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C'è un'Italia che spera in Mario Draghi. Unanime il consenso dopo l'intervento su FT

- di: Diego Minuti
 

Con il passare dei giorni e l'acuirsi della crisi determinata dal corona virus (in termini di vittime, contagiati e guariti, ma soprattutto di una economia allo stremo), ingrossa le sue file il partito di coloro che sperano in Mario Draghi come unica risorsa spendibile per evitare il tracollo del Paese e preparare il rilancio. Mario Draghi, in queste ore in cui si avverte nettamente che gli sforzi contro il corona virus sono lontani dall'ottenere i risultati sperati, viene incensato da vasti strati dell'Italia attiva che vedono in lui non l'uomo forte, nel senso di come Matteo Salvini giudica se stesso (al punto d'avere invocato, tra un mojito e l'altro, i pieni poteri), ma l'unico, in virtù del prestigio di cui gode, in grado di raccogliere le forze sane del Paese per uscire da una crisi profondissima.

Ma perché Mario Draghi e perché oggi?
L'ex presidente della Bce ha una lunga esperienza di incarichi di altissimo profilo. Nel corso del suo mandato alla guida della Banca centrale europea è stato il simbolo del reale mandato dell'Istituto (prima ed oggi troppo vicino alle posizioni tedesche) chiamato a fungere, senza estremismi, da guardiano degli equilibri monetari ed anche finanziari. Draghi, convinto della bontà della sua linea (fatta metabolizzare al board della Bce nonostante l'ostracismo dei ''duri e puri'', vessilliferi del rigore assoluto), ha varato una serie di misure che hanno salvato l'economia traballante di alcuni Stati, alle prese, come il nostro, con crisi profonde, lunghe e di difficile soluzione. Mario Draghi è riuscito, non con giravolte contabili o giocate d'azzardo, a fare della Bce una ''vera'' Banca europea, non la longa manus di quegli Stati che, forti di economie in crescita costante, fanno la voce grossa contro chi non ha i conti in ordine perfetto. Anzi pretendendo che il bastone monetario venga usato più spesso e con maggiore durezza. Questo sino a ieri. Perché oggi, con il pensiero che ha affidato alle colonne del Financial Times (autorevole secondo la definizione corrente), Mario Draghi non solo ha dato all'Europa intera la sua ricetta per uscire dalla crisi, quanto lo ha fatto in un momento in cui la politica italiana mostra tutti i suoi limiti, tra avvilenti pressapochismi e proposte alternative la cui inefficacia è evidente.

Cos'ha detto Draghi?
Pochi concetti, ma chiari, in un momento in cui di chiarezza ce n'è poca in giro, in Italia così come nel resto delle cancellerie europee. ''Di fronte a circostanze non previste un cambio di mentalità è necessario in questa crisi, come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che ci troviamo ad affrontare non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di chi la soffre. Il costo dell’esitazione potrebbe essere irreversibile. La memoria delle sofferenze degli europei negli anni 1920 sono un ammonimento''. Parole che sono d'ammonimento a chi vive la crisi del corona virus come il punto più alto di egoismi nazionali che, nell'Europa comunitaria, non dovrebbero trovare albergo.   Quello che Draghi ha detto, traducendo le speranze di chi ha visto il virus spazzare il suo presente e il suo futuro, è che oggi, davanti ad una contingenza assolutamente eccezionale, si deve smettere di pensare in termini di utilitarismi di parrocchia e guardare al benessere del singolo. E se questo comporta lo scostamento dalle politiche di rigore - sin qui portate avanti e marchiate dall'intransigenza di alcuni Stati - , che i fondamentalisti del Nord Europa se ne facciano una ragione. 

