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L'Italia arranca, per tornare a crescere serve un nuovo paradigma

- di: Roberto Pertile

Gli eventi di questi giorni, in Francia ma anche altrove, stanno fortemente evidenziando i limiti del modello di sviluppo che ha dato la pace sociale al mondo occidentale dal dopoguerra ad oggi. Anche l’odierna instabilità economica sembra preannunciare una crisi sociale profonda soprattutto in Italia.
Mentre la parte del mondo socialmente ed economicamente evoluta ha sostanzialmente adattato il modello capitalista all’evolversi delle condizioni della competitività internazionale e della crescita esponenziale del progresso tecnologico, operando con decisione e fermezza per mantenersi al top, l’Italia sembra ancora arrancare tra mille difficoltà. 
I dati recenti dell’OCSE indicano come la produttività italiana sia la più bassa rispetto a quella dei principali paesi europei (calcolata come valore aggiunto per ora lavorata). Ma invece di aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo accelerando l’occupazione di specialisti nell’”information technology”, come è richiesto dall’avvento dell’intelligenza artificiale foriera di una perenne “work in progress”, da noi si preferisce che tutto possa continuare alla vecchia maniera, per una forma di diffidenza e di resistenza alle novità.
Il cambiamento è, invece, imperativo: il vantaggio competitivo di un’impresa non è più quello limitabile all’innovazione di processo o di prodotto, ma è più ampio, più orizzontale che verticale; e riguarda tutto il ruolo di gestione dell’organizzazione produttiva, cioè la gestione dell’impresa.
La nuova competitività, infatti, si ottiene con il superamento dei tradizionali modelli organizzativi piramidali, mediante la riformulazione dei processi secondo logiche organizzative orizzontali.
L’attuale tecnologia, appunto, consente l’applicazione di  logiche a rete costituite da team autonomi, tra loro interconnessi, che si possono valere di collaborazioni sistemiche e di partnership con agili aziende start up, promosse anche appositamente. E’ necessario innovare nel rapporto con il mercato, rendendo disponibili i propri prodotti ed i propri servizi mediante piattaforme “on line”. In termini molto nuovi, la moderna gestione dei processi aziendali mira a tradurre i risultati aziendali in nuova conoscenza che va, a sua volta, applicata in nuovi processi per nuovi prodotti. E’ la sfida del cambiamento continuo da inseguire per essere competitivi nel mercato globale.
In questo nuovo scenario, non è più vero che “piccolo è bello”. Le grandi imprese, infatti, sono quelle più digitalizzate. Le piccole e medie imprese fanno fatica a fare propria la trasformazione digitale in atto, perchè chiede un rinnovamento profondo del lavoro, che va riorganizzato in reti di conoscenze, di iniziative, di capitali investiti.
Il mondo del lavoro è, così, sottoposto a nuove radicali trasformazioni, non pensabili fino a qualche anno fa. Basti accennare al fatto che, ad esempio, la compagnia di taxi più grande nel mondo non ha veicoli propri; che i grandi rivenditori di merci non hanno magazzini; che i più grandi rivenditori di software non scrivono apps; che il più grande provider di accomodation non possiede beni immobili, e così via.
Conta relativamente sempre meno non tanto il bene in sè; quanto invece la capacità di possedere conoscenze orizzontalmente integrate, come si diceva precedentemente.
E’ in atto anche un nuovo processo, di formazione del management aziendale rispetto al passato tradizionalista; in questo cambiamento va collocato anche il ruolo del cliente che da consumatore passivo diventa attivo produttore di informazioni digitali che diventano determinanti per la formazione della conoscenza manageriale e delle conseguenti decisioni aziendali.
La tradizionale area clienti diventa, cioè, sempre più spazio aperto e progettuale
Gli esperti del digitale sostengono che siamo agli inizi di un nuovo scenario dove, come già accennato, nuove tecnologie, e conseguenti nuovi modelli di consumo rivoluzioneranno interi settori: dai trasporti alla distribuzione, dal turismo ai servizi finanziari. Cambieranno i lavori attuali: dall’avvocato all’agente di viaggio.
Il Politecnico di Milano stima che, nel 2025, il lavoro manuale sarà pari al 48%; mentre quello eseguito senza l’intervento dell’uomo sarà del 52%
