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Arte e Cultura, Daina Maja Titonel: "Il mercato sottovaluta le Artiste"

- di: Milica Cirovic
 
Gallerista e curatrice con sede nel cuore di Roma, Daina Maja Titonel sfida costantemente gli strati che il mercato e il mondo dell’arte impongono all’opera, mentre allo stesso tempo emana eleganza, classicità e grande conoscenza di storia dell’arte che è profondamente radicata nella sua famiglia. Quello che ti può succedere è di restare quasi sempre sorpreso, quando sei invitato alla mostra in cui il nome dell’artista è un segreto, o quando entri in una galleria completamente buia e tutto ciò che hai è una candela che ti obbliga a esplorare le opere in dettaglio, o quando la mostra non prevede alcuna inaugurazione, escludendo quindi il rumore e la distrazione che può allontanarci dall’arte anche nelle opening più belle.

Come qualcuno che deve innamorarsi dell’arte esposta, Daina Maja Titonel ci lascia anche lo spazio per sentire lo stesso trasporto, invitandoci con gentilezza a sederci di fronte alle opere per tutto il tempo che desideriamo e raccontandoci tutta la storia che è dietro. Tutte queste pratiche sottili fanno in modo che l’osservatore si apra all’arte in modo diverso e tutti possano essere parte della catena artistica, dall’artista al collezionista al visitatore, per essere consapevoli della sensazione autentica che l’opera d’arte può darci, così come dell’ingegnosità e dell’abilità della gallerista.

Maja, che cos’è l’Arte? Che cos’è un’opera d’arte? Vorrei porre questa domanda a tutte le persone che appartengono al mondo dell’arte, quindi desidero iniziare la nostra intervista proprio da qui.
"Risponderò a questa domanda condividendo una recente esperienza. Qualche giorno fa ho incontrato per la prima volta una giovane artista venuta in galleria a mostrarmi i suoi lavori. L’entusiasmo è stato sorprendentemente immediato, non riuscivo a smettere di guardare le sue fotografie e mal volentieri me ne sono separata. Piuttosto che cercare definizioni o schemi per descrivere l’arte, negli anni ho imparato a fidarmi del mio istinto: a decidere cosa esporre e proporre ai collezionisti, sono l’occhio e una sensibilità che nutro fin da bambina, complici una madre storica dell’arte e un padre pittore. L’incontro con l’arte ha una forte componente seduttiva strettamente legata alla dimensione del piacere e al senso estetico. E’ fondamentale coltivare e allenare tale sensibilità se si desidera affinare la propria capacità percettiva: come un palato che impara ad apprezzare nel tempo vini di maggior pregio e complessità, così l’occhio ha bisogno di costante esperienza, a partire dall’osservazione dal vivo delle opere dei grandi Maestri; e questo richiede tempo, curiosità, condivisione".

Qual è la tua intenzione principale quando implementi le varie modalità nella cura e organizzazione di una mostra? Quali cambiamenti noti nell’atteggiamento degli osservatori?
"All’origine delle mostre che curo c’è di base una ricerca finalizzata a scoprire i lavori di artisti di cui desidero condividere forza e qualità espressiva, originalità e genuinità che vado sempre ricercando. Negli ultimi anni, a questo presupposto si è affiancata un’ulteriore indagine e intenzione che mira a indurre una riflessione sulle attuali dinamiche di fruizione dell’arte e, più in generale, sul sistema che vi ruota intorno, con i suoi paradossi e corto circuiti.
Con questo intento ha preso ad esempio corpo il progetto curatoriale Miscellanea. L’esercizio dell’Arte, che ha debuttato in galleria il 14 maggio 2019 con la prima delle sette mostre succedutesi non-stop nell’arco di sette settimane. Tra i principi fondanti di Miscellanea l’urgenza di rimuovere la mostra dallo stato di evento mordi e fuggi, l’impegno a favorire l’incontro-dialogo tra il pubblico e l’opera d’arte e, non ultimo, un’attenta presenza che stimolasse successivamente il confronto. La galleria ritrovava così una dimensione di sacralità. Avevo scelto di eliminare le inaugurazioni e - in questa prima edizione del progetto, pensata come “volume 0” - di esporre per ogni mostra soltanto tre opere o un’unica installazione. Tre sedie opportunamente distanziate invitavano i visitatori ad accomodarsi per sottolinearne la permanenza. Non avevo preannunciato né i temi delle mostre, né gli artisti coinvolti per stimolare il pubblico a un ruolo ancora più attivo e accentuare il valore intrinseco delle opere esposte.
Con un analogo spirito sono nate le visite a lume di candela alle mostre in corso in galleria: a luci spente e nelle ore serali ai visitatori viene data una candela che illumina solo parzialmente un’opera alla volta. Cosa ne sarebbe dell’arte se improvvisamente si spegnesse la nostra attenzione su di essa?"

