Non è un lampo: è una miccia accesa da giorni. E ora, tra scontri e versioni opposte, l’Iran torna sul bordo.
Non “oggi”: è un’escalation dentro una protesta già avviata
La trappola, quando si racconta l’Iran, è l’illusione della “notizia improvvisa”. Qui non c’è un temporale nato dal nulla:
c’è una protesta che va avanti da giorni e che ora cambia faccia. Prima il rumore secco delle saracinesche
abbassate, poi i cortei, infine gli scontri. È una progressione che segue un principio semplice: quando il portafoglio brucia,
la politica prende fuoco.
L’innesco è stato economico: inflazione, rial in caduta, prospettiva di fallimenti tra piccoli e medi commerci.
Le prime chiusure e manifestazioni sono state segnalate a Teheran dal settore commerciale; poi l’onda si è spostata, città dopo città,
fino a coinvolgere anche studenti e altre categorie. Il risultato, oggi, è un mosaico di focolai: alcuni “solo” tesi, altri apertamente violenti.
La cronaca più pesante: morti, feriti e scontri nelle province
Il punto di svolta arriva con il quinto giorno: crescono le segnalazioni di vittime e feriti, con episodi concentrati
soprattutto tra ovest e sud-ovest. Uno dei casi più citati riguarda Azna, nella provincia del Lorestan,
dove è stato riferito un attacco a una struttura di polizia durante un raduno, seguito da scontri e da un bilancio di morti e numerosi feriti.
A Lordegan le ricostruzioni parlano di un’escalation dopo l’assalto a edifici pubblici e sassaiole; a Kouhdasht
entra in scena anche la galassia dei Basij (la forza paramilitare legata all’establishment). Qui la storia diventa doppia:
da una parte la versione ufficiale che indica la morte di un appartenente alle forze di sicurezza, dall’altra ricostruzioni alternative che contestano
identità e dinamica.
In mezzo, il dettaglio più pericoloso: l’uso della forza. Diverse testimonianze e report di organizzazioni per i diritti umani sostengono che, in alcuni
contesti, si sia passati da lacrimogeni e dispersioni a modalità più dure. Ed è proprio questa soglia, quando viene superata, a rendere la piazza imprevedibile.
La guerra delle versioni: quando anche i nomi diventano un campo di battaglia
In Iran il conflitto non è solo in strada. È anche nel racconto: chi era la persona uccisa? Manifestante o miliziano? Chi ha sparato? Chi ha provocato?
La stessa giornata può produrre narrazioni incompatibili, amplificate da media statali, agenzie vicine al potere, opposizione all’estero e reti di attivisti.
Ecco perché le cifre su arresti, feriti e morti vanno lette come “fotografie in movimento”:
utili per capire la direzione, non sempre definitive sul dettaglio. Dove però tutte le linee si incontrano è nel trend: la tensione sta salendo.
Perché adesso: il rial come benzina (e il dollaro come ossessione)
Il fattore scatenante è il più banale e il più devastante: la moneta che perde valore. Quando il rial affonda, i prezzi scattano,
la spesa diventa una roulette e il risparmio evapora. Diverse analisi ricordano che, nei giorni dell’innesco, la volatilità del cambio ha portato il dollaro
su livelli record sul mercato informale, alimentando panico e chiusure nel commercio.
Il bazar (e i distretti commerciali) in Iran non sono solo economia: sono sensori sociali. Se chi vive di incassi quotidiani decide di fermarsi,
significa che la paura di perdere tutto supera la paura delle conseguenze. Ed è lì che la protesta economica può cambiare pelle: da richiesta di stabilità a
richiesta di responsabilità.
La risposta del governo: dialogo in alto, stretta in basso
Il presidente Masoud Pezeshkian prova a giocare una partita di contenimento. Da un lato, segnali di disponibilità a confrontarsi con rappresentanti
del mondo economico e mosse “tecniche” per calmare i mercati; dall’altro, sul terreno, arresti e operazioni di controllo per impedire che la protesta si espanda e si coordini.
La comunicazione è calibrata: riconoscere parte del disagio senza legittimare la piazza come attore politico. È il classico equilibrio instabile:
se concedi troppo, incoraggi; se reprimi troppo, radicalizzi.
In questa cornice torna anche la narrativa degli “agganci esterni”, con accuse a gruppi ostili e reti straniere. Un copione già visto: spostare il discorso
dal carrello della spesa alla sicurezza nazionale. Ma se la protesta nasce dai prezzi, ignorare i prezzi significa parlare una lingua diversa da quella della strada.
Il fantasma del 2022: stesso Paese, miccia diversa
Il paragone ricorre perché il “meccanismo” è familiare. Nel 2022 la scintilla fu un caso simbolico diventato movimento. Ora la miccia è il costo della vita,
ma il rischio è simile: una saldatura tra categorie diverse (commercianti, studenti, lavoratori) che trasforma il tema economico in domanda politica.
Se la protesta resta frammentata, il sistema può contenere. Se invece la piazza trova un ritmo comune, il problema cambia scala: non più singoli focolai,
ma un fronte prolungato.
Tre scenari credibili: raffreddamento, stretta, salto di fase
Raffreddamento controllato. Misure tampone sul cambio e sul credito, tavoli con il commercio, concessioni selettive: si prova a spegnere la miccia senza
cambiare l’impianto.
Stretta e normalizzazione. Più arresti, più pattugliamenti, restrizioni su raduni e comunicazioni: la priorità diventa impedire la coordinazione nazionale.
Salto di fase. Se crescono morti e repressione, la protesta può diventare più politica e più ampia. In quel caso, la domanda non è “quando finisce?”,
ma “quanto può durare?”.
Le frasi che raccontano il clima
Alcuni resoconti attribuiscono alle autorità locali formule nette sulla gestione dell’ordine pubblico. In parallelo, attivisti e organizzazioni per i diritti umani
descrivono scene molto più dure. In questo tipo di crisi, spesso bastano poche parole per fotografare la temperatura:
"Difendere l’ordine pubblico" da una parte,
"spari contro i manifestanti" dall’altra.
Due cornici opposte, stesso Paese, stessi giorni. Ed è proprio in questo cortocircuito che l’Iran entra nella sua zona più pericolosa.