Se ne deduce, dunque, un cambiamento dei profili e delle competenze lavorativi, con un forte sviluppo della cultura digitale personale. Per innovare, l’azienda deve sviluppare spazi di lavoro virtuali unificati; luoghi virtuali in cui le persone possono avere a disposizione tecnologie coerenti alle diverse esigenze lavorative; deve favorire l’utilizzo degli spazi fisici differenziato a seconda delle esigenze professionali delle persone; deve introdurre modelli che consentano alle persone di lavorare in luoghi differenti dalla propria sede legale di lavoro.
La digitalizzazione, in altri termini, ripropone un tema già molto presente nel dibattito aziendale negli anni sessanta: dare maggiore flessibilità al lavoro ed autonomia alle persone, con una elevata responsabilizzazione sui risultati. Ci si chiede se, quello descritto, sia uno sviluppo sostenibile a livello umano.
In un recente convegno dell’Associazione Andaf, a Milano, ottobre 2018, l’imprenditore Brunello Cucinelli, di fronte al cambiamento di cui abbiamo detto , ha sostenuto che  a fianco del bene economico e tecnico c’è il bene dell’uomo, e il primo è nullo se è privo del secondo. E la valorizzazione della dignità dell’uomo deve essere parte attiva in un processo di progettazione, per certi aspetti, continuo.
Lo scrittore Camilleri, a questo proposito, ci insegna con i suoi romanzi che un uomo di buona volontà può dare anche al sistema della produzione, e, quindi, all’impresa, la sua etica virtuosa. L’uomo ha la capacità di dare un senso vitale alla vita lavorativa in comune. L’uomo di buona volontà ha la possibilità di produrre nell’impresa la forza trascinante di una nuova dignità del lavoro riscattando il cambiamento.
Rimangono, dunque, le persone il vero capitale dell’impresa; la loro intelligenza va valorizzata, non sacrificata. Non ci sono donne e uomini che siano incapaci di capire quello che accade, e quindi di parteciparvi creativamente
La via da seguire è investire massicciamente, in maniera maggiore e diversa dal passato, nell’educazione e nella formazione continua con l’attuazione di un grande programma nazionale di cui per ora non si vede traccia nella recente manovra governativa giallo-verde tutta ispirata ad altre priorità
A questo proposito, la democrazia francese, in queste settimane, è scossa da una forte protesta sociale da parte delle componenti che sono messe in difficoltà dai nuovi rapporti della competitività internazionale; coloro che protestano sono di fatto i perdenti della globalizzazione. E’ un ceto che non crede più in quella crescita sociale che ha legittimato il consenso alle Istituzioni dal dopo guerra ad oggi.
Nei paesi europei, specie in Italia, si è usciti dalla prospettiva della crescita illimitata. La crisi del 2008 è un punto di non ritorno.
Dagli anni settanta ad oggi, come scrive Mauro Magatti sul Corriere della Sera del 15.12.2018, è stato costituito un modello di vita radicalmente individualistico che  la digitalizzazione mondiale porta alle sue estreme conseguenze sociali eliminando tutte le mediazioni intermedie.
Notizie degli ultimi giorni parlano di una decrescita del Pil, per ben due trimestri consecutivi, che porterebbe ad una previsione economica di recessione anche per tutto il 2019. Proprio quando sembravano esserci ormai segnali in controtendenza rispetto alla pesante crisi economica che perdura dal 2008, questa triste novità ci porta ad avere forti dubbi sulle recenti scelte governative in questo settore.
Si è preferito, infatti, incentivare i consumi domestici incrementando la spesa corrente (reddito di cittadinanza e pensioni) a spese delle casse dello Stato e degli investimenti pubblici.
Siamo  lontani anni luce dai paesi più evoluti che, per produrre ricchezza, hanno operato con decisione e fermezza investendo in ricerca e sviluppo, nelle strategie innovative, nella information technology, nella formazione delle risorse umane, avendo ben chiaro come l’avvento dell’intelligenza artificiale imponga un continuo rinnovamento dei processi di accumulazione, condizione imprescindibile per lo sviluppo del sistema produttivo
Chi governa oggi non può fingere di non sapere per poi non occuparsene. C’è una grande sfida da affrontare per una nuova “connessione” tra tecnologia - economia - società-istituzioni, se non vogliamo vedere il nostro Paese avvitarsi sempre più in una spirale regressiva ed al lungo andare letale.

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