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Piazzetta Cuccia, il nodo del piano Mps: Borsa o delisting?

- di: Bruno Coletta
 
Piazzetta Cuccia, il nodo del piano Mps: Borsa o delisting?

Il futuro di Mediobanca divide vertici e mercato: integrazione totale o rilancio sul listino per restare leva strategica nel risiko bancario. Il risiko bancario non dorme mai: cambia ritmo, cambia faccia, ma torna sempre a bussare quando le quotazioni corrono e le governance si riscrivono.

A Milano, in queste ore, la scena è dominata da Monte dei Paschi di Siena: la banca accelera sul nuovo piano industriale da presentare a autorità e mercato, con una marcia in più dettata da un’agenda che non lascia spazio a rinvii. Al centro, il “cantiere” dell’integrazione con Mediobanca e la scelta più delicata: tenere Piazzetta Cuccia in Borsa o portarla fuori dal listino per integrarla più a fondo nel gruppo.

La regia è nelle mani dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, con il supporto di advisor che pesano nel dibattito strategico: numeri, sinergie, architettura societaria e — soprattutto — la sostenibilità politica e industriale delle opzioni in campo. Perché qui non si decide soltanto un assetto tecnico: si decide che tipo di “campione” vuole diventare Mps nel nuovo scenario italiano ed europeo, mentre gli investitori misurano ogni mossa e la Borsa fa da amplificatore.

Il bivio è noto, ma la sostanza è tutt’altro che banale. Da una parte c’è l’ipotesi del delisting: Mediobanca verrebbe tolta dal mercato e alcune attività — tipicamente investment banking e private banking — potrebbero restare in una entità legale separata, pur dentro un disegno di integrazione più “serrato”. Dall’altra parte c’è la strada opposta: mantenere Mediobanca quotata, lavorare sul ripristino del flottante e usare quella piattaforma come leva di flessibilità (e, per alcuni, come assicurazione) in vista di una seconda fase di consolidamento.

Dietro le formule, c’è un punto che il mercato capisce al volo: il delisting tende a “chiudere” la partita, a massimizzare le sinergie e a rendere più lineare la catena di comando; la permanenza in Borsa, invece, lascia più gradi di libertà — ma anche più vincoli di trasparenza e più attrito potenziale con gli azionisti che vogliono contare, oggi e domani. La bussola sono le sinergie: nel perimetro Mps-Mediobanca, la cifra che circola da mesi è 700 milioni di euro, un obiettivo che diventa più semplice da inseguire se la macchina organizzativa gira come un unico motore.

Non è una discussione “da addetti ai lavori”. Perché l’assetto di Mediobanca ha riflessi diretti su un pezzo di finanza italiana che non si limita alle banche: la catena delle partecipazioni e il ruolo di alcuni soci rendono il dossier sensibile anche sul fronte assicurativo e delle grandi partite di sistema. In altre parole: non è solo un merger, è una riscrittura di pesi e contrappesi.

In questo quadro, la governance non è un capitolo finale: è il prologo. Mps ha in agenda passaggi societari ravvicinati e un confronto interno che, inevitabilmente, si intreccia con la discussione su liste, equilibri nel consiglio e linee di comando. E quando una banca cambia pelle, ogni dettaglio di statuto e rappresentanza diventa una pedina. Il punto è capire quanto l’istituto voglia “stringere” il controllo operativo e quanto invece preferisca tenere aperto un margine di manovra per eventuali mosse successive nel risiko.

Nel frattempo, una voce di mercato ha provato a infilarsi come un cuneo: l’ipotesi che Delfin, primo socio privato di Mps con il 17,5%, potesse cedere una parte (o tutto) della quota. È arrivata una smentita netta, con toni che non lasciano spazio a interpretazioni: "non ha mai discusso alcuna ipotesi di dismissione". E non solo: l’azionista ha respinto l’idea di negoziazioni con potenziali compratori e ha rimarcato l’impostazione da investitore di lungo periodo.

La puntualizzazione pesa per due motivi. Primo: perché in fasi come questa, la stabilità dell’azionariato è ossigeno, mentre anche solo il sospetto di cessioni può alimentare volatilità e spingere i titoli in direzioni difficili da governare. Secondo: perché Delfin è una galassia che il mercato osserva con attenzione, anche alla luce delle tensioni e dei dibattiti interni alla famiglia Del Vecchio che, ciclicamente, tornano a riaffiorare nelle ricostruzioni della stampa economica.

