Verso la Giornata mondiale dell’acqua, Istat: dispersa quasi la metà nella distribuzione

- di: Barbara Leone
 
Non sappiamo mai il valore dell’acqua finché il pozzo è asciutto, scrisse nel Seicento lo scrittore britannico Thomas Fuller. Sono trascorsi secoli, ed evidentemente non abbiamo ancora imparato la lezione. Ed è proprio per sensibilizzare la comunità sull’importanza dell’acqua, il cui valore vitale è troppo spesso dato per scontato, che le Nazioni Unite hanno istituito, nell’ormai lontano 1993, la Giornata mondiale dell’acqua che si celebrerà domani. Una Giornata che quest’anno è incentrata sul tema dell’accelerazione del cambiamento per risolvere la crisi idrica e igienico-sanitaria.

Verso la Giornata mondiale dell’acqua, Istat: dispersa quasi la metà nella distribuzione

Una crisi che coinvolge tutto il mondo, e nello specifico l’intero nostro Paese con zone però ove la situazione è divenuta ancor più preoccupante. Una di queste è la regione Piemonte, ed in particolare la provincia di Alessandria. Aree, come sottolineato dalla presidente di Confagricoltura Alessandria Paola Sacco, “tra le aree più colpite dalla carenza di risorsa idrica”. Proprio per questo, afferma Sacco, “occorre prendere in considerazione tutte le possibili opzioni per evitare che la nostra zona, così importante e fertile, diventi l’area più debole e problematica della regione”. Nel 2023, a causa della prolungata siccità che rischia di mettere in ginocchio il mondo dell’agricoltura e il sistema alimentare nel suo complesso, è ancora più importante ricordare come la risorsa sia da salvaguardare e utilizzare in modo lungimirante. Non c’è agricoltura se non c’è acqua, e Confagricoltura Alessandria si dichiara pronta a fare la propria parte come sindacato delle imprese agricole, nell’ambito delle proprie competenze. L’agricoltura ha ridotto, negli ultimi decenni, di quasi il 30% il consumo idrico, impegnandosi ad adottare modelli sostenibili di gestione, come l’irrigazione di precisione.

È stato stimato che, per ogni aumento di un grado della temperatura media, si registri una riduzione delle rese di grano (-6%), mais (-4%), riso (-3,2 %), soia (-3,1%). Negli ultimi trenta anni le precipitazioni sul bacino del Po sono diminuite del 45%, indipendentemente dalla stagione. In questi primi mesi dell’anno, Arpa ha calcolato un deficit idrico del bacino del Po attorno al 45 %: “I prossimi mesi saranno dunque cruciali - prosegue Sacco -. Se perdurerà la siccità, occorreranno azioni straordinarie, sia nelle scelte colturali sia nella pianificazione idraulica, con il coinvolgimento della Cabina di Regia istituita a livello governativo a inizio marzo di quest’anno e delle istituzioni a tutti i livelli. Non possiamo più permetterci di sprecare neppure una goccia. L’innovazione e le tecnologie hanno un ruolo determinante per fronteggiare i mutamenti climatici. È necessario quindi investire di più nella ricerca per lo studio di coltivazioni resistenti alle fitopatie, per produrre cibo in quantità e di qualità, preservando le risorse naturali”. La situazione appare difficilmente risolvibile nel breve periodo: per arginare l’emergenza che si profila per l’estate, occorrono anche interventi strutturali di lungo periodo.

“Come Confagricoltura Alessandria - aggiunge il direttore di Confagricoltura Alessandria, Cristina Bagnasco: abbiamo tenuto incontri con i Consorzi irrigui del territorio per avere un quadro completo della situazione e abbiamo portato le nostre istanze all’attenzione del Prefetto di Alessandria. Riteniamo necessario incentivare pratiche virtuose già messe in campo dai nostri agricoltori (irrigazioni a goccia o con Pivot), aiutandoli a sostenere le spese di manutenzione degli impianti di irrigazioni per mantenerli efficienti e ridurre perdite; redigere un nuovo piano sugli invasi per stoccare l’acqua da utilizzare quando e laddove necessario; ridisegnare la rete idrica ed evitare perdite; rinnovare le infrastrutture; insistere sull’Agricoltura 4.0 che è in grado di apportare vantaggi sia economici sia per l’ambiente; puntare sulla sperimentazione in campo di nuove Tecnologie di Evoluzione Assistita”.

