Una donna di 37 anni, Renee Good, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco da un agente dell’ICE durante un blitz federale anti-immigrazione a Minneapolis. La notizia, ha scatenato proteste immediate e un duro scontro politico a Washington, con i vertici democratici che chiedono un’indagine federale indipendente.
Nella città simbolo della morte di George Floyd, il caso riapre una ferita mai rimarginata sul rapporto tra forze dell’ordine e comunità locali.
Donna uccisa a Minneapolis da agente ICE: il fantasma di George Floyd
Secondo le prime ricostruzioni ufficiali, l’uccisione è avvenuta durante un’operazione delle forze speciali anti-immigrazione condotta dall’ICE. L’agente avrebbe aperto il fuoco nel corso dell’intervento, colpendo mortalmente Renee Good. Le autorità federali parlano di una situazione di pericolo, ma la dinamica è al vaglio degli investigatori e resta fortemente contestata.
La vittima era una cittadina americana e non risulterebbe ricercata. Un elemento che ha contribuito ad amplificare l’indignazione pubblica e a trasformare rapidamente il fatto di cronaca in un caso politico nazionale.
Minneapolis, una città già segnata
La morte di Renee Good pesa in modo particolare su Minneapolis, città che nel 2020 divenne epicentro delle proteste globali dopo l’uccisione di George Floyd. Allora, il video dell’uomo afroamericano soffocato durante un arresto fece il giro del mondo e accese un dibattito senza precedenti sull’uso della forza da parte della polizia.
Oggi, a distanza di anni, una nuova uccisione durante un’operazione di sicurezza riporta alla memoria quella stagione di tensioni e mette di nuovo sotto accusa le modalità operative delle forze dell’ordine, questa volta federali.
L’attacco dei democratici al Congresso
La reazione politica è stata immediata. Il leader dei democratici alla Camera, Hakeem Jeffries, ha chiesto “un’inchiesta approfondita, nel pieno rispetto della legge”, definendo l’uccisione di Renee Good un episodio che non può essere liquidato come un incidente operativo. Jeffries ha criticato duramente la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, sostenendo che la gestione delle operazioni dell’ICE abbia ormai perso credibilità.
Ancora più netto il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, che ha puntato il dito contro l’assenza di coordinamento con le autorità locali. “Quando agenti federali operano nelle strade senza la collaborazione delle forze cittadine – ha dichiarato – succedono tragedie come questa”.
Proteste e richiesta di trasparenza
Nelle ore successive alla sparatoria, manifestanti si sono radunati in diversi punti della città, alcuni anche nei pressi dei luoghi simbolo delle proteste del 2020. Gli slogan chiedono giustizia per Renee Good e denunciano un uso sproporzionato della forza da parte dell’ICE.
Le autorità locali hanno confermato di non essere state coinvolte nella pianificazione del blitz federale, prendendo le distanze dall’operazione. Un dettaglio che rafforza la critica democratica sulla mancanza di controllo e trasparenza nelle azioni dell’ICE.
Un caso destinato a pesare sul piano nazionale
Il caso di Minneapolis arriva in una fase di forte polarizzazione negli Stati Uniti, con l’immigrazione al centro dello scontro politico. Per molti osservatori, l’uccisione di Renee Good rischia di diventare un nuovo punto di svolta, proprio come accadde dopo la morte di George Floyd.
In attesa degli esiti dell’inchiesta, una domanda attraversa l’opinione pubblica americana: quanto è cambiato davvero il rapporto tra sicurezza e diritti civili? A Minneapolis, città simbolo di quella frattura, la risposta appare oggi più urgente che mai.