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Minneapolis in fiamme: sparatoria ICE e accuse di deriva autoritaria

- di: Vittorio Massi
 
Minneapolis in fiamme: sparatoria ICE e accuse di deriva autoritaria
Minneapolis in fiamme: sparatoria ICE, dem indignati e accuse di deriva autoritaria

Sottotitolo: La morte di una donna negli scontri con agenti federali mobilita protesta nazionale, attacca l’amministrazione Trump, accende la furia dei Democratici e rilancia il dibattito sulla direzione politica degli Stati Uniti.

Minneapolis è tornata al centro dell’attenzione nazionale negli Stati Uniti dopo che un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso una donna di 37 anni durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione nel quartiere sud della città. L’episodio, avvenuto il 7 gennaio 2026, ha diviso profondamente la scena politica americana, innescando proteste, richieste di indagine, accese accuse contro l’amministrazione del presidente Donald Trump e sospetti di una deriva autoritaria nel paese.

La vittima, identificata come Renee Nicole Good, è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco mentre era al volante della sua auto; il Dipartimento della Sicurezza Interna ha sostenuto che l’agente ha agito per “autodifesa” dopo che l’auto avrebbe tentato di investire gli agenti. Tuttavia, filmati ampiamente condivisi online e dichiarazioni dei funzionari locali mettono in dubbio questa versione, alimentando un acceso dibattito pubblico e politico.

Il caso ha provocato una reazione immediata da parte dei leaders Democratici. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, hanno respinto il racconto federale, definendo la narrazione di autodifesa come fuorviante e chiedendo una revisione trasparente dei fatti. Frey è andato oltre, dichiarando in conferenza stampa che questa tragedia è il risultato di una presenza federale invasiva e che "a ICE: andate fuori da Minneapolis, non vi vogliamo qui".

La reazione non si è fermata a livello locale. A Washington, membri del Congresso e senatori Democratici hanno richiesto un’inchiesta completa da parte del Dipartimento di Giustizia e altre autorità indipendenti, sostenendo che la morte di Good sia emblematico di un approccio federalista alla legge che trascende diritti civili e protezioni costituzionali.

In una nota social del proprio account ufficiale, l’ex vicepresidente Kamala Harris ha condannato l’accaduto, definendolo «un atto inaccettabile di violenza e abuso di potere», sottolineando la necessità di responsabilità e trasparenza nella gestione delle operazioni federali. La sua posizione riflette la crescente frustrazione di ampi settori del Partito Democratico per la direzione delle politiche di applicazione della legge sotto l’amministrazione Trump.

Parallelamente, anche figure politiche locali al di fuori del Minnesota si sono schierate in difesa dei diritti civili degli immigrati. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha descritto l’omicidio come «un atto deliberato e inaccettabile di violenza» e un sintomo di una più ampia tendenza di abuso da parte delle forze federali, dichiarando con fermezza: "Non stiamo qui per facilitare gli agenti ICE nel loro lavoro". La presa di posizione di Mamdani si inserisce in un contesto politico nazionale, dove le città “santuario” cercano di proteggere le comunità immigrate da interventi federali percepiti come brutali.

Dal lato opposto dello spettro politico, i Repubblicani e l’amministrazione Trump hanno difeso l’operazione e il ruolo di ICE, sostenendo che gli agenti agiscono per proteggere la sicurezza nazionale e per contrastare attività illegali. Il presidente Trump ha pubblicato vari messaggi di supporto agli agenti, ribadendo che gli ufficiali hanno agito in “autodifesa” e criticando i Democratici per aver rafforzato i criminali con le loro politiche permissive.

Questa risposta ha ulteriormente polarizzato l’opinione pubblica, con manifestanti nelle principali città statunitensi - da Minneapolis a New York - che si sono radunati per esprimere sdegno, ricordare la vittima e protestare contro l’amministrazione federale. I cori includono slogan contro l’espansione di ICE e accuse che l’amministrazione stia imponendo un’autorità esecutiva sempre più aggressiva.

Analisti politici osservano che l’episodio a Minneapolis si inserisce in una dinamica più ampia di tensione tra autorità federali e giurisdizioni locali, dove la questione dell’immigrazione si è trasformata in un banco di prova per la direzione futura degli Stati Uniti. I Democratici sostengono che episodi come questo riflettano una svolta autoritaria pericolosa, mentre i repubblicani li giustificano come necessari per il mantenimento dell’ordine e della legge. La polemica si allarga così oltre i confini di Minneapolis, diventando simbolo di un conflitto politico e culturale nazionale.

La pressione per un’inchiesta indipendente è ora alle stelle: senatori e rappresentanti Democratici hanno annunciato richieste formali per un’indagine completa, coinvolgendo il Dipartimento di Giustizia e organi federali di supervisione, nel tentativo di stabilire i fatti e rispondere alle crescenti critiche sull’uso della forza. Il dibattito rischia di segnare un nuovo punto di svolta nella discussione sulla natura dell’autorità statale e federale negli Stati Uniti.

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