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Assalto finale a Gaza City: la guerra senza tempo di Israele

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Assalto finale a Gaza City: la guerra senza tempo di Israele

Gaza City, un tempo cuore politico e commerciale della Striscia, è divenuta il teatro simbolico della volontà israeliana di chiudere definitivamente i conti con Hamas. Le forze dell’IDF hanno annunciato di non avere “limiti di tempo” per completare l’operazione di terra: la guerra non è più scandita da scadenze diplomatiche ma dal ritmo delle incursioni e delle demolizioni. Secondo fonti militari, il 40% del territorio della Striscia sarebbe già sotto controllo israeliano, anche se la distinzione tra zone occupate, devastate e realmente pacificate resta sfumata. La città si trasforma così in una geografia di macerie, dove la sopravvivenza quotidiana sostituisce la politica.

Assalto finale a Gaza City: la guerra senza tempo di Israele

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che i miliziani di Hamas verranno “trovati presto”. Le sue parole evocano la logica della caccia all’uomo più che quella di un conflitto tra eserciti convenzionali. L’avversario è ridotto a entità sfuggente, da stanare cunicolo per cunicolo. In questa cornice, gli ostaggi israeliani detenuti da Hamas diventano insieme pretesto e ostacolo: i familiari accusano lo stesso governo di mettere a rischio la loro sorte, trasformando l’operazione di terra in una “pietra tombale” per chi è ancora prigioniero. La pressione interna si intreccia con quella internazionale, mentre la leadership israeliana sembra voler dimostrare che nessun vincolo umanitario potrà frenare l’offensiva.

Corridoi di fuga e accuse di genocidio

Israele ha aperto un nuovo passaggio temporaneo per permettere la fuga di civili dalla Striscia. Gesto presentato come atto umanitario ma che in realtà sottolinea la strategia del logoramento: spingere progressivamente la popolazione verso il confine egiziano, riducendo la densità urbana che alimenta la guerriglia. Intanto le Nazioni Unite parlano apertamente di “genocidio in atto”. Una parola pesante, che accentua la frattura tra la legalità internazionale e la percezione israeliana di trovarsi in una guerra esistenziale. L’uso di questa terminologia indica come la narrazione globale si stia polarizzando: per una parte crescente della comunità internazionale, l’operazione militare non è più solo una risposta al terrorismo, ma un atto di distruzione sistematica.

La dimensione esterna: Washington e il Vaticano

Mentre Netanyahu annuncia di essere stato invitato da Donald Trump alla Casa Bianca, emerge chiaramente la volontà di legittimare l’operazione con il sostegno della futura amministrazione americana. Il Papa, da Roma, si dice preoccupato e invita a “trovare un’altra soluzione”, ma la sua voce appare sempre più isolata di fronte a un conflitto che viene definito dai protagonisti in termini apocalittici. La guerra a Gaza non riguarda più soltanto Israele e Hamas: è divenuta il banco di prova per l’ordine internazionale, diviso tra chi sostiene il diritto israeliano alla sicurezza e chi denuncia la catastrofe umanitaria come punto di non ritorno.

La guerra infinita
Il carattere senza limiti di tempo dell’operazione prefigura un futuro in cui Gaza non sarà mai ricostruita né pacificata, ma tenuta in uno stato di sospensione permanente. L’assalto finale rischia così di non essere la fine, bensì l’inizio di una nuova fase di conflitto cronico, dove il controllo territoriale e la sopravvivenza civile diventano strumenti di potere. Gaza City, ridotta a rovine, rimane il centro di gravità della tragedia mediorientale: un luogo dove ogni vittoria militare sembra trasformarsi in sconfitta politica.

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