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Meta non firma il codice Ue sull’intelligenza artificiale

- di: Matteo Borrelli
 
Meta non firma il codice Ue sull’intelligenza artificiale
Meta sfida l’Europa: “L’AI Act è sbagliato”
Botta e risposta tra Big Tech e Bruxelles.
 
(Foto: il patron di Meta, Mark Zuckerberg).

Meta alza il muro: “L’Europa imbocca la strada sbagliata”

A pochi giorni dall’entrata in vigore delle nuove regole europee sull’intelligenza artificiale, Meta rompe gli indugi e si chiama fuori. Joel Kaplan, Chief Global Affairs Officer del colosso fondato da Mark Zuckerberg, ha dichiarato che la società non firmerà il Codice di buone pratiche promosso dalla Commissione europea. Secondo Kaplan, “l’Europa sta imboccando la strada sbagliata” e il documento contiene “incertezze giuridiche” e previsioni che “vanno ben oltre l’ambito dell’AI Act”. L’annuncio è arrivato il 18 luglio 2025, nel pieno di un confronto teso tra Bruxelles e le Big Tech, alimentato anche dalle pressioni di Washington.

Il Codice Ue: volontario, ma cruciale

Pubblicato il 10 luglio 2025, il Codice di buone pratiche è pensato come bussola interpretativa per le aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale a finalità generali, i cosiddetti Gpai (General Purpose AI), come GPT-4 di OpenAI, Gemini di Google e Grok di xAI. Si tratta di uno strumento volontario, ma con una funzione strategica: per le aziende che lo sottoscrivono, la Commissione garantisce una “presunzione di conformità” con l’AI Act, il regolamento europeo entrato in vigore nel 2024 e destinato a trasformare il panorama dell’innovazione digitale in Europa.

Il Codice si articola in tre capitoli chiave: trasparenza, copyright e sicurezza. Tutti i modelli Gpai sono tenuti a garantire chiarezza sulle fonti dei dati e sull’uso delle informazioni protette da diritto d’autore. Solo i modelli a rischio sistemico – cioè quelli capaci di produrre effetti significativi sulla società – dovranno soddisfare anche requisiti di sicurezza avanzata, tra cui la valutazione dei rischi e i test di robustezza.

Dal 2 agosto 2025, questi obblighi inizieranno a essere applicati, con un periodo di transizione fino al 2027 per i modelli già in circolazione.

Il nodo politico e la pressione delle Big Tech

Il Codice, frutto di oltre un anno di consultazioni con più di mille stakeholder e 13 esperti indipendenti, ha subito nei mesi scorsi tentativi di annacquamento da parte delle grandi aziende tecnologiche e di alcuni ambienti diplomatici statunitensi. Tuttavia, i negoziatori del Parlamento europeo – Brando Benifei (S&D) e Michael McNamara (Renew) – rivendicano “un compromesso che mantiene le protezioni fondamentali”, soprattutto in tema di trasparenza e diritti individuali.

Nonostante questo, Meta ha scelto di non firmare. Una decisione pesante, arrivata proprio mentre la Commissione presentava le linee guida a integrazione del Codice. Una scelta che rischia di trasformare lo strumento in una “tigre di carta”, svuotata della sua funzione esemplare.

Kaplan, dal canto suo, non ha usato mezzi termini: “Il documento introduce obblighi non previsti dalla legge e genera confusione normativa”, ha affermato. Meta non contesta l’AI Act in sé, ma il modo in cui viene interpretato e ampliato attraverso lo strumento volontario del Codice.

Microsoft firma, OpenAI prende tempo

Non tutte le Big Tech, però, la pensano allo stesso modo. Microsoft, principale investitore in OpenAI, ha fatto sapere tramite fonti vicine all’azienda di essere “pronta a firmare”. Brad Smith, presidente del gruppo, ha evitato dichiarazioni ufficiali, ma il tono è stato conciliatorio: il Codice, ha spiegato in ambienti istituzionali, “è coerente con il nostro approccio responsabile”.

OpenAI, dal canto suo, ha annunciato la disponibilità a firmare, ma “a condizione che il testo resti invariato” e non subisca modifiche sostanziali nel processo di approvazione. Una posizione attendista, ma che conferma l’interesse a mantenere buone relazioni con Bruxelles.

Tra i firmatari ufficiali figura già la francese Mistral, che ha deciso di aderire senza riserve. Altri attori, come SAP e Bosch, hanno espresso perplessità sull’impianto regolatorio europeo, mentre alcune startup più piccole denunciano la mancanza di chiarezza.

Cosa accadrà dal 2 agosto

La data cruciale è il 2 agosto 2025. Da quel giorno, per tutti i modelli generativi ad alto rischio scatteranno gli obblighi previsti dal Codice e dall’AI Act. Chi avrà firmato il Codice potrà godere di iter semplificati per dimostrare la conformità. Chi invece, come Meta, resterà fuori, sarà soggetto a controlli e procedure più stringenti da parte delle autorità europee.

La lista ufficiale dei firmatari sarà pubblicata dalla Commissione il 1° agosto. Dopo di che, entro l’autunno, sono previste nuove linee guida tecniche per aiutare le imprese ad adeguarsi.

Un equilibrio fragile, ma necessario

Nel confronto tra Bruxelles e Silicon Valley, il nodo resta lo stesso: come garantire l’innovazione responsabile? L’Ue, prima al mondo a dotarsi di una legge organica sull’IA, cerca di coniugare crescita economica, diritti e trasparenza. Le Big Tech, invece, puntano a una regolazione più flessibile, capace di adattarsi ai ritmi accelerati della ricerca.

La sfida è tutta qui: evitare che la rigidità normativa soffochi la competitività europea, senza però cedere alla deregolamentazione che, in nome dell’innovazione, potrebbe mettere a rischio la sicurezza dei cittadini. La defezione di Meta è un segnale forte, ma non un colpo mortale. Il Codice, con tutte le sue imperfezioni, è oggi il terreno su cui si misura la credibilità geopolitica e tecnologica dell’Europa.

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