Le statistiche Istat sull’acqua, del resto, parlano chiaro. L’ultimo focus sul tema, presentato proprio in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2023, fornisce una lettura delle statistiche sulle acque con riferimento ai diversi aspetti legati al territorio e alla popolazione, integrando i risultati provenienti da diverse indagini, elaborazioni e analisi prodotte dall’Istituto. Il report evidenzia che nel corso del 2020 i gestori dei servizi idrici per uso civile sono 2.391: 1.997 gestori in economia (83,5%), ovvero enti locali, e 394 gestori specializzati (16,5%). Proseguendo la progressiva diminuzione in atto sin dal 1994, anno della riforma che ha avviato il servizio idrico integrato (i gestori erano 7.826 nel 1999), rispetto al 2018 il numero dei gestori si riduce di 161 unità, a seguito delle trasformazioni gestionali che hanno interessato alcuni territori, tra cui le province di Como, Varese e Rieti. Persiste una spiccata parcellizzazione gestionale, per l’incompleta attuazione della riforma, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento. L’approvvigionamento di acqua per uso potabile è gestito da 1.619 enti (-95 sul 2018), l’80,1% dei quali opera in economia (1.297). Le reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile sono gestite da 1.965 enti (-123). Nell’85,1% dei casi si tratta di gestori in economia (1.673) e nel 14,9% di gestori specializzati (292). La fognatura comunale, gestita da 2.131 enti (-132), è il servizio idrico con il più alto numero di gestori e in cui si ha la maggiore quota di operatori in economia (1.946, pari al 91,3%). La depurazione delle acque reflue urbane è il servizio con il minor numero di enti gestori: 1.377 nel 2020 (-74), che per l’83,5% sono gestori in economia (1.150) e 16,5% gestori specializzati (227). Il volume di acqua per uso potabile prelevato per impieghi domestici, pubblici, commerciali, artigianali, industriali e agricoli che rientrano nella rete comunale è di 9,19 miliardi di metri cubi nel 2020. Il prelievo giornaliero di 25,1 milioni di metri cubi, pari a 422 litri per abitante, è reso possibile da una capillare rete di approvvigionamento, che si dirama in base all’ubicazione dei corpi idrici, alle esigenze idriche locali, alla performance del servizio e alle condizioni delle infrastrutture di trasporto dell’acqua.

Nonostante la riduzione dello 0,4% rispetto al 2018, che prosegue la modesta contrazione dei volumi prelevati già rilevata nella precedente tornata censuaria, l’Italia si conferma, ormai da più di un ventennio, al primo posto tra i Paesi Ue per la quantità, in valore assoluto, di acqua dolce complessivamente prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali o sotterranei. In termini pro capite, l’Italia (155 metri cubi annui per abitante) si colloca in seconda posizione, preceduta solo dalla Grecia (158) e seguita a netta distanza da Bulgaria (118) e Croazia (113). Il maggiore prelievo di acqua per uso potabile avviene nel distretto idrografico del Fiume Po: 2,80 miliardi di metri cubi, pari al 30,5% del totale nazionale. Seguono, in misura pressoché proporzionale al territorio, gli altri distretti idrografici. Tra le regioni, in Lombardia si preleva il maggior volume di acqua per uso potabile (1,44 miliardi di metri cubi; 15,6% del totale nazionale). Quantitativi consistenti sono captati anche nel Lazio (1,15 miliardi di metri cubi; il 12,5%) e in Campania (0,90 miliardi; il 9,8%). I volumi regionali pro capite, strettamente legati alla disponibilità della risorsa, hanno un range molto ampio: dai 115 litri per abitante al giorno della Puglia ai 2.133 del Molise. Gli scambi idrici interregionali, soprattutto nel Sud Italia, garantiscono l’approvvigionamento dei territori in cui le risorse interne non sono sufficienti a soddisfare la richiesta idropotabile. Una parte dei prelievi di Basilicata e Molise, al netto delle dispersioni in adduzione, confluisce nelle regioni confinanti. Nel 2020 l’85% circa del prelievo deriva da acque sotterranee (48,9% da pozzo e 35,8% da sorgente), il 16,1% da acque superficiali (9,6% da bacino artificiale, 5,0% da corso d’acqua superficiale e 0,5% da lago naturale) e il restante 0,1% da acque marine o salmastre. Le fonti d’acqua sotterranea costituiscono la modalità di approvvigionamento prevalente in Italia, con quote superiori al 75% in tutti i distretti idrografici, ad eccezione della Sardegna, dove poco meno del 22% del prelievo deriva da sorgente o pozzo.

