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Pil giù, Fed sotto attacco: Trump spinge e il dollaro vacilla

- di: Bruno Coletta
 
Pil giù, Fed sotto attacco: Trump spinge e il dollaro vacilla
Economia Usa in frenata, Powell nel mirino: il presidente vuole il suo successore già a settembre. L’euro vola, la Fed rischia l’indipendenza.

L’America rallenta, ma Wall Street festeggia: qualcosa non torna

Lo chiamano “decoupling”, ed è esattamente ciò che sta accadendo tra l’economia reale americana e i mercati finanziari. Nel primo trimestre 2025 il Pil degli Stati Uniti ha registrato una contrazione dello 0,5%, ben al di sotto delle stime. I consumatori tirano il freno, le imprese sentono il gelo dei dazi e le esportazioni rallentano. Ma a Wall Street si brinda, come se niente fosse. Perché? La risposta ha un nome preciso: Donald Trump.

Il presidente sta lavorando per anticipare la nomina del successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve. Il mandato scade nel maggio 2026, ma Trump potrebbe forzare la mano già dopo l’estate. L’obiettivo è chiaro: mettere al timone della banca centrale una figura più “malleabile”, capace di assecondare il desiderio presidenziale di tassi bassi e liquidità facile, malgrado l’inflazione.

“Powell è un disastro”: Trump spara, l’euro corre

“Terribile”, “stupido”, “ostinato”. Così Trump ha definito Powell in più occasioni. Il presidente è convinto che l’attuale guida della Fed stia remando contro l’economia americana mantenendo i tassi troppo alti. Ma c’è un paradosso: i mercati sembrano preferire la rotta tracciata da Powell, considerata più credibile.

L’accelerazione su una nomina anticipata ha già prodotto un primo effetto: il dollaro si è indebolito sensibilmente, scivolando ai minimi dal 2023. L’euro ha toccato quota 1,1740, livello che non si vedeva dal 2021. Il cambio riflette una crescente aspettativa che alla Fed arrivi una “colomba”, termine con cui a Wall Street si indicano i banchieri centrali più accomodanti. Ma le colombe, quando arrivano per volontà politica, possono trasformarsi in uccelli del malaugurio per la fiducia nei mercati.

I candidati di Trump: tra fedeltà e Fed

I nomi sul tavolo della Casa Bianca sono tutt’altro che tecnici. In corsa ci sarebbero Kevin Warsh, ex membro del board della Fed; Kevin Hassett, già capo del Consiglio economico nazionale; Scott Bessent, ora al Tesoro; e David Malpass, ex Banca Mondiale.

Nessuno di loro viene considerato come un difensore dell’autonomia della banca centrale. La prospettiva che Trump possa realmente nominare in anticipo un presidente della Fed a lui fedele preoccupa gli analisti. “Se la Fed viene politicizzata in modo palese, l’effetto sulla fiducia globale sarà devastante”, ha dichiarato Mohamed El-Erian.

Una Fed sotto scacco, un’economia fragile

Il tema non è solo tecnico: è istituzionale. La Federal Reserve ha un doppio mandato – stabilità dei prezzi e piena occupazione – e un principio cardine: l’indipendenza dalla politica. Trump la considera un ostacolo al suo progetto economico: tassi bassi, dollaro debole, esportazioni più competitive.

La contrazione del Pil non include ancora l’impatto delle nuove tariffe reciproche annunciate il 2 aprile. La finestra di 90 giorni concessa per negoziare scade il 9 luglio. Se non verrà trovata un’intesa, i dazi torneranno ai livelli minacciati. E allora sì, la recessione potrebbe non essere più un rischio ma una certezza.

Un presidente all’attacco, ma senza rete

La Casa Bianca, intanto, cerca di sviare l’attenzione. A precisa domanda sul futuro della Fed, il portavoce presidenziale ha risposto che “l’amministrazione è focalizzata sull’approvazione del grande piano di bilancio”, definito dallo stesso Trump “un big, beautiful bill”. Ma la verità è che quel provvedimento è bloccato in Senato, con diversi senatori repubblicani in rotta con la linea trumpiana.

La sensazione, tra economisti e investitori, è che Trump stia forzando tutti i dossier per avere mano libera: bilancio, tassi, commercio, dollaro. Un gioco d’azzardo pericoloso in un’economia che dà già segnali di rallentamento. “Trump vuole una Fed servile, ma sta mettendo a rischio il sistema intero”, ha commentato Lawrence Summers.

I mercati sorridono, ma le fondamenta traballano

Wall Street, per ora, applaude. Ma l’applauso rischia di essere cinico e miope. Perché l’idea che una banca centrale obbedisca al presidente di turno, e non ai dati economici, spaventa i mercati più di quanto non dicano gli indici.

Un dollaro debole può aiutare le esportazioni, ma senza fiducia nella governance monetaria, tutto il castello rischia di crollare. Con un Pil in calo e una Fed sotto pressione politica, l’“America First” di Trump rischia di trasformarsi in “America Alone”. E questa, sui mercati globali, non è mai una buona notizia.

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