Il passaggio dell'intervento che ha lasciato il segno, oltre a quello delle nuove politiche invocate, è stato quando, senza tanti giri di parole, l'ex presidente della Bce ha paragonato il momento contingente a quello affrontato nelle situazioni di guerra. Momenti in cui le reazioni non possono essere condizionate da una Bce che guarda con l'occhio del contabile, dimenticando che le persone non sono dei dati statistici, ma sono uomini, donne, bambini, anziani che la crisi potrebbe spazzare.  E neanche il riferimento ai torbidi anni '20 del secolo passato (che spianarono la strada all'affermarsi in Italia e Germania di regimi dittatoriali) è sembrato lasciato lì, per caso. Al di là della pacatezza dei toni, ma al netto della forza del messaggio, l'intervento ha portato nuovamente alla ribalta Mario Draghi, che solo pochi mesi fa era uscito dal fascio di luce dei riflettori, lasciandosi dietro molti rimpianti. Per dirla in poche parole, Draghi ha fatto sentire la sua vicinanza a chi, in Europa, chiede l'allentamento dei vincoli di bilancio per fronteggiare la crisi. In questo modo ha certamente dato una mano anche a Giuseppe Conte, ma, nei fatti, ha dato corda alle speranze di quelli che lo vorrebbero assumere direttamente responsabilità di governo. E non certo in posizione subordinata ad un premier, chiunque sia. Ufficialmente ora, da ''pensionato'', Mario Draghi è un distinto signore, che ha in bacheca molti meriti e benemerenze e che potrebbe starsene tranquillamente in pantofole a godersi un riposo veramente meritato. Ma ormai da qualche giorno - ben prima del suo intervento sul Financial Times - il suo nome rimbalza con sempre maggiore frequenza non nelle pagine d'economia dei giornali, ma in quelle che si occupano di politica.  Perché in molti ormai si dicono convinti che l'ex presidente della Bce ha il profilo perfetto del servitore dello Stato che, davanti ad una chiamata giunta magari dall'austero palazzo che domina Roma, non potrebbe dire di no. Cioè, non potrebbe sottrarsi alla chiamata del Paese per assumere la guida di un governo che, godendo di un vasto appoggio popolare, piloti l'Italia fuori dalla palude del corona virus e delle macerie che esso si lascerà alle spalle. Insomma, sono in molti ormai a sperare che da parte di Mario Draghi ci sia una presa di responsabilità, conseguenza del suo essere civil servant, ponendo lo Stato al di sopra di tutto. E' un sentiero percorribile? Forse, anche se quello su cui si incamminerebbe Draghi è un campo minato, tante sono le difficoltà che avrebbe davanti. Ma di sicuro infonderebbe a gran parte del Paese quel senso di sicurezza di cui gli italiani hanno disperato bisogno dopo quanto sta accadendo in queste settimane.

Giuseppe Conte si sta dibattendo in difficoltà più grandi di lui e in un contesto politico che certo non lo agevola, dove la maggioranza non marcia con lo stesso passo e l'opposizione fa l'opposizione, dicendo di volere fare parte della cabina di regia, ma lanciando stilettate appena ne ha la possibilità. L'anomalia di questa fase della politica sta in questo e non in altro. In altri Paesi europei  le misure che vengono adottate contro il corona virus poggiano su una chiara maggioranza parlamentare o sul prestigio del capo di governo. O, come nel caso degli Stati Uniti, sui poteri presidenziali contro i quali il Congresso può realmente fare poco.

Draghi quindi come Cincinnato? Andiamoci piano. L'ex presidente della Bce non si è ritirato a vita privata. Potrebbe solo accennare ad un ''perché no?'' e sarebbe subissato di proposte. Un fatto è comunque certo: sul suo nome punterebbero in molti, anche se difficilmente otterrebbe il consenso di chi, appena qualche mese fa, sperava di guidare il Paese.  Ma l'epopea dell'uomo solo al comando appare lontana, un'idea che sta sfiorendo con passare dei mesi.

Chi potrebbe caldeggiare un passaggio di Draghi a palazzo Chigi (per cambiare di palazzo c'è sempre tempo...)?
Certamente l'imprenditoria italiana, che in lui identifica il coraggio delle scelte, la capacità di difenderle, l'alto profilo internazionale per diventare partner affidabile, quindi non comprimario o peggio invitato al tavolo dei Grandi della Terra. L'economia italiana è stanca, non riesce a crescere e si muove soltanto per la vivacità dei suoi imprenditori e non certo per la lungimiranza degli esecutivi che hanno guidato il Paese da molti anni a questa parte.  Mario Draghi, come suo solito, come negli anni Sessanta recitava la pubblicità di un the, sembra mostrare la forza dei nervi distesi. Ecco, è proprio di forza che questa Italia sente la necessità.

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