I distretti Appennino centrale e Alpi orientali utilizzano fonti sotterranee per oltre il 95% dei prelievi effettuati sul loro territorio. L’utilizzo idropotabile di acque superficiali è prevalente nel distretto della Sardegna, soprattutto per i prelievi da bacino artificiale che incidono sul 77,8% del volume complessivo. In percentuale molto più bassa, ma più consistente in volume, è lo sfruttamento di bacini artificiali nei distretti Appennino meridionale (15,9%), in particolare in Basilicata (80,8% del volume regionale), e Sicilia (15,2%). Il prelievo maggiore avviene durante l’estate, nel trimestre luglio-settembre: 2,4 miliardi di metri cubi (26,4% del totale annuo). Alcuni pozzi sono usati come riserve estive, soprattutto nelle aree a forte vocazione turistica, dove il normale approvvigionamento non consentirebbe una regolare distribuzione. Nella stagione estiva aumenta anche lo sfruttamento a fini idropotabili dei corsi d’acqua e, in particolare per il distretto del Fiume Po, delle derivazioni da lago naturale. Anche lo sfruttamento delle acque marine o salmastre a fini idropotabili si accentua in estate, con il 31,8% del prelievo tra luglio e settembre, essendo funzionale al soddisfacimento della domanda idrica delle isole minori, soprattutto dell’arcipelago siciliano, dovuta al maggiore afflusso turistico. Per garantire la qualità dell’acqua fino al rubinetto, il 27,9% dei volumi prelevati nel 2020 è sottoposto alla potabilizzazione per la rimozione delle sostanze contaminanti e il restante 72,1% alla disinfezione o non subisce alcun trattamento. I casi di totale assenza di trattamento sono sporadici, generalmente associati a sorgenti di alta quota o a pozzi utilizzati a pieno regime, dove la qualità dell’acqua è buona ed è immessa direttamente in distribuzione, senza serbatoi di accumulo. Data la migliore qualità delle acque sorgentizie, dei 3,29 miliardi di metri cubi prelevati a scopo idropotabile appena il 3,0% è sottoposto a potabilizzazione. Lo sfruttamento delle sorgenti prevale nei distretti idrografici Appennino centrale (71% circa del volume) e Appennino meridionale (45,6%). Dei 4,50 miliardi di metri cubi di acqua prelevati dai pozzi, tipo principale di approvvigionamento, poco meno di un quarto (24,5%) è potabilizzato. Nel distretto del Fiume Po, soprattutto nell’area della pianura padana, si concentra il 41,9% del volume prelevato da pozzi e la maggiore quota di volumi potabilizzati. L’acqua prelevata da corsi d’acqua superficiali (459,2 milioni di metri cubi) è prevalentemente sottoposta a trattamento di potabilizzazione (92,0%). Questi prelievi prevalgono, in termini di incidenza, nel distretto Appennino settentrionale (18,7% del volume prelevato) e, in termini di volume, nel distretto del fiume Po.

