(Foto: Zelensky e Trump in un incontro).
Donald Trump rientra nel grande gioco della diplomazia globale con una strategia che ribalta molti degli equilibri costruiti negli ultimi due anni: sostegno all’Ucraina sì, ma con un ruolo americano ridimensionato e una responsabilità crescente affidata all’Europa. In un’intervista diffusa l’8 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti ha messo nero su bianco una linea che cambia profondamente l’architettura della sicurezza occidentale.
Trump ha spiegato che Washington è pronta a essere parte di un futuro sistema di garanzie per Kiev, ma solo se c’è una condizione preliminare che, nelle sue parole, rende tutto possibile: la certezza che la Russia non tenterà un nuovo attacco. «Sento fortemente che non reinvaderanno, altrimenti non sarei d’accordo», ha detto in un’intervista al New York Times (NYT), collegando ogni impegno militare a una previsione politica più che a un deterrente permanente.
È un cambio di paradigma. Fino a oggi gli Stati Uniti hanno rappresentato l’asse portante del sostegno a Volodymyr Zelenskiy, sia sul piano militare sia su quello diplomatico. Trump, invece, propone una sorta di “europeizzazione” della sicurezza ucraina: l’ombrello resta, ma non è più americano al centro. «I suoi alleati, tutta l’Europa, gli altri Paesi che vi partecipano — e gli Stati Uniti», ha elencato, costruendo una gerarchia che per la prima volta mette Washington in fondo alla fila.
Dietro questa scelta c’è una lettura molto precisa del rapporto con il Cremlino. Per Trump, Vladimir Putin avrebbe un reale interesse a congelare o chiudere il conflitto. «Penso che voglia fare un accordo… ci penso da molto tempo», ha dichiarato, tornando su una tesi che lo accompagna da anni: la convinzione che Mosca sia più pragmatica di quanto venga descritta in Occidente.
Non è solo una valutazione geopolitica, ma anche un messaggio politico interno. Trump racconta di aver visto negoziati bloccarsi non sempre per colpa russa. «Ci sono stati casi in cui avevo convinto Putin e Zelenskiy non voleva chiudere l’accordo… e altri in cui è successo il contrario», ha detto, dipingendo un quadro più sfumato delle responsabilità nel fallimento delle precedenti trattative.
Secondo il presidente americano, oggi però la situazione sarebbe diversa. «Penso che ora entrambi vogliano fare un accordo, ma lo scopriremo», ha aggiunto, lasciando intendere che il momento diplomatico sia più favorevole di quanto non lo sia stato in passato.
Il nodo più delicato resta quello dei tempi. Qui Trump si muove con una cautela inedita rispetto alle sue promesse del passato. Niente countdown, niente scadenze pubbliche. «Stiamo facendo del nostro meglio. Non ho una tempistica», ha spiegato, quasi a voler disinnescare in anticipo qualsiasi aspettativa irrealistica.
Ancora più significativa è la sua prudenza sul fronte militare. Alla domanda se gli Stati Uniti sarebbero pronti ad aumentare il sostegno a Kiev nel caso in cui Mosca respingesse un cessate il fuoco, Trump ha scelto di non legarsi le mani. «Non voglio trovarmi nella posizione di dire questo, perché ho l’obbligo di vedere se posso salvare vite», ha affermato, usando la leva dell’incertezza come strumento negoziale.
Nel frattempo, sullo sfondo, la diplomazia europea si muove. Nelle ultime settimane si è intensificato il lavoro su un pacchetto di garanzie di sicurezza che dovrebbe rendere credibile la pace, qualunque forma essa assuma. Da Parigi a Berlino, passando per Bruxelles, l’idea è che senza una struttura solida di protezione l’Ucraina resterebbe esposta a nuove pressioni russe.
Per Zelenskiy, questo è il punto centrale: ottenere impegni che non siano solo politici ma anche operativi. Ed è qui che il ruolo degli Stati Uniti, anche se definito “secondario” da Trump, resta in realtà decisivo. Nessun altro Paese dispone della stessa capacità di deterrenza, intelligence e proiezione militare.
La posizione di Trump, dunque, crea una tensione evidente: da un lato chiede all’Europa di fare di più, dall’altro sa che senza Washington qualsiasi architettura di sicurezza rischia di essere fragile. È un equilibrio sottile, che punta a ridurre il peso americano senza farlo sparire del tutto.
In molte capitali europee il messaggio è già stato colto. L’idea che gli Stati Uniti possano scegliere di “stare un passo indietro” spinge i governi a riconsiderare spese militari, cooperazione industriale e integrazione delle difese. In altre parole, la guerra in Ucraina diventa anche il motore di una nuova fase dell’autonomia strategica europea.
Trump, dal canto suo, sembra voler trasformare la pace in una questione di equilibrio tra interessi, più che di valori. La sua scommessa è che un accordo con Putin sia possibile e che, una volta raggiunto, la minaccia di una nuova invasione si dissolva. Se questa lettura si rivelerà corretta, lo dirà solo il tempo. Ma intanto una cosa è certa: la politica estera americana ha già cambiato traiettoria.
E per l’Ucraina, che combatte da anni per la propria sopravvivenza, questa nuova geometria di potere sarà tanto cruciale quanto il risultato sul campo. Perché una pace senza garanzie solide rischia di essere solo una pausa tra due guerre.