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Green Economy: la rivoluzione dei consumi, per la creazione dell’uomo ecologico

- di: Ettore Gentili
 
Nella commemorazione del 2 Giugno, è stata issata una gigantesca bandiera italiana di fronte al Monumento del Milite Ignoto per coprire il cantiere della fermata della metropolitana in piazza Venezia, svelando ai telespettatori la scenografia simbolica di un’Italia telegenica, che si vergogna dei luoghi di lavoro. Era un Paese ben diverso quello che, nel 1948, aveva messo nel 1° articolo della Costituzione il Lavoro come fondamento della Repubblica.
I Padri Costituenti, per rimarcare la discontinuità con la monarchia, avevano affidato al diritto ed al dovere del lavoro, l’emancipazione del cittadino verso la pari dignità sociale e la libertà individuale. È proprio per svuotare occultamente questi fondamentali diritti, che il potere globalizzato, sta riproponendo il più ipocrita e ben confezionato dei programmi di controllo: l’ecologia. Una disciplina “romantica” che riemerse negli anni ‘30 del secolo scorso, quando si incominciò a studiare l’interrelazione tra le variazioni funzionali dei vari sistemi, con l’obiettivo di esercitare quei correttivi necessari al raggiungimento di un equilibrio stabile. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale e negli anni del boom economico, l’ecologia venne relegata agli studi specialistici di biologia, ma, con la crisi petrolifera del 1973, si tornò prepotentemente a parlarne ovunque. L’oblio ed Il riemergere periodico della sensibilità “ecologica”, scaturisce dal suo carattere di disciplina sistemica, che ben si presta ai disegni di palingenesi socioeconomica, successivi alle crisi che provocano un crollo della domanda dei beni di consumo. È per questo motivo che le dottrine ecologiche si sono ripresentate, con una ciclicità quarantennale, negli anni ì30, ‘70 e poi negli anni ‘10 di questo secolo, in esatta corrispondenza con le tre devastanti crisi economiche del 1929, del 1968 e del 2008. Quest’emergenza climatica ed ambientale, che salta fuori di tanto in tanto, non è quindi un effetto dell’antropocene, bensì un collasso del capitalocene, cioè non è provocato dall’azione umana, ma interamente riconducibile alle ciclicità del sistema capitalista, che utilizza l’ecosistema come uno strumento di mercato nel quale ritagliarsi nuovi margini d’azione.
L’inclusione della natura nel sistema di mercato viene ufficializzato con la monetarizzazione delle emissioni di Co2 (o più volgarmente di aria inquinata), che permette ai Paesi ricchi, come Dubai, di continuare a sciare al coperto, ma che condanna gli operai occidentali alla disoccupazione, attraverso l’introduzione della Carbon Tax. Con lo stesso meccanismo sperimentato dagli inglesi con le Enclousures, che trasformarono contadini ed allevatori in mano d’opera a basso costo per la nascente rivoluzione industriale, cosi i milioni di disoccupati dell’Occidente deindustrializzato diventeranno la massa teleguidata della green economy. Una rivoluzione verde che non manterrà nessuna delle promesse ireniche e progressiste, con cui ha fatto sognare miliardi di cittadini, che presto capiranno di non poter salire tutti sulla stessa barca, visto che il mercato, riducendosi quantitativamente, si sclerotizzerà sempre più in un sistema castale.
Questo serrato ed impenetrabile regime oligarchico non sarà più assoggettabile a contestazioni; con il progressivo indebolimento delle organizzazioni sindacali, politiche e delle istituzioni, gli Stati nazionali sono da tempo relegati ad agenti di commercio, incaricati di promuovere i prodotti da consumare nella nuova economia. Lo Stato Italiano, che non si vergogna di creare le domeniche ecologiche, per far vendere le nuove vetture e, allo stesso modo , tutti i Governi nazionali dei Paesi occidentali,hanno favorito e finanziato, con risorse pubbliche, l’acquisto di beni innovativi per la transizione energetica, facendosi promotori di un sistema che mette a carico della fiscalità generale i costi d’apertura dei nuovi mercati per le multinazionali. La stessa Commissione Europea ha annunciato che la ripresa post coronavirus sarà traghettata dall’economia verde e che nell’innovazione ecologica verranno investite centinaia e centinaia di miliardi di euro, che è prevedibile andranno ad inflazionare sostituire e concentrare la ricchezza reale esistente. Nel mare magnum delle verità multiple: dal sovranismo al liberismo che si rinfacciano vicendevolmente posizioni conformiste ed anticonformiste, tutte teoricamente vere, la nuova economia verde doveva emergere con un’autorevolezza dirompente; era necessario che lo Stato utilizzasse il compito che gli è proprio, cioè l’uso della forza, per imporre questa trasformazione economica, continuando a dare ai cittadini la gratificante impressione di essere liberi ed al passo con i tempi. È con questi presupposti che sono state ideate campagne moralistiche degne di uno Stato etico, che hanno raggiunto l’intero mondo dei consumi, dagli elettrodomestici, all’automotive, dalla cura del corpo all’arredo della casa. Tutto è stato inserito all’interno di un sistema di premi e punizioni, che stimolasse i nuovi consumi.