Frequente la potabilizzazione anche per i prelievi da lago naturale, quasi totalmente localizzati nel distretto idrografico del Fiume Po: dei 42,0 milioni di metri cubi prelevati, il 96,6% è sottoposto a trattamenti di potabilizzazione (tranne una piccola quota trattata con la disinfezione). Le acque marine o salmastre prelevate a scopo idropotabile, che ammontano a 11,1 milioni di metri cubi, (0,1% del totale prelevato), sono completamente sottoposte a trattamento di potabilizzazione. La riduzione del volume di acqua, a causa del processo di desalinizzazione, è piuttosto elevata, restando disponibile per le successive fasi di adduzione e distribuzione circa il 40% della risorsa prelevata. Le regioni con la maggior quota di acqua sottoposta a trattamenti di potabilizzazione sono Basilicata (80,9%) e Sardegna (79,0%), a causa dei consistenti prelievi da corsi d’acqua e bacini artificiali, ma le quote sono consistenti anche in Puglia (55,1%), Toscana (55,0%) ed Emilia-Romagna (50,0%). I 322 gestori specializzati di fonti di approvvigionamento per uso potabile prelevano il 90,3% del volume complessivo (circa 8,3 miliardi di metri cubi di acqua), in linea con quanto rilevato per il 2018. Nell’83,2% dei casi il prelievo è da fonti sotterranee e nel restante 16,8% da corpi idrici superficiali o acque marine o salmastre. I 1.297 gestori in economia provvedono al prelievo del restante 9,7% del volume complessivo, pari a circa 893 milioni di metri cubi, per la quasi totalità derivato da fonti sotterranee.
Sebbene il numero degli enti che si occupano di prelievo sia ancora piuttosto alto, la metà del volume (circa 4,6 miliardi di metri cubi) è prelevata da 23 gestori (1,4% degli enti che si occupano di prelievo). Tra questi, solo un ente opera in economia (Regione Campania). Nel distretto Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi completamente da enti specializzati (il 98,5%), con una quota in economia dell’1,5%. Fortemente specializzato il prelievo anche nei distretti Appennino centrale, Sardegna e Fiume Po, con quote in economia comprese tra il 2,2% e il 5,5%. La gestione in economia dei prelievi è più frequente nei distretti idrografici Sicilia (29,0%), Appennino meridionale (15,1%) e Alpi orientali (12,6%). Tra le regioni, i prelievi gestiti in economia incidono soprattutto in Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste (79,3% dei volumi prelevati), ma sono rilevanti anche nelle province autonome di Bolzano e Trento (rispettivamente 62,2% e 60,2%) e in Sicilia (29,0%), Molise (25,5%), Calabria (22,5%) e Campania (21,1%). Nelle altre regioni l’incidenza è inferiore al 5%. Soltanto in Umbria i prelievi sono tutti a carico di gestori specializzati. L’81,2% del volume prelevato nel 2020, pari a circa 7,4 miliardi di metri cubi, è misurato attraverso idonei strumenti, mentre la quantificazione del restante 19,8% è stimata dai gestori delle fonti per mancanza o malfunzionamento degli strumenti di misura.

La diffusione della misurazione è piuttosto variabile sul territorio e strettamente correlata alla tipologia di fonte e di gestione. La misurazione continua delle fonti di approvvigionamento è poco diffusa soprattutto nelle gestioni in economia (incide sul 51,4%, contro l’84,4% nelle gestioni specializzate), nelle sorgenti in alta quota, nelle piccole captazioni e nelle aree ricche di acqua (come le zone dell’arco alpino) dove la risorsa idrica è percepita come abbondante. Nel 2020 il servizio di distribuzione dell’acqua potabile è attivo in 7.888 comuni su 7.903, a completa o parziale copertura del territorio, garantendo gli usi idrici di popolazione, piccole imprese, alberghi, uffici, attività commerciali, produttive, agricole e industriali collegate direttamente alla rete urbana, nonché gli usi pubblici (lavaggio strade, acqua di scuole e ospedali, innaffiamento verde, fontanili e antincendio). 15 comuni sono totalmente sprovvisti del servizio: vi risiedono circa 65mila persone (0,1% della popolazione) che ricorrono a forme di autoapprovvigionamento, attraverso pozzi privati. Dove è attivo il servizio di distribuzione dell’acqua potabile, in più di quattro comuni su cinque (79,6%) operano gestori specializzati, in poco meno di uno su cinque (19,4%) gestori in economia e nei restanti rari casi gestioni miste (quando enti in economia e specializzati operano su aree differenti del territorio comunale), concentrati soprattutto nella provincia autonoma di Bolzano/Bozen e in quella di Catania. A livello regionale, la gestione specializzata del servizio di distribuzione copre interamente l’Umbria ed è molto presente anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Basilicata ed Emilia-Romagna. Di contro, quasi tutte le gestioni sono in economia in Molise, con una forte componente anche in Calabria, nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento e in Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste. In termini quantitativi, la gestione risulta fortemente specializzata, incidendo sull’87% circa del volume complessivamente movimentato; il restante 13% è gestito in economia. Con riferimento alla popolazione servita, l’83,7% dei residenti in Italia al 31 dicembre 2020 vive in comuni in cui la gestione del servizio di distribuzione è affidata a enti specializzati.

