La tensione si militarizza: i primi soldati francesi della missione "Arctic Endurance" sono a Nuuk. Il Cremlino accusa la Nato, Washington insiste sull'interesse strategico. L'Europa prova a tenere la linea.
La notte scorsa, mentre i primi quindici militari francesi specializzati in ambienti estremi mettevano piede sulla pista di Nuuk, un messaggio chiaro ha attraversato l’Atlantico diretto a Washington. L’Europa non sta a guardare. L’operazione “Arctic Endurance” è iniziata, trasformando una crisi diplomatica in una realtà sul terreno, fatta di uomini, mezzi e una dichiarazione di intenti inequivocabile: la difesa della Groenlandia è una preoccupazione comune del Vecchio Continente. Fonti del Ministero della Difesa francese confermano lo sbarco di questa avanguardia, avvenuto nelle prime ore del 15 gennaio 2026, come parte di una risposta coordinata alle pressioni statunitensi.
Queste pressioni hanno un nome e un cognome: Donald Trump. L’ex e nuovamente candidato presidente non ha mai fatto mistero della sua convinzione che gli Stati Uniti debbano “mettere le mani” sull’isola autonoma danese, ritenuta uno snodo strategico vitale per il controllo dell’Artico e per contrastare l’influenza di Russia e Cina nella regione. Dopo un summit a Washington giudicato “fallimentare” tra il vicepresidente J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e la premier danese Mette Frederiksen, la tensione è salita di diversi gradi.
La reazione di Copenaghen e della capitale groenlandese è stata univoca. Mette Frederiksen ha ribadito che la sovranità danese sull’isola non è in discussione, mentre il giovane premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha lanciato un appello alla calma: “Dialogo e diplomazia sono la strada giusta”. Dichiarazioni riportate dai principali media nordici e riprese dall’agenzia Ritzau il 15 gennaio. Tuttavia, le parole sembrano non bastare più.
Ed è qui che entra in gioco Mosca. Il Cremlino, attraverso la sua ambasciata in Belgio, ha espresso “seria preoccupazione”, accusando la NATO di aver avviato una fase di “militarizzazione accelerata” dell’Artico. “L’Artico dovrebbe restare uno spazio di pace, dialogo e cooperazione paritaria”, ha tuonato un portavoce diplomatico russo, in dichiarazioni diffuse dall’agenzia TASS nella stessa giornata. Un monito che getta ulteriore benzina su un fuoco già ardente.
Il campo europeo, seppur unito nell’intento di sostenere la Danimarca, mostra le sue prime crepe tattiche. Parigi, con Emmanuel Macron in prima linea, ha annunciato l’invio nei “prossimi giorni” di ulteriori mezzi terrestri, aerei e marittimi. Berlino, attraverso il ministro della Difesa Boris Pistorius, ha alzato i toni sulla minaccia russa e cinese, sostenendo che la NATO non permetterà loro di aumentare l’impronta militare artica. Fonti governative tedesche, contattate dalla DPA, precisano che la posizione è volta a trovare un terreno comune con Washington, non uno scontro.
Altri alleati, però, procedono con il contagocce. I Paesi Bassi invieranno un solo ufficiale della Marina Reale, la Finlandia due militari di collegamento. L’Italia, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche della Farnesina il 15 gennaio, esclude al momento l’invio di truppe e richiama alla necessità del “dialogo”. Il vicepremier Antonio Tajani ha invitato a non drammatizzare, ricordando che “siamo tutti nella NATO” e che un intervento militare unilaterale USA “non è all’orizzonte”.
Intanto, a Bruxelles si preparano i prossimi round. Un primo confronto trilaterale tra il segretario generale della NATO Mark Rutte, i ministri danesi e il governo groenlandese è atteso per il 19 gennaio. A febbraio, poi, toccherà ai titolari della Difesa dell’Alleanza cercare una linea condivisa. Sullo sfondo, rimane come rete di sicurezza il diritto europeo: la Groenlandia, pur non essendo nell’UE, è coperta dalla clausola di mutuo soccorso dei Trattati. Un’opzione estrema, che per ora – assicurano fonti della Commissione – resta confinata nei manuali di diritto.
La partita per il “grande nord” è appena cominciata. Con Trump che non demorde, l’Europa che dispiega i suoi soldati e la Russia che alza la voce, la Groenlandia si ritrova suo malgrado nel vortice di una crisi che mescola ghiaccio, petrolio, rotte commerciali e orgoglio nazionale. Una sfida di resistenza, proprio come suggerisce il nome dell’operazione europea, il cui epilogo è tutto da scrivere.