Il dollaro chiude il 2025 con un bilancio che fa rumore: la peggiore performance annuale degli ultimi otto anni.
Il dato cambia a seconda del “metro” usato, ma il film è lo stesso: il biglietto verde ha perso terreno in modo consistente contro un paniere di valute, mentre gli investitori hanno iniziato a scommettere che il 2026 potrebbe proseguire sulla stessa scia.
Da un lato c’è la finanza, con le aspettative su tassi più bassi negli Stati Uniti. Dall’altro c’è la politica, con il mercato che annusa possibili pressioni sulla Federal Reserve e una battaglia commerciale che torna a mordere.
Risultato: un dollaro meno “attraente” proprio nel momento in cui il mondo, di solito, corre verso i beni rifugio.
Due indici, un verdetto: il 2025 è stato un anno da dimenticare
La fotografia più citata arriva dal Bloomberg Dollar Spot Index, che nel 2025 risulta in calo di circa otto punti percentuali.
Se invece si guarda al più noto DXY (l’indice del dollaro contro un paniere di principali valute), la flessione annua si avvicina a dieci punti percentuali.
Tradotto: numeri diversi, stessa sentenza. Il 2025 ha segnato un’inversione netta rispetto alla forza mostrata dal dollaro a inizio anno.
Sul fronte opposto, l’Europa può esibire un trofeo pesante: l’euro ha messo a segno il suo miglior anno dal 2017.
Anche la sterlina ha chiuso in progresso marcato, mentre lo yen è rimasto più timido rispetto ai fuochi d’artificio visti su altre valute del G10.
Il mercato punta sui tagli: la Fed al centro del palcoscenico
La scommessa che serpeggia tra i trader è semplice (e potente): nel 2026 la Federal Reserve potrebbe tagliare i tassi almeno due volte.
È qui che la traiettoria del dollaro si complica, perché una prospettiva di allentamento monetario riduce il vantaggio di rendimento che, negli anni scorsi, aveva attirato capitali verso gli Stati Uniti.
Il tema non è solo “quanti tagli”, ma anche chi prenderà in mano il timone.
Il mandato di Jerome Powell come presidente della Fed arriva a scadenza a maggio 2026, e la scelta del successore è diventata un fattore di prezzo: i mercati temono un profilo più “morbido” sui tassi e, più in generale, un’istituzione percepita come meno indipendente.
Il colpo di scena dei dazi: la miccia di “Liberation Day”
A dare una spinta decisiva al ribasso, nella primavera 2025, è arrivata anche la scossa commerciale.
Il 2 aprile 2025 Donald Trump ha presentato un pacchetto di tariffe battezzato “Liberation Day”, con un’impostazione ampia e immediata.
In quel contesto, Trump ha parlato di "dichiarazione di indipendenza economica", mentre gli operatori hanno iniziato a prezzare un mix scomodo: più frizioni globali, più incertezza sulla crescita e maggiore volatilità.
In apparenza, una guerra commerciale dovrebbe rafforzare il dollaro come valuta rifugio. Ma nel 2025 il mercato ha letto la storia in modo diverso:
tensione commerciale uguale rischio di rallentamento, timori su inflazione “importata” e dubbi sull’orientamento della politica economica.
E quando il premio di rendimento si assottiglia, il dollaro perde uno dei suoi superpoteri.
Europa, la combinazione che piace al mercato
Il rimbalzo dell’euro non è arrivato per magia.
Il quadro che ha convinto molti investitori mette insieme inflazione più gestibile e una politica monetaria europea percepita come meno incline a tagliare in fretta.
A fare da sfondo, inoltre, c’è l’aspettativa di maggiore spesa per la difesa in vari Paesi europei: un elemento che, nel racconto dei mercati, può sostenere crescita e investimenti, rendendo meno probabile una stagione di tagli aggressivi.
Nelle ultime settimane del 2025, diverse analisi hanno sottolineato segnali di “fine corsa” per il ciclo dei tagli tra le grandi banche centrali.
In Europa, l’idea prevalente è quella di tassi stabili a lungo, con una piccola (ma crescente) fetta di mercato che arriva perfino a considerare un ritorno dei rialzi più avanti.
Non solo euro: chi scommette su tassi più alti
Mentre gli Stati Uniti discutono di tagli, altrove c’è chi guarda nella direzione opposta.
In alcuni mercati sviluppati, gli operatori hanno iniziato a ragionare su possibili rialzi o, quantomeno, su tassi “alti più a lungo”.
È una divergenza che pesa sulle valute: se il differenziale di rendimento si sposta lontano dagli Stati Uniti, la domanda di dollari tende a raffreddarsi.
- Svezia: indicazioni di tassi fermi nel 2026, con lo sguardo a eventuali mosse più in là.
- Australia: il dibattito si è riacceso su un possibile ritorno dei rialzi se l’inflazione dovesse restare ostinata.
- Canada: parte del mercato ha flirtato con l’idea di una postura più restrittiva rispetto alle attese di qualche mese fa.
Cosa aspettarsi adesso: i tre “segnali” che possono ribaltare la trama
Il 2026 non è scritto. E il dollaro, nella sua storia, ha dimostrato di saper cambiare passo in fretta.
Ma per capire se il ribasso è destinato a continuare o se è pronto un rimbalzo, gli investitori guardano soprattutto a tre leve:
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Dati macro USA: occupazione, inflazione e crescita. Se l’economia sorprende al rialzo, le scommesse sui tagli potrebbero ridimensionarsi.
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Nomina del prossimo presidente della Fed: un profilo percepito come “duro” sui tassi potrebbe ridare tonicità al biglietto verde; uno più accomodante farebbe il contrario.
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Clima commerciale: nuove escalation sui dazi possono aumentare la volatilità, ma non è detto che favoriscano il dollaro se il mercato teme effetti boomerang sulla crescita.
Per ora, la sensazione che arriva dai mercati è una: dopo un 2025 in discesa, il dollaro affronta il 2026 con un test di credibilità.
E il giudice, come spesso accade, sarà una combinazione spietata di numeri (tassi e inflazione) e politica (Fed e Casa Bianca).