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Trump sospende l’aumento dei dazi per 90 giorni sotto la pressione della fronda repubblicana, della Silicon Valley e di Wall Street

- di: Matteo Borrelli
 
Trump sospende l’aumento dei dazi per 90 giorni sotto la pressione della fronda repubblicana, della Silicon Valley e di Wall Street

La ribellione interna dilaga: falchi fiscali e colombe del commercio sfidano il presidente. Big tech in rivolta. Ma con la Cina Trump alza le tariffe al 125%. La guerra commerciale con Pechino continua, i cinesi non piegano la testa e potrebbero reagire ancora duramente.

Donald Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Sotto l’assedio della fronda interna al Partito Repubblicano e delle élite economiche della Silicon Valley, oltre che sui forti cali di Wall Street che hanno impoverito la maggioranza degli americani, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una sospensione immediata di 90 giorni sui dazi reciproci con oltre 75 Paesi. Un gesto di distensione – almeno apparente – per contenere una crisi politica che stava sfuggendo di mano. Ma l’escalation contro Pechino prosegue: per la Cina, le tariffe statunitensi salgono vertiginosamente fino al 125%, con effetto immediato.
L’annuncio, affidato a un post su Truth Social, arriva mentre il dissenso monta a Washington. “Più di 75 Paesi hanno chiesto di negoziare – scrive Trump – e su mia forte raccomandazione non hanno reagito. Ho autorizzato una pausa di 90 giorni e una tariffa reciproca ridotta al 10%”. La Cina è l’unica eccezione, trattata come bersaglio strategico: “Ha mostrato mancanza di rispetto verso i mercati mondiali”, ha attaccato Trump, giustificando così l’inasprimento tariffario.

La rivolta nel GOP

Il provvedimento arriva nel momento più delicato del rapporto tra Trump e il suo stesso partito. Il malcontento è ormai esploso, tanto che Politico titola senza mezzi termini: “Trump affronta un ammutinamento repubblicano alla Camera”. Secondo diverse fonti, sarebbero decine i deputati del GOP intenzionati a bloccare sia il bilancio che i poteri presidenziali sui dazi.
La contestazione viene da due fronti: i falchi del rigore fiscale, che giudicano insufficiente il piano di tagli alla spesa pubblica (solo 4 miliardi previsti contro i 1.500 richiesti), e le colombe del commercio, intenzionate a promuovere una legge bipartisan per restituire al Congresso il potere sulle tariffe, sottraendolo alla Casa Bianca. “Lasciate che ve lo dica, voi non negoziate come negozio io”, ha replicato Trump durante una cena di gala, cercando di ridicolizzare i dissidenti. Ma il malumore resta.

Silicon Valley e Wall Street si sfilano
In parallelo, la Silicon Valley – diventata influente nei finanziamenti al GOP – ha cominciato a voltare le spalle al presidente. Secondo quanto riportano Axios, Bloomberg e CNBC, numerosi grandi finanziatori del settore tech, inclusi esponenti storici come Peter Thiel e Marc Andreessen, avrebbero congelato i contributi alla campagna di Trump irritati dalla linea iper-protezionista, che minaccia direttamente le catene di approvvigionamento globali e gli interessi high-tech in Asia.
“Questa politica è miope, dannosa e anti-mercato”, ha dichiarato il Tech Trade Council, che rappresenta i big del software e dei semiconduttori. Gli effetti si fanno sentire anche su Wall Street: nonostante un rimbalzo tecnico dopo l’annuncio della sospensione, l’incertezza commerciale mina la fiducia degli investitori. Il Dow Jones è rimbalzato del 3,8%, ma resta sotto pressione.

Pechino reagisce, la guerra commerciale continua
Se la mossa di Trump ha temporaneamente calmato gli alleati, con la Cina la tensione si acuisce. Il Ministero delle Finanze cinese ha annunciato dazi di ritorsione fino all’84% su centinaia di prodotti americani, in vigore da domani 10 aprile. In un comunicato ufficiale, Pechino ha definito la decisione statunitense “unilateralmente provocatoria e dannosa per la stabilità globale”.

Equilibrio precario
Trump cerca di salvare la faccia con la base più aggressiva mantenendo la linea dura con la Cina, ma è evidente che la sua manovra è una ritirata tattica. La sospensione dei dazi è il segnale concreto che la strategia del “caos utile” comincia a produrre più nemici che consensi. Tra una fronda parlamentare che può far saltare il bilancio, investitori in fuga e alleati irritati, la guerra commerciale rischia di diventare la trappola politica perfetta.


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