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Garante Privacy sotto inchiesta: perquisizioni Gdf e ombre su Meta Ray-Ban Stories

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Garante Privacy sotto inchiesta: perquisizioni Gdf e ombre su Meta Ray-Ban Stories

Perquisizioni della Guardia di Finanza nella sede del Garante per la Protezione dei Dati Personali. L’intervento rientra in un’indagine della Procura di Roma che vede indagati il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, e gli altri membri del Collegio. I reati ipotizzati sono peculato e corruzione. Il fascicolo è coordinato dall’aggiunto Giuseppe De Falco.

Garante Privacy sotto inchiesta: perquisizioni Gdf e ombre su Meta Ray-Ban Stories

La notizia ha un peso che va oltre la cronaca giudiziaria, perché tocca uno dei presidi più sensibili dello Stato: l’Autorità che dovrebbe garantire l’equilibrio tra diritti individuali, sicurezza, innovazione tecnologica e uso dei dati personali. In un momento storico in cui privacy e sorveglianza digitale sono diventate il terreno di scontro tra istituzioni, aziende e cittadini, ogni passaggio che coinvolge il Garante finisce inevitabilmente sotto una lente politica e pubblica.

Spese di rappresentanza e ipotesi di peculato: cosa si contesta
Secondo quanto riferito, l’inchiesta riguarderebbe, tra le altre cose, le spese di rappresentanza del Collegio. È un dettaglio che, nelle indagini per peculato, diventa spesso la linea di confine tra uso legittimo e uso improprio di risorse pubbliche. La ricostruzione dovrà chiarire se e in che modo tali spese siano state sostenute, autorizzate e giustificate, e se ci siano profili di irregolarità tali da configurare i reati ipotizzati.
Il punto, però, non è solo “quanto” e “come” si spende: è il tema della fiducia. Perché quando a essere coinvolta è un’Autorità indipendente, chiamata a esercitare vigilanza e sanzione su soggetti pubblici e privati, la credibilità dell’istituzione diventa parte della partita. E questa credibilità si misura soprattutto nel rapporto con i grandi attori tecnologici, quelli che muovono dati, algoritmi e potere.

Il nodo Meta e gli smart glasses Ray-Ban Stories
A rendere la vicenda ancora più delicata è un altro elemento emerso nel racconto pubblico: la mancata sanzione nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dall’azienda di Mark Zuckerberg, i Ray-Ban Stories. Il riferimento è stato rilanciato in un post dal conduttore di Report Sigfrido Ranucci, secondo cui l’attenzione dell’indagine non si fermerebbe alle spese di rappresentanza ma toccherebbe anche questo passaggio.

Qui il tema è esplosivo: gli smart glasses non sono un gadget qualunque. Sono dispositivi che mettono insieme fotocamera, microfoni, connettività e piattaforme social, cioè un ecosistema perfetto per amplificare dubbi e rischi su riprese non consensuali, raccolta di dati, tracciamento e utilizzo delle informazioni. Per questo, ogni decisione (o non decisione) delle Autorità di controllo può diventare una questione di peso enorme, soprattutto quando coinvolge colossi globali come Meta.

In altre parole: se l’inchiesta dovesse accertare collegamenti tra scelte istituzionali e pressioni esterne, non sarebbe soltanto un caso giudiziario. Sarebbe un terremoto di sistema, perché chiamerebbe in causa il rapporto tra potere pubblico e potere privato nell’era della tecnologia indossabile, dove la privacy è sempre più fragile e la linea tra “innovazione” e “sorveglianza” è sottilissima.

Un’Autorità sotto pressione tra tutela dei diritti e poteri forti
Il Garante Privacy, per definizione, è un soggetto che si muove su un crinale: da un lato la tutela dei cittadini, dall’altro l’impatto economico e politico delle sue decisioni. Sanzionare un grande gruppo tecnologico significa spesso aprire un contenzioso complesso, entrare in una battaglia legale e mediatica, misurarsi con lobby e interessi internazionali.
Proprio per questo, qualsiasi ombra su possibili “zone grigie” — che si tratti di spese, rapporti, scelte o omissioni — diventa materia delicatissima. E la risposta non può essere generica: serve chiarezza, documentazione, trasparenza, perché la fiducia nella regolazione dei dati è un pilastro della democrazia digitale.

Le perquisizioni della Guardia di Finanza, in questo quadro, segnano un passaggio che non si può liquidare con un trafiletto. Perché la privacy non è un tema astratto: è la nostra vita quotidiana, il lavoro, la salute, le relazioni, i movimenti, le abitudini, le immagini e le conversazioni che viaggiano sulle piattaforme.
Ora la parola passa agli accertamenti della Procura. Ma una cosa è già evidente: questa vicenda non riguarda soltanto un’Autorità, riguarda la capacità dello Stato di essere credibile quando chiede ai cittadini di fidarsi delle istituzioni che controllano i dati.

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