Se Siena lavora di scalpello sul proprio perimetro, Milano intanto guarda anche all’altro tavolo caldo: Banco BPM. Qui la partita è formalmente “statutaria” e di rinnovo del cda, ma in realtà è un test di equilibrio tra soci e vigilanza. Il punto è l’avanzata di Crédit Agricole, che ha ottenuto il via libera della BCE a portarsi oltre il 20% del capitale, in un contesto in cui Francoforte — secondo diverse ricostruzioni — accompagna l’ok con indicazioni di governance per evitare l’effetto “controllo di fatto”.

Qui il confine tra investimento strategico e takeover “strisciante” è sottile. Da un lato, Crédit Agricole rivendica un ruolo da azionista stabile e la volontà di rimanere sotto le soglie che farebbero scattare obblighi d’offerta; dall’altro, l’istituto francese guarda a come pesare nel board e a come difendere — o valorizzare — la propria presenza industriale in Italia. La BCE, in questa cornice, non ragiona in astratto: guarda a conflitti d’interesse, presìdi di indipendenza e meccanismi di rappresentanza nel consiglio.

Non a caso, sul tavolo di Banco BPM ci sarebbe anche l’ipotesi di ridisegnare gli spazi per gli azionisti di minoranza nel nuovo board: una mossa che, se confermata, cambierebbe la geometria del potere interno e diventerebbe un segnale al mercato su come la banca intenda gestire la fase in cui un socio sopra il 20% non può più essere trattato come “uno dei tanti”. In parallelo, i vertici si preparano a mettere ordine tra calendario finanziario, regole e lista per il rinnovo, cercando un equilibrio tra continuità e blindatura.

Il filo rosso è lo stesso: quando le banche entrano nella stagione dei grandi incastri, la Borsa smette di essere un termometro e diventa un motore. E infatti i numeri a Piazza Affari raccontano un anno di corsa, con performance che non si vedono spesso concentrate nello stesso settore. Nell’arco che va dal 16 gennaio 2025 alla chiusura di metà gennaio 2026, alcuni titoli bancari hanno segnato rialzi a doppia cifra: in testa Popolare di Sondrio (oltre +100%), seguita da Bper, Unicredit, Banco BPM, Mps e Mediobanca. Un listino che scommette, in sostanza, che il risiko non sia un episodio ma un processo.

In questo contesto, anche chi dice “non partecipo” finisce per partecipare, almeno in controluce. Intesa Sanpaolo, per esempio, continua a ribadire una linea di prudenza sul risiko, ma resta al centro dell’attenzione come benchmark di redditività e di execution. La sua storia recente — tra integrazioni e grandi operazioni già digerite — è lì a ricordare che le fusioni non sono solo annunci: sono anni di cantieri, risparmi da catturare, sistemi IT da far dialogare e persone da convincere che la somma può davvero essere più grande delle parti.

Per Mps, la sfida è doppia: dimostrare che l’operazione con Mediobanca non è soltanto un salto di scala, ma una strategia coerente; e scegliere una struttura che non generi una guerra di nervi tra soci, mercato e vigilanza. Il delisting promette efficienza e integrazione più rapida, ma riduce la “moneta” quotata e può irrigidire alcune dinamiche. La permanenza in Borsa preserva una vetrina e un valore di mercato immediatamente leggibile, ma costringe a convivere con un flottante da ricostruire e con investitori che, per definizione, non ragionano all’unisono.

La partita, inoltre, si intreccia con il tempo: la BCE e il mercato vogliono vedere un piano che stia in piedi anche in scenari di tassi meno generosi, con ricavi da commissioni capaci di reggere e costi sotto controllo. E qui l’“innesto” Mediobanca — investment banking, wealth management, private banking — può diventare la risposta più solida a un ciclo meno favorevole sul margine d’interesse. Ma la risposta funziona solo se l’integrazione è governata senza ambiguità.

In fondo, la domanda che rimbalza tra sale riunioni e desk è una sola: Mps vuole chiudere il cerchio — diventare un gruppo più compatto e integrato — o preferisce tenere una porta socchiusa per la prossima mossa? La scelta su Piazzetta Cuccia è il perno. Perché, nel risiko, non contano solo i pezzi che muovi oggi: conta anche la posizione in cui li lasci per la partita di domani.

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