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Venezuela dopo Maduro: Rodríguez accusa gli Usa, partita sul petrolio

- di: Bruno Legni
 
Venezuela dopo Maduro: Rodríguez accusa gli Usa, partita sul petrolio
Venezuela dopo Maduro: Rodríguez accusa gli Usa, partita sul petrolio
A Caracas si parla di “macchia” storica, a Washington di risorse e condizioni: tra lutto, negoziati e pressioni, il Paese entra in una transizione ad altissima tensione.

(Foto: la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez).

La parola che Delcy Rodríguez sceglie per descrivere il nuovo capitolo tra Caracas e Washington non è diplomatica, è emotiva: una “macchia” che — dice — non aveva precedenti nella storia dei rapporti tra i due Paesi. Il riferimento è diretto all’operazione statunitense che, secondo ricostruzioni convergenti di più testate internazionali, ha portato alla cattura dell’ormai ex presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio. A Caracas, la formula ufficiale è un misto di indignazione e controllo dei danni: il Venezuela “non è in guerra”, ma sostiene di essere stato colpito da una potenza militare superiore e nucleare.

La scena che accompagna la politica è cupa: funerali, uniformi, bare avvolte nella bandiera e un Paese che prova a raccontarsi “inermi” mentre conta i morti. Le autorità venezuelane parlano di vittime significative durante il blitz; il governo ha proclamato giorni di lutto e i vertici militari hanno promesso indagini e risposta giudiziaria, evocando perfino l’ipotesi di crimine di guerra. Sullo sfondo, la vicenda non è solo un terremoto istituzionale: è un messaggio geopolitico in piena regola, recapitato con i guanti del diritto e il pugno della forza.

Il punto, però, è che la transizione non cammina sulle sole gambe della politica. Cammina — e corre — su un’unica parola: petrolio. Ed è qui che la storia diventa paradossale: mentre Rodríguez denuncia lo strappo, ricorda anche che una quota rilevante delle esportazioni venezuelane continua a guardare verso gli Stati Uniti. Tradotto: si può gridare allo scandalo e, nello stesso tempo, ammettere che il rubinetto energetico è una leva troppo importante per essere chiusa d’impulso.

Da Washington il tono è tutt’altro che contrito. Il presidente Donald Trump ha rivendicato la guida della “transizione”, e nel dibattito politico statunitense sono circolate frasi muscolari sulla gestione delle risorse venezuelane. In parallelo, la cronaca economica racconta contatti serrati tra l’industria petrolifera venezuelana e interlocutori americani: la compagnia statale PDVSA ha segnalato l’avvio e l’avanzamento di negoziati che ruotano attorno a forniture, prezzi e condizioni di vendita. L’idea che trapela è semplice e spietata: l’energia come corridoio obbligato per qualunque ricucitura politica.

In questo incastro, Rodríguez prova a posizionarsi su una linea sottile: apertura al dialogo, ma rifiuto di qualsiasi cornice percepita come commissariamento. “Non siamo in guerra”, è il messaggio, accompagnato dall’altro lato della frase: “Siamo un Paese di pace aggredito”. È una retorica pensata per due pubblici: interno (tenere unito l’apparato e calmare la piazza) ed esterno (convincere i partner che il Venezuela non è un campo di battaglia permanente, quindi può tornare a essere affidabile sul piano commerciale).

Il problema è che, nel 2026, “affidabile” significa anche “verificabile”. E la cattura di Maduro è diventata un caso globale proprio perché mette in discussione il confine tra enforcement internazionale e cambio di regime. Nelle stesse ore, dalle Nazioni Unite sono arrivati richiami al rischio di precedenti pericolosi e alla necessità di evitare un’escalation. Anche qui, le parole contano: quando un’operazione militare produce decine di morti e un trasferimento del potere, ogni formula diplomatica si trasforma in una miccia, o in un estintore.

Dentro il Paese, la partita più imprevedibile è quella della legittimità. Delcy Rodríguez è una figura di potere dell’era precedente: per alcuni, garante di continuità; per altri, simbolo di un sistema da smontare. L’opposizione anti-chavista, dal canto suo, prova a riprendersi la scena e a presentarsi come guida naturale della transizione. La leader María Corina Machado ha contestato pubblicamente la leadership di Rodríguez e ha rilanciato la richiesta di un percorso elettorale credibile, sostenendo che in elezioni libere l’opposizione stravincerebbe. Anche Edmundo González Urrutia è tornato nel racconto mediatico come possibile riferimento politico, segno che il fronte avverso al chavismo cerca una sintesi tra radicalità e riconoscibilità internazionale.

Intanto, la sicurezza resta un nervo scoperto. Con Diosdado Cabello a gestire la narrazione interna su vittime, responsabilità e indagini, la domanda che rimbalza tra i palazzi e le periferie è la stessa: chi controlla davvero l’ordine pubblico? Il rischio, in una transizione nata da un’azione esterna, è che le istituzioni si muovano per inerzia mentre sul territorio si moltiplicano fratture, vendette, regolamenti di conti e “zone grigie” dove il potere passa di mano senza verbali.

Ed eccoci al cuore del dilemma venezuelano: come difendere la sovranità mentre si negozia la sopravvivenza economica. Rodríguez parla di diversificazione dei mercati e resistenza alle pressioni, ma la realtà è che l’industria petrolifera è stata logorata da anni di sotto-investimenti, sanzioni, fuga di competenze e infrastrutture esauste. Per riaccendere davvero la macchina servono capitali e tecnologia; e oggi quei capitali chiedono garanzie legali, stabilità e una cornice politica non provvisoria.

Il risultato è una transizione che somiglia a un negoziato permanente: ogni gesto politico ha un prezzo energetico, ogni barile esportato ha un peso diplomatico. Caracas tenta di evitare l’immagine di un protettorato, Washington tenta di trasformare la leva del petrolio in un vincolo strutturale. In mezzo ci sono i venezuelani, che non misurano la geopolitica in comunicati ma in ore di luce, scaffali pieni e salari che tornino ad avere senso.

Se la “macchia” evocata da Delcy Rodríguez diventerà uno strappo irreparabile o il pretesto per riscrivere un rapporto — più asimmetrico, ma forse meno ipocrita — lo diranno le prossime settimane. La certezza, per ora, è che il Venezuela è entrato in una fase in cui la politica parla il linguaggio dei grandi eventi, ma l’economia impone il lessico dei contratti. E quando questi due dizionari si sovrappongono, la storia accelera. Non sempre nella direzione giusta.

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