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Trump a testa bassa contro Powell: “O è corrotto o è incompetente”

- di: Vittorio Massi
 
Trump a testa bassa contro Powell: “O è corrotto o è incompetente”

L’inchiesta sui costi della sede della Fed diventa l’arma contro Powell, mentre Lagarde e i banchieri centrali lanciano l’allarme sull’indipendenza delle istituzioni.

È l’attacco più frontale mai visto contro un presidente della banca centrale americana. Donald Trump non si è limitato a criticare la politica dei tassi: ha scelto la delegittimazione personale, mettendo in scena un aut aut che suona come una condanna. “O è corrotto o è incompetente”, ha detto di Jerome Powell, riferendosi ai presunti sforamenti nei costi della ristrutturazione del quartier generale della Fed. Una frase che, più di qualunque dossier, sposta lo scontro sul terreno della credibilità istituzionale.

Il casus belli è un cantiere faraonico a Washington, un progetto che secondo le ricostruzioni ha raggiunto cifre nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari. Su quelle spese il Dipartimento di Giustizia ha aperto un filone di indagine, contestando la gestione e la comunicazione al Congresso. Ma l’irruzione della Casa Bianca nel dibattito ha trasformato una questione amministrativa in una guerra politica: non si discute più di fatture e capitolati, si discute del diritto della Fed di restare indipendente dal potere esecutivo.

Powell ha reagito con parole che, per un banchiere centrale, sono un segnale d’allarme: ha parlato di “attacco senza precedenti all’indipendenza della Fed” e di un clima di minacce e pressioni. Non è un dettaglio retorico. La forza di una banca centrale sta nella percezione che le sue decisioni siano guidate dai dati — inflazione, crescita, lavoro — non dal calendario elettorale. Quando quella percezione vacilla, i mercati chiedono un premio più alto per fidarsi, e il costo del denaro sale per tutti.

È per questo che la risposta internazionale è stata immediata e compatta. Una lettera firmata da una dozzina di governatori e presidenti di banche centrali, con Christine Lagarde in prima linea, ha espresso piena solidarietà al sistema della Federal Reserve e al suo presidente. Il testo ricorda che l’indipendenza monetaria è un pilastro della stabilità dei prezzi e della stabilità finanziaria e che va preservata nel rispetto dello Stato di diritto. Tradotto: nessuno chiede immunità, ma nessuno accetta che la giustizia venga brandita come clava politica.

Nel mirino dell’amministrazione è finita anche la catena di comando giudiziaria che ha avviato gli atti formali. La procuratrice federale di Washington, Jeanine Pirro, ha difeso l’iniziativa sostenendo che l’ufficio avrebbe tentato più volte un confronto con la Fed e che solo dopo risposte ritenute insufficienti si sarebbe passati alle procedure legali. “La parola incriminazione è uscita dalla bocca di Powell”, ha ribattuto sui social, negando qualsiasi uso politico dell’inchiesta.

Ma la politica ha già fatto irruzione. L’idea che il presidente degli Stati Uniti possa etichettare il capo della banca centrale come “corrotto” o “incapace” mentre pende un’indagine crea un precedente tossico: basta poco, a quel punto, per trasformare ogni decisione sui tassi in una prova di lealtà o di ostilità verso la Casa Bianca. È la logica che nei sistemi deboli riduce le istituzioni a dipartimenti del potere esecutivo.

La reazione di ambienti finanziari e di parte del mondo conservatore è stata rivelatrice. Il Wall Street Journal ha definito l’operazione un boomerang per la stessa amministrazione, sostenendo che l’apertura di un fronte contro la Fed danneggia la credibilità del Paese e complica l’obiettivo — dichiarato da Trump — di ridurre l’inflazione. I mercati obbligazionari, infatti, leggono la politicizzazione della politica monetaria come un rischio aggiuntivo e chiedono rendimenti più alti.

In questo clima, l’attacco personale diventa il vero spartiacque. Non è una critica tecnica, è una strategia di potere: se il numero uno della banca centrale viene dipinto come moralmente inaffidabile, l’istituzione che guida diventa negoziabile. E se la Fed diventa negoziabile, lo diventano tutte le autorità indipendenti, dai regolatori finanziari alle agenzie di controllo.

Il messaggio che rimbalza da Washington a Francoforte e Londra è pericolosamente chiaro: l’autonomia è condizionata. Oggi tocca a Powell, domani a chiunque osi dire che i dati non giustificano ciò che la politica vuole. È così che l’economia scivola verso l’arbitrio, e la democrazia verso l’autocrazia. Per questo la lettera dei banchieri centrali non è un gesto di cortesia: è un allarme globale.

Alla fine, la frase di Trump resta lì, come una lama: “corrotto o incompetente”. È la notizia del giorno, ed è anche il punto di non ritorno. Perché quando il presidente degli Stati Uniti usa quelle parole contro il capo della Fed, non sta solo attaccando un uomo: sta mettendo in discussione l’idea stessa che esistano poteri capaci di resistere alla volontà del leader.

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