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Governo-Mps: quota 4,9% e ipotesi fusione con Banco BPM

- di: Matteo Borrelli
 
Governo-Mps: quota 4,9% e ipotesi fusione con Banco BPM

(Foto: il ministro Economia e Finanze, Giovanni Giorgetti).

Il risiko bancario italiano non ha più la frenesia degli annunci, ma ha la stessa forza di gravità: tutto tende a unirsi, perché la taglia conta, la tecnologia costa e le regole stringono. In questo scenario, il governo guidato da Giorgia Meloni torna al centro della partita con una mossa apparentemente piccola e in realtà molto politica: non cedere subito la quota residua del 4,9% detenuta dal Tesoro in Monte dei Paschi di Siena (MPS), lasciando intendere che l’uscita definitiva si giocherà più avanti, dentro una nuova operazione di mercato.

La linea è stata ribadita anche in queste ore, dopo le parole della premier alla conferenza di inizio anno: lo Stato è aperto a vendere il residuo in MPS, ma non ha fretta. Il messaggio, tradotto dal mercato, è chiaro: l’azionariato pubblico non è più “stampella” come nei giorni del salvataggio, ma può diventare una leva tattica per accompagnare un disegno di consolidamento e poi chiudere il capitolo con un’uscita ordinata.

Dentro quel disegno, il nome che continua a tornare come partner “naturale” è Banco BPM. Non perché il governo possa imporre fusioni (non può), ma perché a Roma l’idea di un terzo polo bancario nazionale — accanto ai giganti Intesa Sanpaolo e UniCredit — viene letta come un modo per rafforzare la concorrenza interna, difendere i centri decisionali nel Paese e stabilizzare l’uscita pubblica da MPS senza scossoni.

MPS porta con sé un peso storico unico: il salvataggio del 2017 e la lunga traiettoria di dismissione imposta dagli impegni europei. All’epoca lo Stato arrivò a controllare circa il 68% dell’istituto; poi, attraverso collocamenti e operazioni successive, la partecipazione è scesa fino al livello attuale, sotto la soglia che consente di dire “abbiamo rispettato” la cornice concordata con Bruxelles. Ma il punto politico-economico, oggi, non è più rispettare un numero: è chiudere davvero la stagione del controllo pubblico con una banca che stia in piedi in modo strutturale.

Qui si innesta il fattore che sta riscrivendo gli equilibri: l’operazione con Mediobanca attribuita a MPS (un’operazione che, secondo diverse ricostruzioni, ha richiesto anche emissioni e passaggi capaci di produrre diluizione per gli azionisti). Proprio perché la macchina dell’integrazione assorbe tempo, capitale manageriale e attenzione regolatoria, l’idea governativa — secondo fonti di mercato — sarebbe quella di non forzare oggi la mano sul capitale, ma lasciare che il gruppo completi i tasselli e poi ripartire con la “fase due”.

Non è un dettaglio: ogni grande fusione bancaria, in Italia, passa da tre filtri simultanei — industriale (sinergie e rete), regolatorio (BCE e autorità nazionali) e politico (golden power, sensibilità occupazionale, sedi). Per questo l’idea di “aspettare” può sembrare prudenza; in realtà è sequenza. Prima stabilizzare il perimetro, poi giocare la carta decisiva.

Nel frattempo, l’asse potenziale MPS–Banco BPM rimane sul tavolo perché, sulla carta, offre complementarità territoriali e un posizionamento forte nei distretti produttivi del Nord e del Centro, con margini per costruire una banca “nazionale” di taglia intermedia ma capace di competere. E soprattutto consentirebbe allo Stato di trasformare il suo residuo 4,9% in un ponte verso l’uscita finale: meno una vendita secca, più una soluzione di sistema.

Il problema è che Banco BPM non è una casella libera: da tempo è anche terreno d’interesse per Crédit Agricole, che ha rafforzato la propria presenza fino a circa il 20,1% (con passaggi anche tramite strumenti derivati), e ha avviato interlocuzioni per ottenere il via libera regolatorio a superare la soglia del 20% senza scatenare un’OPA obbligatoria. In altre parole, mentre l’Italia immagina un consolidamento domestico, la Francia presidia già una posizione che può diventare determinante su governance e strategie.

Ed è qui che il risiko si fa geopolitica finanziaria: un’operazione italo-francese avrebbe logiche industriali (massa critica, sinergie, accesso a competenze), ma anche una difficoltà strutturale: bilanciare interessi di azionisti, poteri di indirizzo e sensibilità del governo italiano sulla “nazionalità” dei centri decisionali. Non a caso, nelle ricostruzioni circolate negli ultimi mesi, l’ipotesi di un perimetro con Crédit Agricole è descritta come complessa, non impossibile ma politicamente più delicata.

Il calendario, intanto, aggiunge un altro ingrediente: l’attenzione della magistratura. A Milano è emersa un’indagine legata al dossier MPS–Mediobanca che, secondo quanto riportato, riguarderebbe l’ipotesi di un coordinamento tra soggetti rilevanti non comunicato in modo adeguato al mercato. Nelle cronache vengono citati, tra gli altri, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio e grandi azionisti come Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri. L’effetto pratico non è una sentenza (siamo ben lontani), ma un aumento del “rumore” attorno a un’operazione già gigante: per questo, anche per chi spinge sul consolidamento, la parola d’ordine diventa tempismo.

Le dichiarazioni della premier hanno avuto toni misurati ma indicativi. "Siamo disponibili a vendere, ma non c’è fretta" è la sintesi che il mercato ha incassato, con il titolo in rialzo nella seduta successiva. Il punto, però, è ciò che sta sotto: l’idea che l’uscita del Tesoro sia un processo, non un atto notarile. E che quel processo potrebbe culminare proprio in una fusione capace di rendere MPS parte di una struttura più ampia, riducendo la necessità — politica e finanziaria — di una presenza pubblica, anche minima.

Sul lato Banco BPM, la prudenza è quasi obbligata: ogni mossa va letta insieme alla postura di Crédit Agricole e ai vincoli BCE. Proprio oggi si è parlato di un possibile via libera europeo con raccomandazioni sul tema governance nel caso di ulteriore aumento della quota dei francesi, elemento che — se confermato e tradotto in atti — chiarirebbe quanto le autorità vogliano evitare che una salita nel capitale si trasformi automaticamente in controllo di fatto. È un messaggio che vale per tutti: il consolidamento si può fare, ma dentro una cornice in cui la vigilanza pretende trasparenza e stabilità.

In sintesi: il governo non sta “tenendo” il 4,9% di MPS per nostalgia del controllo pubblico. Lo sta tenendo perché, nel risiko, quel pezzetto può contare più del suo peso. Può essere un segnale ai mercati, un argine a soluzioni indesiderate, oppure una pedina per favorire un disegno industriale considerato più coerente. E se davvero l’obiettivo è un terzo polo, l’asse con Banco BPM resta la traiettoria più citata: non l’unica possibile, ma quella che a Roma continua a sembrare la più “italiana” — e quindi, oggi, la più spendibile.

La domanda, adesso, non è se ci sarà un’altra mossa. È quando e con quale perimetro: dopo l’integrazione con Mediobanca, dopo i passaggi BCE su Banco BPM, e con un contesto politico che — tra regole europee e sensibilità domestiche — continuerà a pesare su ogni incastro.

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