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Ocse, tassa minima globale “a due corsie”: via libera a esenzione Usa

- di: Vittorio Massi
 
Ocse, tassa minima globale “a due corsie”: via libera a esenzione Usa

Il pacchetto “side-by-side” riscrive la minimum tax del 15%: Washington ottiene una corsia preferenziale, i critici vedono un precedente che pesa su gettito e credibilità.

La global minimum tax era nata come “cintura di sicurezza” contro l’elusione più creativa: se una multinazionale paga troppo poco in una giurisdizione, scatta un meccanismo che porta l’aliquota effettiva almeno al 15%. Un’idea semplice, diventata un’architettura complessa (e politicamente esplosiva) dentro il pilastro due dell’accordo Ocse-G20. Ora, però, quella cintura si allenta proprio dove il sistema ha più muscoli: sulle multinazionali con casa madre negli Stati Uniti.

Il 5 gennaio 2026 l’Ocse ha annunciato l’intesa su un pacchetto tecnico-politico battezzato “side-by-side”: una soluzione “affiancata”, che consente la coesistenza di regimi diversi e, soprattutto, introduce nuovi safe harbour capaci di esentare i gruppi con capogruppo in giurisdizioni considerate “idonee” dalle regole chiave di Pillar Two. Il punto che fa rumore è che, nel perimetro immediato, la giurisdizione “idonea” con effetti più dirompenti è proprio Washington.

Tradotto in pratica: per le multinazionali “U.S.-parented” si apre una porta che le tiene fuori da due ingranaggi centrali del sistema, l’Income Inclusion Rule (IIR) e l’Undertaxed Profits Rule (UTPR). L’IIR è la regola che permette al Paese della capogruppo di “recuperare” il top-up tax; l’UTPR è la rete di sicurezza che consente agli altri Paesi di tassare in modo coordinato quando la capogruppo non applica (o non può applicare) la minimum tax. Se togli la rete, il trapezio torna ad assomigliare al vecchio circo della competizione fiscale.

L’Ocse la racconta all’opposto, come una mossa di stabilizzazione: un modo per ridurre incertezza e contenziosi, e per tenere in piedi un impianto che altrimenti rischiava di sfarinarsi sotto la pressione americana. Il segretario generale Mathias Cormann ha rivendicato l’intesa come un passaggio “storico” della cooperazione fiscale, insistendo sulla promessa di maggiore certezza e minore complessità.

Ma se la versione “istituzionale” parla di manutenzione del motore, quella dei critici suona come la diagnosi di un cedimento politico. Gabriel Zucman, economista e voce di riferimento nel dibattito globale su evasione e paradisi fiscali, in un'intervista al quotidiano Il Fatto Quotidiano ha liquidato l’operazione con parole taglienti: “Questa resa è patetica”. L’accusa non è solo di aver concesso un trattamento speciale, ma di aver incrinato il principio stesso di una soglia comune: se la minimum tax diventa negoziabile potenza per potenza, torna la logica delle eccezioni come arma diplomatica.

Qui entra in scena il cuore tecnico della vicenda: l’idea originaria del 2021 era costruita per reggere anche senza unanimità perfetta. Se un grande Paese non recepiva la riforma, gli altri potevano comunque applicare l’UTPR e “riportare” l’aliquota effettiva al 15% tassando una quota dei profitti. Era il deterrente contro la tentazione di restare fuori. Con il “side-by-side”, invece, quel deterrente si ammorbidisce: i Paesi aderenti rinunciano, di fatto, a colpire l’insufficienza di tassazione dei gruppi statunitensi attraverso il meccanismo transfrontaliero più incisivo.

La genesi dell’accordo aiuta a capire perché. La cornice politica risale al 28 giugno 2025, quando il G7 – con dentro anche l’Italia – ha messo nero su bianco una “shared understanding” su un sistema “affiancato” per rispondere alle obiezioni statunitensi. In quel passaggio, il messaggio implicito era: meglio un compromesso che una guerra fiscale, soprattutto mentre a Washington si agitava lo spettro di misure ritorsive contro chi avesse applicato regole percepite come “extraterritoriali”.

Il nuovo corso americano, infatti, ha messo la minimum tax nel mirino come questione di sovranità. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha celebrato l’intesa del 5 gennaio 2026 come una vittoria nel proteggere le imprese Usa da ciò che definisce “overreach” estero. Il segnale politico è chiaro: l’America non accetta che altri Paesi possano “top-uppare” i profitti dei suoi campioni nazionali, anche quando quei profitti sono generati (o contabilizzati) altrove.