L’assetto gestionale del servizio è significativamente variegato tra i distretti idrografici, con una netta demarcazione territoriale che vede nei distretti dell’area centrale e meridionale ancora un’accentuata presenza di gestioni in economia. Il volume di acqua prelevato per uso potabile, al netto dei volumi addotti all’ingrosso per usi non civili (agricoltura e industria), si riduce all’ingresso del sistema di distribuzione per le dispersioni nella rete di adduzione. Nel 2020, sono immessi nelle reti comunali di distribuzione 8,1 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile (373 litri per abitante al giorno). I volumi giornalieri pro capite immessi in rete variano molto a livello regionale: dai 274 litri giornalieri per abitante in Puglia ai 576 della Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste. A causa delle dispersioni in distribuzione, agli utenti finali sono erogati complessivamente 4,7 miliardi di metri cubi di acqua per usi autorizzati (215 litri per abitante al giorno), comprendenti sia i volumi fatturati agli utenti finali sia quelli forniti a uso gratuito. Complessivamente il volume erogato è il 51,0% del volume prelevato.
L’erogazione giornaliera pro capite è mediamente più elevata nei comuni del Nord, con il massimo nel Nord-ovest (253 litri per abitante al giorno), che presenta una forte variabilità regionale e valori che vanno dai 234 litri per abitante al giorno del Piemonte ai 438 della Valle d’Aosta. La diffusione dei fontanili, soprattutto nelle aree montane, può dar luogo a erogazioni considerevoli e spiega i valori sensibilmente più alti dei volumi pro capite. Nella ripartizione delle Isole è erogato in media il minore volume di acqua (186 litri per abitante al giorno), anche se i valori regionali più bassi dell’indicatore si osservano in Umbria (166) e Puglia (155). Anche a livello di distretto idrografico ci sono importanti differenze nei volumi movimentati giornalmente dalle reti di distribuzione dell’acqua potabile, che in molti casi ricalcano quanto visto anche a livello regionale. Il distretto idrografico del Fiume Po, con 241 litri per abitante al giorno, si contraddistingue per il maggior volume di acqua erogata pro capite, mentre il distretto della Sicilia (181) per il più basso. L’erogazione giornaliera pro capite è massima nella provincia di Aosta (438 litri per abitante al giorno), seguita dalla provincia autonoma di Trento (343) e la città metropolitana di Milano (311) Di contro, è minima nella provincia di Enna (116 litri per abitante al giorno), con valori inferiori ai 130 litri anche nelle province di Caltanissetta (125), Agrigento (127) e Arezzo (128). Il volume erogato pro capite aumenta al crescere della popolazione: si passa dai 208 litri per abitante al giorno nei comuni con popolazione uguale o inferiore a 50mila abitanti, ai 229 nei comuni con più di 50mila abitanti, fino ai 259 litri nei comuni con più di 250mila abitanti. Il maggiore consumo di acqua nei comuni più grandi è collegato a una maggiore concentrazione, sul territorio, di usi extra residenziali (per motivi di turismo, lavoro, servizi, studio e salute), più frequenti che nei comuni medio-piccoli.

Volumi erogati pro capite mediamente più alti anche nei comuni capoluogo di provincia e di città metropolitana: 236 litri per abitante al giorno (+21 litri sul dato nazionale). Nel 2020, il volume delle perdite idriche totali nella fase di distribuzione dell’acqua, calcolato come differenza tra i volumi immessi in rete e i volumi erogati, è pari a 3,4 miliardi di metri cubi, il 42,2% dell’acqua immessa in rete. In riferimento all’acqua prelevata dalle fonti di approvvigionamento, le perdite idriche totali in distribuzione rappresentano una quota pari al 37,2%. Nel 2020, rispetto al 2018, i volumi complessivi movimentati nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile diminuiscono di circa un punto percentuale, mentre le perdite in distribuzione (42,2%) non presentano variazioni significative (erano al 42,0%), confermando ancora lo stato di inefficienza di molte reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile. Le perdite rappresentano uno dei principali problemi per una gestione efficiente e sostenibile dei sistemi di approvvigionamento idrico e, benché molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi, la quantità di acqua dispersa in rete continua a rappresentare un volume cospicuo, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante. Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, il volume di acqua disperso nel 2020 soddisferebbe le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un intero anno. Sebbene le perdite abbiano un andamento molto variabile, le differenze territoriali e infrastrutturali ripropongono la consolidata geografia di un gradiente Nord-Sud, con le situazioni più critiche concentrate nelle aree del Centro e Mezzogiorno, ricadenti nei distretti idrografici della fascia appenninica e insulare.

