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Tassi: BofA vede taglio Bce a marzo e due riduzioni Fed

- di: Matteo Borrelli
 
Tassi: BofA vede taglio Bce a marzo e due riduzioni Fed
Tassi: BofA vede taglio Bce a marzo e due riduzioni Fed

Tra inflazione sotto osservazione e crescita da proteggere, la banca americana disegna un 2026 più “morbido” del consenso.

(Foto: la presidente della Bce, Christine Lagarde, con il presidente della Fed, Jerome Powell).

Un copione diverso dal mercato

Bank of America mette sul tavolo una traiettoria di politica monetaria che, per tempistica e intensità, si discosta dalle attese medie: un taglio Bce a marzo 2026 e due tagli Fed a giugno e luglio 2026. L’idea di fondo è semplice e insieme esplosiva: nel 2026 il tema non sarà “chi alza”, ma chi taglia e quando.

Bce: il nodo è l’inflazione (e la credibilità delle proiezioni)

Nella lettura di BofA, l’Eurozona rischia di convivere con un’inflazione che resta troppo spesso sotto il 2% nel primo tratto del 2026. Se questo scenario si confermasse, un intervento a marzo diventerebbe la scelta più coerente per evitare un irrigidimento “di fatto” delle condizioni finanziarie.

Il punto, però, è anche comunicativo: se le proiezioni indicano un’inflazione debole per anni e contemporaneamente il mercato sconta un ritorno a rialzi nel giro di pochi trimestri, la fotografia appare contraddittoria. In quel cortocircuito, BofA vede spazio per più tagli e meno retorica da falchi.

Fed: due tagli “non solo macro” e la variabile politica

Sul fronte americano, la previsione di due riduzioni a giugno e luglio si appoggia a un ragionamento doppio. Da un lato, una Fed che nel 2026 potrebbe mettere in cima alla lista l’equilibrio del mercato del lavoro più dell’inflazione. Dall’altro, la possibilità che la governance dell’istituto si orienti verso una postura più accomodante, con un rischio implicito: l’indipendenza percepita.

È qui che la storia diventa delicata: se il mercato iniziasse a dubitare della bussola della banca centrale, i tassi di lungo periodo potrebbero reagire male, con un rialzo dei rendimenti che annulla (o riduce) l’effetto dei tagli sui tassi ufficiali.

Italia: finita la “sovraperformance”, ora conta il dopo-spinta

Per l’Italia la sintesi di BofA è netta: il periodo in cui il Paese ha corso più della media dell’Eurozona potrebbe essere alle spalle. Negli anni 2020–2024 la crescita relativa è stata sostenuta da fattori straordinari, come incentivi edilizi e investimenti legati ai programmi europei. Nel 2026 il tema diventa un altro: quanto di quella spinta si trasforma in Pil potenziale.

Sul fronte dei conti pubblici, la dinamica del deficit può sorprendere in positivo, ma resta l’elefante nella stanza: il debito, che rischia di restare una fragilità strutturale. E lo spread, anche quando scende, va letto con attenzione: conta non solo l’Italia, ma anche cosa fa il Bund.

Cosa significa per famiglie, imprese e mercati

Se il sentiero dei tagli si materializza, l’impatto può essere immediato su tre fronti: costo del credito (mutui e prestiti), valutazioni (azionario e obbligazionario) e cambio. Ma la parola chiave resta “condizionale”: perché basta un’inflazione più ostinata, o un mercato del lavoro più teso, per cambiare la sceneggiatura.

In altre parole: i mercati adorano i tagli, ma odiano l’incertezza. E il 2026, nella lettura di BofA, promette entrambe le cose.

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