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Caro-carrello, perché il cibo continua a costare di più in Europa

- di: Matteo Borrelli
 
Caro-carrello, perché il cibo continua a costare di più in Europa

Un 2025 da +2,9% sul cibo: non è tutto il carrello a pesare, ma pochi prodotti chiave. Tra cacao, caffè e carne, la BCE intravede una tregua nel 2026.

Il “caro-carrello” nell’Eurozona non è finito in saldo. Nel 2025 l’inflazione alimentare è rimasta più appiccicosa del previsto: non un’esplosione come nel biennio post-pandemia, ma abbastanza da farsi sentire ogni volta che si apre il portafoglio tra scaffali e banco frigo. La fotografia più citata dagli economisti dell’Eurotower è netta: la crescita dei prezzi del cibo nel 2025 si è attestata in media al 2,9% (calcolata sui mesi disponibili fino a novembre), mentre a novembre 2025 il ritmo annuo era sceso al 2,4%, segno di un rientro graduale ma non ancora “tranquillo”.

Il punto, però, è un altro: non sta aumentando “tutto”. La BCE insiste su una lettura quasi chirurgica del problema: "l’inflazione alimentare è rimasta elevata quest’anno, ma soprattutto per via di pochi articoli". Tradotto: anche se il carrello è grande, a far salire lo scontrino spesso è un gruppetto ristretto di prodotti che pesa molto nella percezione (e abbastanza nei dati).

Secondo l’analisi della BCE, negli ultimi mesi del 2025 oltre metà dell’inflazione alimentare annua è stata spiegata da categorie come caffè, tè e cacao, dolciumi (zucchero, confetture, miele, cioccolato e affini) e carne. Il dettaglio è decisivo perché ribalta l’idea del “tutto più caro”: qui il tema è la concentrazione. Prodotti che, messi insieme, non arrivano a un quarto del paniere alimentare, hanno finito per contare più del 50% della spinta dei prezzi.

E infatti basta guardare il contesto globale per capire perché proprio questi comparti siano diventati i protagonisti indesiderati del 2025. Il mercato delle materie prime alimentari ha vissuto mesi di volatilità: l’indice FAO dei prezzi alimentari a dicembre 2025 è sceso per il quarto mese consecutivo, ma il bilancio dell’intero 2025 resta in aumento rispetto al 2024. In soldoni: qualche segnale di tregua c’è, ma arriva dopo una salita che continua a lasciare strascichi nei listini al dettaglio, spesso con ritardi lunghi e asimmetrici.

Il caso del cacao è emblematico: quando la materia prima corre (o resta alta), l’effetto sui prodotti trasformati arriva in cassa come un’onda lunga. E qui si innesta anche la dinamica aziendale: i produttori, tra costi di input e contratti di copertura, tendono a “spalmare” gli aumenti su più trimestri. Non a caso diverse aziende del cioccolato hanno spiegato agli investitori di aver ritoccato i prezzi per compensare l’impennata dei costi, con listini più pesanti per il consumatore finale.

Nel frattempo, sul lato europeo, i numeri d’insieme dicono che l’inflazione generale nell’area euro è rimasta in un corridoio relativamente stretto nella seconda parte del 2025, mentre la componente “cibo” ha continuato a fare la voce più rumorosa tra le spese quotidiane. A dicembre 2025, nella stima flash, la voce “food, alcohol & tobacco” viaggiava intorno al 2,6% annuo, ma con differenze interne importanti: i non lavorati hanno mostrato più scossoni dei trasformati, proprio perché più esposti a stagionalità, meteo e shock di offerta.

È qui che entra in scena il fattore che la BCE non smette di sottolineare: il clima. Eventi estremi e anomalie meteorologiche possono ridurre raccolti, alterare rese, cambiare qualità e disponibilità, e quindi spingere prezzi e volatilità. Detto senza giri di parole: quando piove troppo, quando non piove mai, quando il caldo “cuoce” campi e pascoli, l’inflazione alimentare trova benzina anche se il resto dell’economia rallenta.

La domanda che tutti si fanno è: quando si torna davvero alla normalità? La BCE prova a dare una risposta con le sue proiezioni macro: l’inflazione complessiva nell’area euro è vista in discesa nel 2026, con un percorso che dovrebbe proseguire anche nel 2027, aiutato dall’energia e da un raffreddamento graduale delle componenti non energetiche. In questo scenario, anche il cibo è atteso meno “nervoso” rispetto al recente passato, pur restando una delle voci più sensibili agli shock.

Attenzione però: “calare” non significa “tornare indietro”. Anche con un’inflazione alimentare più bassa, i prezzi possono restare su livelli elevati: semplicemente crescono più lentamente. È il classico paradosso dello scontrino: non aumenta come prima, ma non torna ai vecchi numeri. E intanto il consumatore continua a fare i conti con sostituzioni (più pollo, meno manzo), promozioni cercate come caccia al tesoro, e marche private che guadagnano terreno.

Che cosa ci dice, allora, questa storia del “pochi prodotti”? Che il caro-carrello non è un mostro unico: è un mosaico. Se caffè e cacao tengono il piede sull’acceleratore, il resto può anche rallentare, ma la sensazione resta amara. Se la carne si muove per ragioni di filiera e domanda, il carrello “medio” cambia faccia. Ed è per questo che l’analisi della BCE è più di un esercizio statistico: serve a capire dove intervenire con concorrenza, trasparenza dei prezzi e politiche di filiera, senza inseguire ombre.

Il messaggio finale, in chiave 2026, è prudente ma non cupo: la traiettoria è verso un raffreddamento, però la partita si gioca su shock esterni (meteo e geopolitica), dinamiche globali delle materie prime e capacità delle filiere di assorbire i colpi. In altre parole: lo sconto può arrivare, ma non sarà un “tutto a metà prezzo”. Più probabilmente, sarà un ritorno alla normalità… con la memoria lunga di questi anni sugli scaffali e nelle abitudini di spesa.

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