Come si può infatti negare un futuro ecologico ai propri figli, come si può essere insensibili al riscaldamento del pianeta con il rischio di renderlo inabitabile per le prossime generazioni? Come si può discutere l’anatema di Greta Thunberg, una ragazzina di sedici anni, che viene ricevuta dal Papa, all’Onu e dai Presidenti della Repubblica, che perentoriamente ci invita a redimerci ed a cambiar vita? Non c’è esercizio di buon senso o di logica che possa essere opposto alla profezia di una pedante adolescente affetta dalla sindrome di Asperger, che come la pastorella di Lourdes, preannuncia ai viventi l’avvento della “Green economy”.
Lo svuotamento di senso, di un verbo ovunque accolto ai più alti livelli direttivi, professato da una bambina che manifesta deficit di attenzione e sindromi ossessive, disarma il cittadino che con questa svolta verde, oltre ad aver perduto il lavoro, ha perso anche gli strumenti dialettici per protestare contro un verbo sacralizzato. Con l’epifania di Greta tutti coloro che persistono nell’utilizzare i tradizionali modi di fare, diventano agli occhi delle masse inebriate dalla moda ecologica, quanto meno degli insensibili e forse anche dei dannati, se come si preannuncia, i peccati ecologici entreranno nel catechismo. Questi conservatori nostalgici, che ancora affermano il predominio dell’uomo sulla natura e del reale sul concettuale, saranno ridotti al silenzio, segretamente conserveranno le cose ancora buone ed in Chiesa (a Trastevere), continueranno a pregare i vecchi Santi del calendario e non le Pachamama, (gli idoletti amazzonici), che celebrano la Gran Madre Terra. Riservandosi, come residuati del pensiero logico, il compito di denunciare la colpevole ipocrisia dei “padroni del vapore”, che hanno lasciato interi subcontinenti come India e Cina a produrre liberamente il 70% del inquinamento da combustibile fossile, per le loro industrie che producevano a basso costo ed hanno scaricato la loro responsabilità morale, sui consumatori che in Occidente acquistano i prodotti.
Questi pochi grandi player che si approprieranno dell’economia circolare, cioè chiusa, dove sono necessari investimenti colossali, naturalmente escluderanno ogni azienda emergente o possibili futuri concorrenti. Dalla sostanziale sottomissione dei governi democraticamente eletti ai programmi delle multinazionali, verranno emanate soltanto leggi che favoriscano i grandi gruppi, con cui i lobbisti proteggeranno i privilegi dei pochi consolidati protagonisti. Come è cinica e spietata questa rivoluzione ecologica, che ci viene presentata sulle copertine patinate dei rotocalchi come l’unico futuro di salvezza, dalle eteree fanciulle, che popolano il nuovo Olimpo delle attrici di successo, e dai frivoli divi del grande pubblico. Icone prezzolate che impartiscono alle masse in cerca di guida, i nuovi decaloghi del buon vivere; guru ispirate d’Oriente, che insieme alle proteine della carne, rifuggono la materialità del corpo, che hanno allontanato dalla purezza astratta e lineare delle loro case, le passioni e le emozioni, con l’autocontrollo dello yoga. L’uomo e la donna della green economy aderiscono acriticamente alle regole anticovid, come al calendario del conferimento della spazzatura domestica: è un cittadino perfettamente civile e ben addestrato, che vive con criminale senso di colpa, l’errore di un cleenex, nel cestino dell’umido e che mai uscirebbe senza maschera, per avvicinarsi a meno di un metro da un altro essere umano. L’organizzazione ecologica e l’organizzazione tecnica della società si vanno configurando come i due pilastri su cui far poggiare la nuova economia globalizzata, che organizzerà ogni aspetto umano secondo il criterio del maggior risultato con il minimo spreco, fino a quando anche le nostre risposte emotive rappresenteranno un errore rispetto allo sforzo ottimizzato, da cui emendarci. L’uomo ecologico sarà un soggetto assolutamente egoista, che non fa nulla che non sia ispirato all’utile; perché l’obiettivo del sistema diviene quello di raggiungere il più perfetto e stabile equilibrio, nel quale, come ultimo ed ineluttabile approdo si condivideranno le teorie neomaltusiane di controllo delle nascite, per limitare quell’ ‘orribile” fonte di prosciugamento delle risorse terrestri, che si chiama vita.
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