneamente due cose: la radicalizzazione che ha portato al 6 gennaio e la frammentazione di quell’area politica oggi. Non è un caso isolato, ma è un caso che fa rumore perché mette in scena una frattura: anche chi ha ricevuto clemenza può rivendicare, domani, una purezza “anti-sistema” contro lo stesso potere che lo ha graziato.
Sullo sfondo, resta l’eredità istituzionale: il 6 gennaio costò a Trump un secondo impeachment con l’accusa di incitamento all’insurrezione. Il Senato lo assolse, ma quel passaggio è rimasto una cicatrice politica, pronta a riaprirsi ogni volta che l’anniversario torna sul calendario. Oggi Trump avverte anche i suoi: se alle elezioni di midterm la maggioranza dovesse cambiare, l’ombra di un nuovo impeachment potrebbe riaffacciarsi. Un’ipotesi che suona insieme come minaccia, profezia e — per i suoi avversari — promemoria.
Il quinto anniversario non è stato una cerimonia: è stato un’altra puntata dello stesso conflitto. Per una parte del Paese, il 6 gennaio è il giorno in cui lo Stato ha “perseguitato” patrioti; per l’altra, è il giorno in cui la democrazia ha visto la propria fragilità in diretta. E finché le due versioni continueranno a vivere in parallelo, ogni anniversario sarà meno una data e più un referendum emotivo su cosa significhi, davvero, essere americani.