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Mps-Mediobanca, gelo su Generali: Lovaglio alla prova del piano

- di: Matteo Borrelli
 
Mps-Mediobanca, gelo su Generali: Lovaglio alla prova del piano

Tra BCE e inchiesta di Milano, Delfin e Caltagirone ricalibrano i pesi. UniCredit tra rumor e smentite, Banco Bpm osservata speciale con Crédit Agricole oltre il 20%. 

A Siena non si sente più il rumore delle ruspe, ma quello – molto più sottile – dei righelli. Dopo l’operazione che ha consegnato a Banca Monte dei Paschi di Siena il controllo di Mediobanca, la fase muscolare del risiko ha lasciato spazio alla parte più delicata: l’esecuzione. E, come spesso accade, è proprio quando si passa dagli slogan ai cantieri che emerge la vera gerarchia del potere. Perché prendere una banca è un conto; farla camminare insieme a un’altra, sotto lo sguardo della vigilanza e con soci forti che hanno obiettivi non sempre sovrapponibili, è tutt’altra storia.

In mezzo c’è un nome che oggi vale più di un titolo in Borsa: Luigi Lovaglio. Per mesi è stato il volto della “nuova Mps”, l’uomo che ha rivestito l’istituto senese di una narrativa da rinascita e, insieme, di una missione da grande potenza: trasformare la banca risanata nel perno di un nuovo polo. Ora però il banco di prova è diventato politico prima ancora che industriale. Il suo futuro – e con esso la velocità della fusione – ruota attorno al piano industriale richiesto dalla BCE e a un dettaglio apparentemente burocratico che, invece, è la chiave di volta: chi decide la lista del prossimo consiglio e chi può parlare con chi.

L’aria si è fatta più tesa perché la posta in gioco non è solo Siena-Milano. È Trieste. L’operazione su Mediobanca spalanca una finestra sul pacchetto di Piazzetta Cuccia in Assicurazioni Generali (storicamente attorno al 13%) e quindi su un pezzo di potere italiano che non si misura in utili trimestrali, ma in influenza. E quando sullo sfondo c’è il Leone, ogni scelta di governance diventa un riflesso condizionato: chi controlla la leva, controlla il tempo, e chi controlla il tempo spesso controlla l’esito.

I soci che contano, oggi, non sono un mistero. Delfin – la holding della galassia Del Vecchio, guidata da Francesco Milleri – e Francesco Gaetano Caltagirone rappresentano la sponda azionaria più pesante e più “politica” attorno a Mps e Mediobanca, con ricadute inevitabili su Generali. Finché si correva, era più facile mantenere un profilo unitario: la marcia in avanti tende a mettere d’accordo tutti. È quando si rallenta che si capisce chi vuole andare dove.

E infatti la parola che circola, anche nei corridoi più prudenti, è “gradualità”. Un anno fa la narrativa era quella dell’integrazione rapida: sinergie, taglio dei doppioni, razionalizzazione dei sistemi, un disegno compatto con un baricentro chiaro. Oggi l’impostazione appare meno lineare. Non per mancanza di ambizione, ma per un mix di fattori: i tempi tecnici, i paletti della vigilanza, e soprattutto una governance che non può più essere gestita come se esistesse un solo azionista di riferimento. Il passaggio dal “comando” al “condominio” è sempre la parte più rumorosa, anche quando tutti scelgono toni da conversazione educata.

Il tema del delisting di Mediobanca è diventato, in questa cornice, un test politico. In teoria può essere uno strumento industriale: semplifica, accelera, consente di ridurre frizioni e di spingere sulle sinergie. In pratica, però, è anche una dichiarazione di sovranità: dice chi ingloba chi, e con quale baricentro. Non stupisce che attorno a questa parola si siano accese sensibilità diverse. Se Mps “mangia” Mediobanca fino in fondo, allora il pacchetto Generali finisce sotto un tetto dove l’azionariato potrebbe risultare più diffuso e più negoziabile. Se invece Mediobanca resta più autonoma, la leva Trieste rimane più vicina ai soci forti che oggi la interpretano come strumento di influenza, non come asset da monetizzare.

In questo scenario, una frase – secca – ha fatto più notizia di molte pagine di analisi: “nessun contatto”. È il modo con cui Caltagirone ha segnalato pubblicamente una distanza dall’ad, pur senza trasformarla in rottura. Per la politica degli affari italiani è un messaggio chiaro: non è (ancora) una guerra aperta, ma è finita la luna di miele. E quando in un’operazione così grande finisce la luna di miele, improvvisamente i dettagli si ingrandiscono: chi siede dove, chi parla con chi, chi guida davvero la linea.

A complicare tutto c’è l’inchiesta della procura di Milano sul presunto “concerto” nella scalata, che ha un effetto immediato anche senza sentenze: abbassa i toni e irrigidisce le procedure. In questi casi la prudenza non è solo una scelta reputazionale, è una strategia di sopravvivenza. Risultato: meno telefonate, più verbali; meno informalità, più perimetri. E quando la macchina diventa più lenta, la governance torna a essere il campo di battaglia principale. Da qui l’attenzione per la “lista del cda” e per le regole dell’engagement con gli azionisti: è lì che si decide chi può costruire coalizioni e chi, invece, deve limitarsi a gestire l’ordinario.

