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Trump a Davos, la settimana in cui l’Europa scopre il gelo

- di: Marta Giannoni
 
Trump a Davos, la settimana in cui l’Europa scopre il gelo
Trump a Davos, la settimana in cui l’Europa scopre il gelo

Tra un “board” per Gaza, un’intesa attesa sulle garanzie a Kiev e il braccio di ferro sui dazi, il Forum riparte con l’aria da resa dei conti.

(Foto: l’Air Force One).

Davos doveva essere l’edizione del dialogo, e lo è anche nel titolo ufficiale. Ma nella pratica è la settimana in cui il dialogo si misura con il rumore: quello dei missili, dei dossier e delle minacce commerciali. Il World Economic Forum apre i lavori dal 19 al 23 gennaio tra le nevi svizzere, e lo fa in un clima che assomiglia più a una prova di forza che a un seminario sull’armonia globale. Al centro della scena, Donald J. Trump: l’uomo che arriva con l’aria di chi non chiede permesso e con l’agenda di chi preferisce i rapporti di potere ai comunicati congiunti.

Il presidente statunitense è atteso con un intervento ufficiale (“special address”) mercoledì 21 gennaio, nel primo pomeriggio. E il punto non è solo il discorso: è l’effetto calamita. Davos, per definizione, vive di incontri nel corridoio e messaggi sussurrati nelle salette. Quest’anno quei sussurri ruotano attorno a tre parole: Gaza, Ucraina, Groenlandia. Tre crisi diverse, un unico filo conduttore: la sensazione europea di trovarsi davanti a un alleato diventato negoziatore duro, pronto a trasformare la geopolitica in un contratto con penali.

Il nodo più controverso è il nuovo meccanismo che la Casa Bianca spinge come scorciatoia decisionale: un organismo internazionale battezzato “Board of Peace”, presentato come cabina di regia per la gestione della crisi a Gaza e, nelle intenzioni, come modello replicabile altrove. La formula piace a chi sogna tempi rapidi e un’unica catena di comando; inquieta chi vede una torsione istituzionale che rischia di mettere in ombra le architetture multilaterali tradizionali. In ambienti diplomatici si parla apertamente di attrito con le Nazioni Unite e di un possibile “doppio binario” che frantuma la legittimazione internazionale.

I dettagli che filtrano disegnano un tavolo “ibrido”: politica e business nello stesso perimetro. Accanto a Trump compaiono figure-chiave della sua galassia come Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff, insieme a profili internazionali discussi e ingombranti. E qui si accende la seconda miccia: la governance della ricostruzione e, soprattutto, la regia dei capitali. Il lessico è quello dell’attrazione degli investimenti, della mobilitazione di fondi, dei progetti infrastrutturali. Il rischio, per i critici, è che la pace venga trattata come un piano industriale con tempi, sponsor e ritorni attesi.

Da Roma, l’attenzione è massima perché tra gli inviti al tavolo compare anche Giorgia Meloni. La premier, secondo quanto ricostruito in questi giorni, si muove su una linea prudente: disponibilità a partecipare ai vertici “se necessari”, ma senza trasformare la presenza a Davos in un automatismo. Sullo sfondo, una partita delicata: per l’Italia, stare nel perimetro decisionale significa contare; starci senza paletti significa esporsi. La narrativa pubblica è quella del contributo alla stabilizzazione, ma in controluce si legge anche l’interesse a non restare fuori dai corridoi in cui si decide chi fa cosa nella ricostruzione.

Il capitolo ucraino è l’altro grande “fuori programma” destinato a divorare l’agenda ufficiale. Volodymyr Zelensky arriva (o, comunque, resta al centro degli incontri) con un obiettivo chiaro: ottenere garanzie di sicurezza credibili dagli Stati Uniti, in un formato che renda meno fragile qualsiasi cessate il fuoco. In queste ore, emissari e negoziatori lavorano a Davos come estensione di colloqui preparatori già avviati, con un doppio focus: deterrenza post-bellica e ricostruzione. Un elemento è certo: Kiev vuole uscire dalla stagione delle promesse generiche e mettere nero su bianco un meccanismo che regga anche quando i riflettori si spengono.

Il negoziatore ucraino Rustem Umerov ha fatto sapere che le discussioni con gli americani proseguiranno a margine del Forum, con l’obiettivo di tradurre le linee politiche in strumenti pratici. L’altra faccia della medaglia è la pressione del tempo: mentre si negozia, l’Ucraina continua a denunciare attacchi e danni alle infrastrutture energetiche. È la realtà che bussa alla porta delle sale conferenze e ricorda a tutti che Davos, qui, non è un convegno: è un passaggio di consegne tra diplomazia e urgenza.

E poi c’è la crisi che mescola economia, sovranità e orgoglio: la Groenlandia. L’innesco è politico, ma la leva è commerciale. La minaccia di dazi contro diversi Paesi europei, legata a una linea dura di Washington sulla partita artica, ha fatto scattare un allarme che l’Unione Europea non vedeva da tempo: non più dispute tecniche, ma coercizione economica in piena regola. A Bruxelles si ragiona su un ventaglio di risposte, compreso l’uso dello strumento anti-coercizione, il “bazooka” regolatorio pensato proprio per i casi in cui un partner prova a ottenere concessioni politiche attraverso la pressione economica.

Il punto, per gli europei, non è solo il danno immediato su export e filiere. È il precedente. Se passa il principio che un alleato può “tariffare” la sovranità altrui, il manuale delle relazioni transatlantiche cambia pagina. In questo clima, i leader europei si preparano a incrociare Trump a Davos: Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Friedrich Merz. E sul fronte Nato si muove Mark Rutte, che ha già parlato con Trump della sicurezza nell’Artico e conta di rivederlo durante il summit.

In mezzo a questi incastri, il Forum prova a fare il Forum: intelligenza artificiale, crescita, investimenti, transizione energetica. Ma perfino i capitoli economici vengono letti con la lente geopolitica. La finanza osserva il discorso di Trump anche per i riflessi su mercati e politiche interne, e le attese sui contenuti vanno ben oltre la retorica: ogni frase può diventare segnale su dazi, regole, priorità. Davos, in altre parole, non sta ascoltando soltanto un presidente: sta cercando di capire quale ordine mondiale intenda negoziare — e a quale prezzo.

La contraddizione più evidente è tutta qui: l’edizione del “dialogo” rischia di diventare l’edizione dell’ultimatum. Eppure, proprio per questo, Davos resta un termometro unico. Se il multilateralismo scricchiola, lo si vede prima nei corridoi che nei comunicati. Se un nuovo metodo — più rapido, più muscolare, più transazionale — si sta imponendo, qui ne appaiono i sintomi: la corsa ai tavoli giusti, la caccia alle foto, le bozze che circolano con più velocità delle diplomazie.

Due frasi, in queste ore, rimbalzano come sottotesto non ufficiale dell’intero Forum. Da un lato, la promessa del pragmatismo: "I conflitti non si risolvono con le cerimonie, ma con gli incentivi". Dall’altro, la paura della rottura: "Se la forza diventa la regola, il dialogo diventa scenografia". Davos 2026 è l’arena in cui queste due visioni si misurano a porte (quasi) aperte.

La domanda finale, per l’Europa, è brutale nella sua semplicità: può difendere la propria sovranità economica e politica senza finire in una guerra di ritorsioni con Washington? E per Trump l’interrogativo è speculare: quanto vale, davvero, un accordo se nasce come una resa? Davos non darà tutte le risposte, ma è il posto in cui si capisce chi sta scrivendo le domande.

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