Da Bessent a Trump, linea dura sull’Artico: “La battaglia è reale”. Pressioni politiche, militari ed economiche sugli alleati.
Gli Stati Uniti rilanciano e mettono nero su bianco la loro strategia: la Groenlandia è un obiettivo geopolitico centrale e Washington non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro. Dopo giorni di tensioni e reazioni europee sempre più allarmate, l’amministrazione americana ha confermato la propria posizione sull’Artico, chiarendo che il controllo dell’isola rientra in una visione di sicurezza nazionale che non ammette compromessi.
Il messaggio più esplicito è arrivato dal segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha liquidato le proteste europee con parole taglienti, ribadendo che “la battaglia per l’Artico è reale” e che gli Stati Uniti intendono affrontarla da una posizione di forza. Nella lettura americana, la Groenlandia non è solo una questione territoriale ma un nodo strategico essenziale per la proiezione militare, la difesa antimissilistica e il controllo delle nuove rotte commerciali che si stanno aprendo con lo scioglimento dei ghiacci.
Dietro la retorica, c’è una strategia precisa. Washington considera l’isola una pedina indispensabile per il rafforzamento del sistema di difesa noto come Golden Dome, lo scudo antimissilistico voluto da Donald Trump per proteggere il continente nordamericano. In questa prospettiva, la presenza europea viene percepita come marginale, se non addirittura come un fattore di debolezza. Bessent lo ha detto senza giri di parole, sostenendo che “gli Stati Uniti proiettano forza, l’Europa proietta debolezza”, una frase che ha avuto l’effetto di benzina sul fuoco nei rapporti transatlantici.
Il presidente Donald Trump ha confermato che la questione Groenlandia sarà al centro dei prossimi appuntamenti internazionali, a partire dal Forum economico mondiale di Davos. Il viaggio in Svizzera viene letto in Europa come un tentativo di imporre la narrazione americana anche nei contesti multilaterali, ribadendo che la sicurezza globale passa da un maggiore controllo statunitense dell’Artico.
Washington insiste nel sostenere che non esiste alcuna intenzione di conflitto diretto con la Groenlandia o con la Danimarca, ma allo stesso tempo non esclude strumenti di pressione politica ed economica. Le minacce di nuovi dazi contro diversi Paesi europei restano sul tavolo e vengono considerate parte integrante della strategia americana: non un bluff, ma un messaggio di deterrenza rivolto tanto agli alleati quanto ai rivali globali.
All’interno degli Stati Uniti, tuttavia, la linea dura non è condivisa da tutti. Anche nel campo repubblicano emergono segnali di disagio. Lo speaker della Camera Mike Johnson ha cercato di abbassare i toni, affermando che “la strada diplomatica è quella da seguire” e che non prevede un intervento militare in Groenlandia. Altri esponenti del Congresso hanno criticato le minacce presidenziali, temendo un deterioramento dei rapporti con gli alleati europei.
Nonostante queste voci critiche, la Casa Bianca mantiene una linea compatta sul piano strategico. L’Artico viene descritto come il nuovo fronte della competizione globale, un’area in cui Stati Uniti, Russia e Cina si giocano l’accesso a risorse energetiche, terre rare e infrastrutture decisive per i prossimi decenni. In questo scenario, la Groenlandia assume un valore simbolico e operativo che va ben oltre la sua collocazione geografica.
Le dichiarazioni americane hanno avuto un effetto immediato sulle capitali europee, alimentando il timore che la crisi possa travolgere anche la Nato. Per Washington, però, l’Alleanza non viene messa in discussione: la richiesta agli europei è di adeguarsi a una nuova realtà strategica, accettando un ruolo più subordinato nella gestione dell’Artico.
Il confronto resta aperto e carico di incognite. Gli Stati Uniti hanno chiarito la loro posizione senza ambiguità, mostrando di considerare la Groenlandia una priorità non negoziabile. Per l’Europa, il dilemma è ora come rispondere a un alleato che parla il linguaggio della forza e della pressione, in una fase storica in cui l’unità occidentale appare più fragile che mai.