A rendere il quadro ancora più intricato c’è la questione delle “equivalenze”. Gli Stati Uniti hanno già strumenti domestici che, a loro dire, svolgono una funzione simile: la GILTI (tassa minima sui profitti esteri introdotta nel 2017) e una minimum tax interna su alcune grandi società. Il pacchetto Ocse, nella logica “side-by-side”, riconosce come “sufficientemente robusto” un set di regole domestiche e internazionali tali da giustificare l’esenzione dai meccanismi Pillar Two più sensibili. Ed è qui che scatta la polemica: per i sostenitori della minimum tax “vera”, equiparare regimi pensati con priorità nazionali a un accordo multilaterale significa cambiare il baricentro della riforma.

C’è però un elemento che l’Ocse rivendica come salvagente per i bilanci: il pacchetto preserva la centralità delle QDMTT, cioè le imposte minime “domestiche” che permettono ai singoli Paesi di recuperare in casa propria il top-up tax sui profitti generati nel loro territorio. In altre parole: anche se si riduce la presa “cross-border” sull’universo Usa, resta il diritto (e l’incentivo) a non lasciare sul tavolo la differenza tra tassazione effettiva e 15% quando l’attività economica è locale. È una barriera, ma non è la stessa cosa di un sistema capace di inseguire l’elusione lungo la catena internazionale delle controllate.

Il secondo capitolo del compromesso riguarda gli incentivi fiscali, tema su cui molti governi (non solo gli Usa) volevano una correzione. Nella versione “pura” del Pillar Two, crediti d’imposta e sgravi potevano far scendere l’aliquota effettiva sotto il 15%, facendo scattare l’imposta integrativa e sterilizzando parte del beneficio. Il pacchetto introduce un safe harbour mirato per alcuni incentivi legati alla sostanza economica (presenza reale, produzione, attività), con l’obiettivo dichiarato di evitare che la minimum tax trasformi ogni politica industriale in un boomerang fiscale.

I sostenitori del compromesso dicono che questa correzione serve anche all’Europa: meno burocrazia, più prevedibilità, e un trattamento meno penalizzante per incentivi a ricerca, transizione energetica e reindustrializzazione. Non a caso, in questi giorni diversi osservatori (società di consulenza e analisti legali) segnalano che il pacchetto mira a ridurre costi di compliance e contenziosi proprio mentre decine di Paesi stanno mettendo a terra le regole nei loro ordinamenti.

Eppure, la domanda che taglia il dibattito come un bisturi resta una: quanto gettito salta? Qui la critica diventa politica, perché tocca la trasparenza. Alex Cobham, alla guida di Tax Justice Network, ha attaccato l’assenza di una quantificazione ufficiale delle perdite fiscali legate alla nuova impostazione. Il punto, per Cobham, non è solo l’ammanco potenziale, ma il fatto che i governi stiano negoziando una rinuncia senza dichiararne il prezzo ai contribuenti. E il suo affondo diventa un invito a fare nomi e numeri: “Ogni governo che oggi si inginocchia davanti a Trump dica a quanto sta rinunciando”.

Nella nota diffusa il 5 gennaio 2026, la rete cita stime di perdite già in corso legate allo spostamento di profitti dei gruppi statunitensi (con esempi come Francia, Germania e Regno Unito) e avverte che l’esenzione rischia di spingere più in alto il conto. È una contestazione che si salda con un argomento economico noto: se un terzo circa dei profitti globali delle grandi multinazionali è riconducibile a gruppi Usa, qualsiasi “corsia dedicata” ha un impatto sistemico, non marginale.

Sullo sfondo, intanto, si muove l’altra arena: l’Onu. Tax Justice Network insiste sul fatto che il baricentro delle riforme fiscali globali si stia spostando verso i negoziati per una convenzione quadro sotto le Nazioni Unite, spinta da molti Paesi del Sud globale. Il ragionamento è semplice: se l’Ocse si dimostra permeabile alla pressione dei grandi, allora il terreno multilaterale “alternativo” diventa più appetibile per chi si sente periferia del sistema.

Per l’Italia, la partita è doppia. Da un lato, Roma ha interesse a un coordinamento che limiti l’elusione e protegga basi imponibili; dall’altro, il compromesso G7 del 2025 ha mostrato quanto la variabile geopolitica possa piegare le ambizioni fiscali. E qui la minimum tax rivela la sua natura più vera: non è soltanto un dossier tecnico, ma un termometro dei rapporti di forza. Quando cambia il clima a Washington, cambia anche la pressione dentro i tubi della cooperazione internazionale.

Il “side-by-side” viene venduto come la scelta pragmatica per non far saltare tutto. Ma il prezzo del pragmatismo, oggi, è un precedente: la tassa minima globale non è più una soglia uguale per tutti, è una soglia che si negozia. E, nel mondo della fiscalità internazionale, quando una regola diventa negoziabile, la domanda non è se arriveranno nuove richieste di eccezioni, ma quando.

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