Napolitano, il comunista che divenne ''re Giorgio''

- di: Redazione
 
Giorgio Napolitano è stato il primo ''comunista'' (anche se ormai il Pci non esisteva più, almeno ufficialmente) a fare ingresso al Quirinale da presidente della Repubblica e già questo lo ha fatto entrare nella storia recente del Paese, che gli deve molto. Come, d'altra parte, a tutti i suoi predecessori e successori che hanno interpretato, con sfumature e posture politiche diverse, il ruolo come di garanzia della Costituzione e, quindi, della democrazia e della libertà di ciascuno.
Napolitano ha dato, della presidenza della Repubblica, una interpretazione politicamente determinata, come, peraltro, avevano fatto prima di lui altri, ma con la specificità della sua origine, del suo essere stato un comunista e, in buona sostanza, del non avere mai fatto mostra di ''pentimento'' della sua scelta.

Napolitano, il comunista che divenne ''re Giorgio''

Ma da presidente della Repubblica, Napolitano è stato il fautore di una presenza costante - seppure defilata per come impone le prerogative dell'inquilino del Quirinale - sulla scena politica attiva, mostrandosi sempre attento alle dinamiche del Paese e non negandosi di mostrare il suo punto di vista soprattutto quando si è trattato di garantire la continuità dell'operatività delle istituzioni, che in lui hanno trovato uno strenuo difensore. Al punto che, come lo etichettò un autorevole media estero, per molti la sua pervicacia e la sua determinazione lo mostravano quasi con monarca a difesa della Costituzione, un ''re Giorgio'' in modalità tutore della repubblica.
Come accadde quando, nel febbraio del 2007 (dopo essere stato eletto presidente della Repubblica nel maggio dell'anno precedente) difese strenuamente la legislatura, dopo le dimissioni di Romano Prodi, attirandosi anche le critiche delle forze politiche che spingevano per una fine anticipata della legislatura.

Stesso copione nel gennaio del 2008, ma questa volta il suo tentativo di evitare lo scioglimento delle Camere non ebbe fortuna e fu costretto a sciogliere il parlamento. Napolitano, da presidente della Repubblica, nel 2011, si è trovato ad affrontare una gravissima crisi quando il Paese fu travolto da fortissime speculazioni sui nostri titoli di Stato, che avevano costretto Silvio Berlusconi a prendere atto di non avere più una maggioranza e ad accettare di lasciare Palazzo Chigi, dopo alcuni delicati passaggi in parlamento (quali la legge di Bilancio). Quel che accadde dopo è ricordo vivido, con la nomina di Mario Monti a senatore a vita e, quindi, dopo le dimissioni di Berlusconi, il mandato esplorativo conferito all'ex commissario europeo, che in molti interpretarono come un messaggio tranquillizzante mandato ai mercati e agli investitori. Per come in effetti accadde, dopo il varo del governo Mondi.

Quindi, in Giorgio Napolitano, come hanno confermato anche i mesi e gli anni successivi alla soluzione della ''crisi dei titoli di Stato'', le istituzioni repubblicane hanno avuto un difensore strenuo, sin quasi alla testardaggine, che si è tradotta nel cercare una via d'uscita anche quando nessuno ci credeva più. E' stato, poi, forse il primo presidente a fare valere, in modo quasi palese, il suo prestigio, riconosciutogli peraltro anche all'estero, dove era molto apprezzata la sua capacità di convincere anche i più restii a rimettersi al tavolo di confronto. Una ''moral suasion'' di cui si fece perfetto interprete. Tra stima incondizionata e rispetto per il suo percorso presidenziale, Napolitano, nel 2013, fu quasi costretto ad accettare un secondo mandato, poiché le forze politiche, quasi compattamente, vedevano in lui il solo possibile risolutore di una fase di stallo pericolosissima per il Paese.
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