Hai detto che il valore vero di una opera è inestimabile. In che modo il prezzo influenza il modo in cui il pubblico vede il lavoro? Se togliessimo il prezzo, cosa rimarrebbe?
"Ritengo che questa sia una domanda che ciascuno dovrebbe porsi di fronte a un’opera d’arte. Ho visto interessi svanire in potenziali clienti poiché ritenevano il prezzo “troppo basso”, e viceversa. Non giudico il pubblico, sono la prima a pormi la questione. Le quotazioni seguono regole dettate da un sistema complesso e articolato. Quanto tutto questo abbia a che fare con il valore intrinseco dell’opera? Nulla; allo stesso tempo la quotazione è inevitabile. Avrebbe forse senso - dal mio punto di vista - introdurre una sorta di etica in questo ambito, salvo definirne preventivamente i confini".

Sei la galleria numero uno a Roma in base al numero di artisti donne rappresentate e stai attualmente lavorando a un nuovo progetto, che raccoglie i dati da gallerie e fiere in tutto il mondo per capire la differenza tra artisti maschili e femminili nella rappresentazione. Quali sono le conclusioni che hai raggiunto durante questa ricerca e quale sarà il tuo modo di far conoscere la questione al pubblico?
"La galleria che dirigo è da sempre sensibile alla parità di genere tra gli artisti, non solo rappresentati dalla MAC ma anche tra quelli periodicamente coinvolti nelle esposizioni. Ho voluto approfondire la questione approfittando della pausa imposta dal lockdown per capire i termini precisi di una disparità evidente, ma che ancora non avevo “misurato” con dati alla mano.
Nell’articolo “Female Artists Represent Just 2 Percent of the Market. Here’s Why - and How That Can Change” di Julia Halperin e Charlotte Burns, pubblicato lo scorso anno su artnet.com, alcuni dati colpiscono fortemente. Ne elenco di seguito soltanto alcuni.
- Il record d’asta stabilito per l’opera di un’artista (nello specifico, la britannica Jenny Saville con il dipinto “Propped”) è di 12,4 milioni di dollari (Sotheby’s, ottobre 2018), contro i 91,1 milioni di dollari per “Rabbit” di Jeff Koons (Christie’s, maggio 2019).
- Tra il 2008 e i primi cinque mesi del 2019 si sono spesi oltre 196,6 miliardi di dollari in arte. Di questi, soltanto il 2% circa destinati ai lavori delle artiste ($ 4 miliardi per quasi 6.000 donne). Il dato risulta ancora più sconcertante se confrontato - nello stesso arco temporale - con i $ 4,8 miliardi registrati alle aste per le sole opere di Pablo Picasso. Inoltre il 40,7% dei $ 4 miliardi si concentra sproporzionatamente sul lavoro di cinque artiste: Yayoi Kusama, Joan Mitchell, Louise Bourgeois, Georgia O’Keeffe e Agnes Martin.
- Le quotazioni delle opere seguono differenti modalità a seconda del genere: se per gli artisti si confrontano i valori di mercato di profili simili e analoghe scuole, per le artiste tale confronto avviene solitamente tra le sole donne.
- La situazione si aggrava in occasione di fiere d’arte di alto livello come Art Basel: negli ultimi quattro anni, le artiste hanno costituito meno di un quarto degli artisti in mostra a Basilea, Miami e Hong Kong.
- Costante è la sotto-rappresentazione delle artiste nelle gallerie, nei musei, nelle aste.
Questi dati e altre indagini che sto conducendo dimostrano l’urgenza di un’assunzione di responsabilità da parte delle gallerie, unita all’impegno a correggere tali pregiudizi, riconducendo il confronto sulla qualità delle opere, unico terreno comune che prescinde dall’identità di genere.
Ho dunque deciso di accentuare l’impegno di gallerista e curatrice in questa direzione, finalizzando il prossimo calendario espositivo 2020-2021 della MAC, che sarà interamente dedicato alle artiste, alla promozione di iniziative e collaborazioni che si concentrino su questi temi e su un’azione di dibattito e sensibilizzazione".

Che cosa possono fare le donne in generale e soprattutto le donne artiste per migliorare la situazione?
"Tenere alta l’attenzione su questa tematica, documentarsi, utilizzare la creatività per denunciare la questione. Sostenere a loro volta chi agisce “diversamente”."

Infine, qual è il tuo sogno/missione da gallerista?
"Portare l’arte in ogni casa. Negli ultimi mesi le nostre abitazioni hanno assunto una rilevanza ancora più significativa: diventate prepotentemente protagoniste, in alcuni casi si sono dimostrate preziose alleate, fonte di sostegno e nutrimento; certamente hanno mostrato tutto il loro potenziale narrativo/rappresentativo verso il mondo esterno. In entrambe le circostanze la componente estetica ha giocato e gioca un ruolo fondamentale".
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