Oltre un milione e trecentomila file sottratti, una lista di nomi che scuote la politica, e ora un’indagine ufficiale del Garante della Privacy: lo scandalo che ruota attorno a Gian Gaetano Bellavia (foto) è entrato nella sua fase più esplosiva.
Non è più soltanto una storia di computer violati e archivi copiati. È diventato un caso che mette in discussione i confini tra consulenze giudiziarie, archivi privati e potere dell’informazione. Perché quei 1.323.953 file, pari a circa 910 gigabyte, non erano una raccolta casuale: contenevano dati personali, visure, dossier, rapporti e materiali su politici, grandi imprenditori e figure pubbliche.
Nella lista compaiono Matteo Renzi, Massimo D’Alema, John Elkann, Flavio Briatore, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Roberto Formigoni e altri nomi di peso assoluto. A questi si è aggiunto un dettaglio che ha fatto saltare la sedia ai vertici delle istituzioni: una scheda su Geronimo La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, pur in assenza di qualsiasi procedimento giudiziario a suo carico.
Ed è proprio questo il cuore del problema: a che titolo quei dati erano conservati? Bellavia è un commercialista, ma anche consulente di numerose Procure e per anni volto tecnico ricorrente nella trasmissione Report. Un ruolo ibrido che ora viene passato al microscopio perché quelle informazioni, secondo la legge, avrebbero dovuto essere distrutte una volta esaurita la loro funzione giudiziaria o professionale.
Il passaggio di qualità è arrivato con l’intervento del Garante per la protezione dei dati personali. L’Autorità ha aperto una istruttoria formale per verificare se il data breach sia stato gestito correttamente e se Bellavia abbia rispettato l’obbligo di comunicare la violazione in modo tempestivo.
Nel frattempo il fronte politico è diventato una polveriera. In Parlamento sono state presentate interrogazioni rivolte al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al governo, per sapere se tra quei file possano esserci anche atti coperti da segreto istruttorio o materiali provenienti direttamente da indagini giudiziarie. Se così fosse, il caso assumerebbe una dimensione ancora più grave.
A destra si parla ormai apertamente di dossieraggio. L’idea è che l’archivio non fosse solo un deposito tecnico ma una sorta di banca dati trasversale, capace di incrociare informazioni fiscali, giudiziarie e patrimoniali su personaggi di primo piano. Un potere informativo che, nelle mani sbagliate, vale più di qualsiasi leva politica.
Sul fronte mediatico, il caso ha investito anche Report. Alcuni esponenti della maggioranza hanno ipotizzato che l’archivio potesse avere collegamenti con il lavoro giornalistico della trasmissione. Una ricostruzione respinta con forza dal conduttore Sigfrido Ranucci, che ha dichiarato:
“Nei file sottratti non c’è nulla che appartenga a Report, nessun documento riservato della redazione”.
La vicenda tocca da vicino Matteo Renzi, che vede in questa storia l’ennesimo capitolo di una lunga serie di intrusioni nella sua vita privata. Dopo il caso degli hacker di Eye Pyramid e quello sugli accessi abusivi alle banche dati, il leader di Italia Viva sta valutando un nuovo esposto per tutelarsi.
“È l’ennesima violazione inaccettabile”, è il clima che filtra dal suo entourage.
Intanto a Milano la Procura cerca di sciogliere un altro nodo inquietante: una nota anonima di 36 pagine, con decine di nomi di soggetti “sensibili”, finita in un fascicolo senza timbri né firme ufficiali. Un documento che alimenta il sospetto che qualcuno, oltre al furto dei file, abbia cercato di costruire un elenco strutturato di profili riservati.
“Le accuse sono false”, è invece la linea di Valentina Varisco, che respinge l’idea di aver orchestrato un maxi-dossieraggio. La sua difesa parla di una vicenda molto diversa, fatta di rapporti professionali degenerati e di una narrazione che starebbe andando oltre i fatti.
Il caso Bellavia è ormai un crocevia tra privacy, giustizia, informazione e potere. Non riguarda più soltanto chi ha copiato dei file, ma chi aveva il diritto di conservarli, perché li aveva, e cosa succede quando un archivio privato diventa una miniera di segreti della Repubblica.