L'Italia ''scopre'', per l'ennesima volta, che la politica condiziona la Rai

- di: Diego Minuti
 
Anche questo fine settimana l'Italia ha fatto ai suoi figli un grande regalo, offrendo loro la possibilità di parlare di cose che solo in un Paese votato all'autolesionismo possono essere occasione di dibattito. Parliamo delle vicende legate all'intervento di Fedez al concerto per il Primo maggio che ha dato a tutti la possibilità di scoprire, con grande sorpresa che:
1) La Rai è politicizzata (che l'avrebbe mai detto?);
2) A seconda di chi sta sulla tolda, cambia indirizzo ideologico al mutare della maggioranza di governo;
3) Tutti la vogliono riformare (ma, la storia lo insegna, solo a parole, dimenticando propositi e promesse di cambiarla dopo avere piazzato i loro uomini laddove sono più funzionali al partito).

Per dirla in poche battute, rispetto a queste cose la scoperta dell'acqua calda ha dato una svolta alla Storia.
Non è certo, questa, la sede per dare giudizi sulle parole di Fedez, che hanno comunque fornito l'occasione di capire che la cosiddetta Tv di Stato è stata e rimane uno strumento per fare politica. E non solo facendo riferimento a quello che i vertici di Rai 3 avrebbero detto al cantante, tentando di condizionarne il contenuto del messaggio, quanto perché di essa chicchessia (magari non avendo titolo o spessore culturale, ma perché, in uno specifico momento storico, fa audience) cerca di fare un uso che esula il concetto di servizio pubblico. Fedez è buon ultimo nella schiera di personaggi che dai palcoscenici Rai dicono una verità che ad altri è sgradita. È nella logica delle cose e non c'è da meravigliarsi.

Quello che invece dovrebbe fare riflettere è che il dibattito su una Rai troppo politicizzata riempie pagine di giornali, soprattutto le prime. La Rai, purtroppo, è stata per troppo tempo la simbolizzazione di un modo di gestire il Paese sulla base di convenienze politiche e non crediamo di sorprendere qualcuno dicendo che, non oggi, ma 40/30 anni fa e forse anche prima, ci si entrava quasi esclusivamente solo in base alla tessera di partito, nell'ambito di una spartizione da speziale. Ma, in fondo, è normale, visto che la Rai, per la funzione che aveva e che ha ancora oggi, è un enorme potenziale collettore di consenso, da tradurre in voti. Appare quindi ridicolo l'appello alla ''laicizzazione'' della Rai che oggi lanciano tutti i partiti, anche quelli di conio recente che, non appena entrati nella stanza dei bottoni, hanno piazzato loro uomini e loro donne in posti di responsabilità (il caso più recente è forse la giornalista che, appena tre ani fa, era una semplice redattrice ed oggi è direttrice di non sappiamo quale ufficio). Bene, quindi, auspicare una riforma della Rai per depurarla dai condizionamenti politici, ma sappiamo tutti bene che è una di quelle imprese che devono essere catalogate come impossibili.

Spesso si sente dire o si legge che si auspica per la Rai un processo riformatore per farne una Bbc italiana. Ma chi dice questo non si rende conto di come ormai la struttura della Rai è talmente ampia, quasi elefantiaca, che qualsiasi ipotesi di cambiarla, scacciando i politici come mercanti dal tempo, semplicemente non è possibile, imponendo questo processo tempi lunghissimi. I relativamente recenti meccanismi di assunzione dei nuovi redattori della Rai sembrano avere imboccato quella strada di professionalità necessaria ad elevare il livello dell'offerta informativa, ma ancora tanto resta da fare.
Perché agli aspiranti giornalisti Rai si chiedono oggi competenze ed anche un percorso accademico specialistico , cosa che prima era impossibile contando, più di tutto, la vicinanza a questo o quel ras politico. Di professionalità giornalistiche in Rai ce ne sono tantissime e di qualità. Speriamo che, ad accorgersene, siano proprio i dirigenti Rai.
Il Magazine
Italia Informa - N°2 Marzo-Aprile 2021
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