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Giustizia civile a due velocità: imprese ostaggio dei tempi

- di: Marta Giannoni
 
Giustizia civile a due velocità: imprese ostaggio dei tempi

Dal Nord “turbo” al Sud lumaca: ecco la mappa che spacca l’Italia dei tribunali.

C’è un’Italia che chiude una causa civile in pochi mesi e un’altra che ci mette quasi tre anni. Il paradosso non è più solo un’impressione da corridoio: i numeri disegnano una geografia netta, con un divario che rischia di trasformarsi in un costo fisso per chi fa impresa. Secondo l’analisi diffusa da Confartigianato, il tempo stimato per arrivare a una definizione in sede civile (il cosiddetto disposition time) oscilla da 132 a 928 giorni, cioè sette volte tanto tra il tribunale più rapido e quello più lento.

In testa, per velocità, c’è Gorizia. All’estremo opposto, come maglia nera, Vibo Valentia. Nel mezzo una “classifica” che racconta un Paese spezzato: alcune sedi del Centro-Nord riescono a drenare il contenzioso con un ritmo quasi industriale; altrove, invece, la pendenza si accumula e ogni pratica diventa una coda che genera altra coda. Il risultato è una giustizia che non pesa uguale ovunque e che finisce per incidere sulle scelte economiche: investire, assumere, espandersi o restare prudenti.

Il punto, per chi guida micro e piccole aziende, non è “solo” il tempo: è l’incertezza. Marco Granelli, presidente di Confartigianato, traduce così il rischio in linguaggio d’impresa: "Per le piccole imprese contenziosi prolungati e tempi imprevedibili possono voler dire rinunciare a investimenti, occupazione e crescita". In pratica: se non sai quando finirà una causa, non sai quando rientrerai di un credito, se potrai difenderti da una richiesta, se un immobile resterà bloccato, se un contratto verrà sciolto. E quando il calendario è una lotteria, anche il business plan diventa una scommessa.

La fotografia proposta dall’associazione parte da una media nazionale di 364 giorni, ma la media—come sempre—nasconde la frattura. Tra i tribunali più rapidi compaiono anche Vercelli, Biella, Udine, Chieti, Parma e Verona; tra quelli più lenti spuntano città e territori molto diversi tra loro, da Venezia a Trieste, fino a più sedi del Mezzogiorno e delle isole. È un dettaglio che conta: non è solo una questione di “Nord contro Sud”, ma di organizzazione, carichi, scoperture e capacità di smaltimento caso per caso.

Quando poi si entra nel capitolo lavoro—quello che per un’azienda può significare vertenze, licenziamenti contestati, differenze retributive—la bussola gira verso l’allarme. Qui il disposition time medio nazionale sale a 401 giorni. Ma soprattutto esplodono i picchi: Sulmona viene indicata come record negativo con 1.420 giorni. In altre parole, quasi quattro anni per chiudere una causa di lavoro: un’era geologica per imprese e dipendenti, con costi legali, accantonamenti, tensioni interne e decisioni rinviate “a data da destinarsi”.

Sullo sfondo c’è una partita ancora più grande: il PNRR e gli impegni con l’Europa. L’obiettivo dichiarato è ridurre i tempi della giustizia civile rispetto al 2019 entro la scadenza di metà 2026, oltre a spingere sull’abbattimento dell’arretrato. Negli ultimi monitoraggi istituzionali, il Ministero segnala progressi (con una riduzione del disposition time civile ancora sotto il target pieno), ma il traguardo resta una corsa contro il tempo proprio mentre il tempo—nei tribunali—è la variabile più difficile da domare.

E poi c’è la dimensione europea: le comparazioni mostrano che la maggior parte dei Paesi UE ha migliorato o stabilizzato la durata dei procedimenti civili e commerciali, mentre l’Italia continua a giocarsi la reputazione su questo terreno delicato. Il messaggio implicito è chiaro: non basta accelerare “in media”, bisogna ridurre le sacche di lentezza cronica, perché sono quelle che trascinano il sistema e, soprattutto, colpiscono la concorrenza tra territori. Se un contenzioso si chiude in pochi mesi in un’area e dura anni in un’altra, la competitività diventa anche una questione di codice di avviamento postale.

La cura, però, non può essere un’unica pillola valida per tutti. I tecnici citano spesso tre leve: organizzazione (gestione del ruolo e del calendario), personale (magistrati e amministrativi, inclusi i rinforzi dell’“ufficio per il processo”), e tecnologia (depositi telematici, notifiche, udienze da remoto quando utili, gestione dati). Ma soprattutto serve continuità: perché una giustizia che accelera per un anno e poi rallenta per due non produce fiducia. E senza fiducia, per un imprenditore, anche vincere una causa può sembrare una vittoria a metà: "Il problema non è solo avere ragione, è riuscire a farla valere in tempo utile".

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