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Davos avverte: dazi e guerre, il 2026 rischia l’effetto precipizio

- di: Marta Giannoni
 
Davos avverte: dazi e guerre, il 2026 rischia l’effetto precipizio

Il Global Risks Report ridisegna le paure del pianeta: prima geoeconomia e conflitti, poi disinformazione e fratture sociali. Sullo sfondo clima e intelligenza artificiale.

(Foto: Davos, edizione 2025).

Il mondo che entra nel 2026 viene raccontato con un’immagine netta: un passo dal bordo. A dirlo non è una singola cancelleria, ma la galassia di imprese, governi, accademici, organizzazioni internazionali e società civile che ruota attorno al World Economic Forum e che, come ogni anno, si ritrova a Davos per capire dove sta andando il pianeta.

Il termometro è il Global Risks Report 2026, costruito su un sondaggio tra circa 1.300 leader ed esperti: il segnale più forte è lo spostamento dell’ansia collettiva. Nel breve periodo non è il clima a dominare la scena, né l’eredità sanitaria delle pandemie, né il debito o l’inflazione: la sensazione più diffusa è che la partita decisiva si giochi su armi economiche e guerre tradizionali.

In cima alla classifica dei rischi percepiti nei prossimi due anni appare lo scontro geoeconomico: dazi, sanzioni, restrizioni tecnologiche, controllo delle filiere, pressioni su materie prime e rotte commerciali. Subito dietro, il conflitto armato tra Stati. È una fotografia che racconta un mondo dove l’economia non è più soltanto un terreno di competizione, ma un arsenale strategico.

Il rapporto restituisce anche una previsione emotiva, quasi meteorologica. Circa la metà degli intervistati si aspetta un orizzonte “turbolento o tempestoso” nei prossimi due anni; un’ampia fetta vede almeno instabilità; pochissimi immaginano stabilità, e una quota residuale parla di calma. In altre parole: l’ottimismo è minoritario, la cautela domina.

Il quadro pesa ancora di più perché la percezione è stata raccolta prima di ulteriori accelerazioni nelle tensioni internazionali che, nelle ultime settimane, hanno alimentato il lessico del confronto: dall’uso muscolare di leve commerciali alla competizione per aree strategiche, fino ai negoziati che faticano a sbloccarsi su dossier caldissimi.

In questo contesto, Davos diventa anche un palcoscenico simbolico. L’attenzione è alta su Donald Trump, atteso con un intervento programmato durante i lavori, e su un’agenda che molti osservatori descrivono come più assertiva: un mix di coercizione economica e postura di forza che promette di scuotere la platea tradizionalmente orientata alla cooperazione multilaterale.

Non a caso, nell’agenda dei panel spunta anche un titolo che suona come un campanello d’allarme storico: un confronto sul senso di déjà-vu tra il decennio attuale e gli Anni Venti del Novecento. Il messaggio implicito è chiaro: quando competizione, nazionalismi economici e fratture sociali si sommano, la storia può accelerare nella direzione sbagliata.

Il Rapporto, però, non si ferma alla cronaca del presente. Proietta una traiettoria: se nel 2026-2028 l’ordine dei rischi resta dominato da geoeconomia e conflitti, nei prossimi anni la disinformazione scala posizioni e diventa una minaccia centrale, insieme alla polarizzazione sociale. È l’idea che la crisi non sia soltanto tra Stati, ma anche dentro le società: fiducia che si sgretola, istituzioni contestate, comunità che si chiudono in bolle incompatibili.

E più si allunga l’orizzonte, più il clima torna a prendersi la scena. Guardando a un decennio e oltre, gli esperti riportano in cima alla classifica gli eventi climatici estremi. Il timore è che la somma di shock ambientali — ondate di calore, alluvioni, incendi, siccità — finisca per amplificare tutto il resto: migrazioni, instabilità economica, conflitti sulle risorse, pressione sui sistemi sanitari.

Tra i rischi in risalita, c’è anche l’intelligenza artificiale. Non perché sia “cattiva” in sé, ma perché la sua diffusione rapida può produrre esiti avversi se governance, sicurezza e regole non tengono il passo: dalla manipolazione informativa ai problemi di affidabilità in settori critici, fino agli effetti su lavoro e disuguaglianze.

In una delle riflessioni chiave, la direttrice generale del World Economic Forum, Saadia Zahidi, insiste su un punto che tiene insieme allarme e possibilità: “Nessuno di questi rischi è inevitabile”. Il rapporto, in sostanza, non è una profezia: è un invito a guardare i segnali prima che diventino fatti compiuti.

Il paradosso, semmai, è psicologico: molti partecipanti appaiono più preoccupati nel breve periodo e relativamente più fiduciosi nel lungo. Come se la “tempesta perfetta” fosse percepita come imminente — collisione tra guerre, militarizzazione degli strumenti economici e frammentazione sociale — ma con l’idea che, superato il picco, il sistema possa ritrovare un equilibrio diverso.

È qui che Davos prova a giocare il suo ruolo: far sedere allo stesso tavolo attori che, fuori dalle Alpi svizzere, si parlano sempre meno. Il punto non è la retorica del consenso, ma la gestione dell’interdipendenza. Perché in un mondo che usa dazi e supply chain come leve strategiche, anche la sicurezza diventa economica. E in un mondo dove le guerre ridisegnano mercati e alleanze, anche l’economia diventa geopolitica.

Il Rapporto consegna un messaggio semplice e scomodo: nel 2026 il rischio non è un singolo evento, ma la sovrapposizione di crisi. E quando le crisi si sommano, la politica — interna e internazionale — smette di essere amministrazione dell’ordinario e torna a essere scelta di rotta. Davos, quest’anno, sembra volerlo dire senza giri di parole.

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