È un’Italia che si cura sempre di più fuori dal Servizio sanitario nazionale quella fotografata dal nuovo rapporto GIMBE. Una crescita impressionante, quasi geometrica: in sette anni il cosiddetto “privato puro” — quello completamente sganciato dal SSN, pagato di tasca propria o tramite polizze — è aumentato del 137%. Un dato che, da solo, racconta la fuga silenziosa ma costante dei cittadini verso un sistema parallelo, regolato dalle possibilità economiche individuali molto più che dal principio costituzionale dell’universalità.
Sanità, l’allarme GIMBE: il “privato puro” corre (+137% in 7 anni)
“Va ribadito — spiega il presidente Nino Cartabellotta — che ai fondi sanitari integrativi e al welfare aziendale viene riconosciuta una defiscalizzazione il cui impatto sulla finanza pubblica non è mai stato reso noto, né realmente calcolabile”.
Una sorta di zona d’ombra contabile, che però produce effetti concreti: risorse pubbliche che, indirettamente, finiscono per finanziare soggetti privati. Una “privatizzazione occulta”, la definisce il presidente GIMBE, che si sviluppa mentre la sanità pubblica arretra, lasciando spazi sempre più ampi a operatori privati in grado di intercettare domanda inevasa.
La crisi del SSN travolge anche la sanità integrativa
E così, dopo una fase di entusiasmo quasi euforico, oggi la sanità integrativa mostra tutti i suoi limiti strutturali. Con quasi 12 milioni di iscritti nel 2023, i fondi sanitari sono costretti a rimborsare un numero crescente di prestazioni che il SSN non riesce più a garantire nei tempi e nei modi dovuti.
Il risultato è un cane che si morde la coda:
- più la sanità pubblica arretra,
- più aumenta il numero di prestazioni rimborsate,
- più i fondi sanitari entrano in tensione economica.
“La sanità integrativa può funzionare solo se integra un sistema pubblico forte — avverte Cartabellotta —. Se invece viene chiamata a sostituirne le carenze, rischia di affondare insieme al SSN”.
Una frase che richiama una verità spesso taciuta: senza un sistema universale solido, nessun meccanismo assicurativo può reggere il peso di milioni di prestazioni ad alta complessità o cronicità.
L’assalto dei grandi capitali: sanità come settore ad alta redditività
In parallelo cresce l’interesse — e la presenza — di fondi d’investimento, assicurazioni, gruppi bancari e società finanziarie. Spinti da trend strutturali come l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche, questi soggetti vedono nella sanità un terreno fertile per investimenti ad alta resa.
Si muovono su due strade:
- acquistano quote societarie di poli sanitari e cliniche private;
- stringono partenariati pubblico-privato con Aziende sanitarie e Regioni.
Nessuna demonizzazione, chiarisce GIMBE. Ma serve cautela. “Se l’ingresso di capitali privati non può essere criminalizzato, senza regole chiare e una governance rigorosa aumenta il rischio di sbilanciare l’equilibrio tra l’obiettivo pubblico della tutela della salute e quello imprenditoriale della legittima generazione di profitti”.
È la linea sottile — sempre più fragile — che separa la complementarità dalla sostituzione.
Il “secondo binario”: cure solo per chi può permettersele
Ma è sul rapporto tra investitore privato ed erogatore privato “puro” che si concentra la preoccupazione maggiore. Lì si costruisce quel “secondo binario”, ormai evidente in molte regioni: un sistema totalmente sganciato dal SSN, accessibile solo a chi può pagare direttamente o tramite coperture assicurative.
Visite, esami, interventi programmati: tempi certi, qualità in molti casi elevata, ma prezzo salato.
Accanto, un SSN che fatica a garantire le stesse prestazioni in tempi adeguati.
È la prospettiva di una sanità a due velocità, dove il diritto alla cura rischia di trasformarsi in una questione di reddito.
La fotografia scattata da GIMBE — e rilanciata con toni netti da Cartabellotta — non è quella di un sistema che sta cambiando: è quella di un sistema che è già cambiato. E che ora deve decidere se invertire la rotta o accettare una transizione, silenziosa ma di fatto strutturale, verso un modello in cui la salute non è più un bene comune, ma un servizio acquistabile.
Il passo successivo, ammonisce il presidente GIMBE, dipende dalla politica: dalle scelte di oggi e, soprattutto, dai limiti che si deciderà di non oltrepassare.