In altre parole, Lovaglio si gioca la conferma su un terreno che non è soltanto “quanto guadagniamo”, ma “quanto riusciamo a stare insieme”. Il piano industriale richiesto dalla BCE diventa così una prova pubblica di leadership: dovrà indicare tempi, assetto, governance e razionale dell’integrazione senza far saltare i nervi agli azionisti e senza allarmare la vigilanza. È un esercizio da equilibrista: promettere troppo significa esporsi; promettere poco significa perdere slancio e credibilità. E il mercato, in questo gennaio, ha già mostrato di essere prontissimo a punire ogni incertezza.

Lo si è visto con l’episodio UniCredit. Prima le ricostruzioni su colloqui con Delfin per una possibile acquisizione della quota in Mps, poi la smentita ufficiale arrivata con toni duri. Piazza Gae Aulenti ha definito le voci come speculazioni e ha insistito su un punto che, nel linguaggio bancario, è un messaggio doppio: il team M&A valuta costantemente opportunità, ma questo non significa che ci sia un’operazione in arrivo. Traduzione: analizziamo tutto, ma non fateci dire quello che non abbiamo detto.

È un passaggio importante perché chiarisce due cose. La prima: Andrea Orcel resta percepito dal mercato come un potenziale acceleratore del consolidamento italiano, anche quando la banca nega mosse specifiche. La seconda: le partecipazioni “finanziarie” non sono più semplici investimenti, ma possibili chiavi di accesso. E qui entra in gioco la galassia Delfin, che non è un azionista “passivo” e non è nemmeno un fondo: è un soggetto industriale-finanziario con partecipazioni incrociate e relazioni che rendono ogni rumor plausibile anche quando è smentito. Il mercato, in sostanza, scommette sul fatto che una conversazione vera ci sia stata, perché è razionale che ci sia stata.

Ma la smentita di UniCredit non chiude la porta: sposta la timeline. Nelle fasi in cui un dossier è ancora circondato da variabili – vigilanza, governance, inchieste, piano industriale – la grande banca tende a non farsi incastrare da aspettative. Per questo, più che chiedersi “se” UniCredit guardi a Mps, la domanda realistica è “quando” potrebbe decidere se entrare in partita e con quale formula. E la risposta, oggi, dipende dalla capacità di Siena di presentare un progetto che non sia un castello di promesse, ma un equilibrio stabile.

In questo mosaico torna con forza anche Banco Bpm, non tanto come protagonista della vicenda Siena-Milano-Trieste, quanto come termometro dell’intero sistema. Qui la variabile è francese: Crédit Agricole ha ottenuto il via libera della BCE per salire oltre il 20% della banca di Piazza Meda. È un cambio di status, perché oltre una certa soglia non sei più “solo” un investitore: diventi un socio che pretende peso, voce, e – inevitabilmente – seggi. E infatti il tema della rappresentanza nel prossimo consiglio di amministrazione è già sul tavolo, con una pressione destinata ad aumentare man mano che si avvicinano le scadenze assembleari.

La mossa di Crédit Agricole aggiunge una tensione laterale al risiko italiano: mentre tutti cercano di costruire “campioni nazionali”, un grande gruppo europeo consolida la propria presenza con una logica diversa, più silenziosa e graduale, ma non meno efficace. È un altro tipo di pressione: non l’assalto, ma l’erosione. E per Banco Bpm significa dover bilanciare autonomia e convivenza con un socio che può spingersi ancora più in alto senza dichiarare apertamente un’opa. Qui la governance diventa di nuovo il campo di battaglia: quanti consiglieri, con quale peso, con quali paletti, con quale cornice regolatoria.

Se si osserva il quadro dall’alto, il filo che unisce tutto è sempre lo stesso: la finanza italiana è entrata nella fase in cui il potere non si misura più solo in quote, ma in architetture. Mps può essere la terza forza del sistema, ma deve dimostrare di saper governare una struttura complessa. Mediobanca può essere “controllata”, ma non per questo è destinata a diventare una divisione senza autonomia: il suo cda e la sua storia la spingono a rivendicare un ruolo. Generali resta l’oggetto del desiderio perché è il grande forziere: non solo dividendi, ma influenza. UniCredit resta il grande potenziale guastatore: basta un passo per cambiare tutto. Banco Bpm è il fronte laterale dove l’Europa si insinua.

E alla fine, inevitabilmente, si torna a Siena. Perché il 2026 di Mps non è l’anno delle promesse: è l’anno delle scelte irreversibili. Se il piano industriale convincerà e se i soci forti accetteranno una governance che non trasformi Trieste in un braccio di ferro permanente, Lovaglio avrà l’argomento più forte per restare. Se invece prevarrà la logica del rinvio, della prudenza infinita e del compromesso che scontenta tutti, allora la sua posizione diventerà contrattabile: non per un colpo di scena cinematografico, ma per il più classico dei copioni italiani, quello in cui il potere si sposta un centimetro alla volta finché ti accorgi che la stanza non è più tua.

Il mercato, nel frattempo, guarda un solo indicatore: la coesione. Perché in operazioni così grandi non è l’assenza di problemi a fare la differenza (i problemi ci sono sempre), ma la capacità di assorbirli senza trasformarli in guerra di posizione. Il “gelo” su Generali è il sintomo: non è solo una questione di azioni, è la cartina tornasole di chi decide e con quale orizzonte. E finché quel punto resta ambiguo, ogni rumor – anche smentito – continuerà a trovare terreno fertile. In un risiko che si gioca anche sulle parole, l’unica vera notizia sarà il momento in cui qualcuno riuscirà a scrivere, nero su bianco, una strategia che non sembri un compromesso, ma una direzione.

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