I valori più alti si rilevano, nel 2020, nei distretti Sicilia (52,5%) e Sardegna (51,3%), seguiti dai distretti Appennino meridionale (48,7%) e Appennino centrale (47,3%). Nel distretto del Fiume Po l’indicatore raggiunge, invece, il valore minimo, pari al 31,8% del volume immesso in rete; l’indicatore risulta di poco inferiore al dato nazionale nei distretti Alpi orientali (41,3%) e Appennino Settentrionale (41,1%). In nove regioni le perdite idriche totali in distribuzione sono superiori al 45%, con i valori più alti in Basilicata (62,1%), Abruzzo (59,8%), Sicilia (52,5%) e Sardegna (51,3%). Di contro, tutte le regioni del Nord hanno un livello di perdite inferiore a quello nazionale, ad eccezione del Veneto (43,2%); il Friuli Venezia Giulia, con il 42,0%, è in linea con il dato nazionale. In Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste si registra il valore minimo (23,9%), seppur in aumento di circa due punti percentuali rispetto al 2018. In circa una regione su quattro le perdite sono inferiori al 35%. Circa una provincia/città metropolitana su due ha perdite idriche totali in distribuzione superiori al dato nazionale. Si perde almeno il 55% del volume immesso in rete in 20 province che, ad eccezione delle province di Belluno e La Spezia, sono localizzate nel Centro e nel Mezzogiorno. Nelle Isole l’87% circa della popolazione risiede in province con perdite pari ad almeno il 45%, contro il 4% del Nord-ovest.
Più della metà dei comuni italiani (57,3%) ha perdite idriche totali in distribuzione uguali o superiori al 35% dei volumi immessi in rete. Perdite ingenti, pari ad almeno il 55%, interessano il 25,5% dei comuni. In meno di un comune su quattro (23,8%) le perdite sono inferiori al 25%. Grande è la variabilità a livello territoriale. Il distretto del Fiume Po si contraddistingue per la maggiore quota di comuni con perdite contenute (il 54,5% ha perdite inferiori al 35%) e per la minore con perdite molto alte (12,4% ha perdite uguali o superiori al 55%). Di contro, perdite uguali o superiori al 45% si registrano in più della metà dei comuni dei distretti Appennino centrale, Appennino meridionale (che detiene la quota più alta, 41,6%, di comuni con perdite pari ad almeno il 55,0%) e Sardegna. Nei 109 comuni capoluogo di provincia/città metropolitana, dove i gestori spesso concentrano maggiori investimenti e migliori monitoraggi, la situazione infrastrutturale è nel complesso migliore: 36,2% di perdite totali in distribuzione (sei punti percentuali meno del dato nazionale e circa un punto in meno rispetto al dato registrato nel 2018). In 14 regioni e province autonome su 21 e in cinque distretti idrografici su sette aumentano le perdite idriche totali in distribuzione, con gli incrementi maggiori in Basilicata, Molise e Abruzzo.

Occorre considerare che le variazioni rilevate possono dipendere non solo dalla ancora inefficiente manutenzione delle reti, ma anche da variazioni nelle modalità di calcolo dei volumi consumati ma non misurati al contatore, dalla crescente diffusione di strumenti di misura, che sono più efficaci nell’evidenziare le situazioni critiche, da situazioni contingenti e cambiamenti gestionali che possono modificare il sistema di contabilizzazione dei volumi. Nel 2021, 15 comuni capoluogo di provincia/città metropolitana hanno attuato misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile, segnando un incremento rispetto al 2020 (+4 comuni). Non più esclusiva prerogativa dei capoluoghi del Mezzogiorno, il razionamento coinvolge anche un capoluogo del Nord (non accadeva dal 2010), Verona, e uno del Centro (dal 2018), Prato. In questi capoluoghi, nei mesi estivi, le amministrazioni hanno disposto azioni di riduzione dell’erogazione idrica. L’adozione di misure restrittive nell’erogazione idrica è legata alla obsolescenza dell’infrastruttura, soprattutto nel Mezzogiorno, a problemi di qualità dell’acqua per il consumo umano e ai sempre più frequenti episodi di riduzione della portata delle fonti di approvvigionamento, a causa del cambiamento climatico, che rendono insufficiente la disponibilità della risorsa idrica in alcune aree del territorio. Nel 2021 misure di razionamento sono adottate in quasi tutti i capoluoghi della Sicilia (tranne Messina e Siracusa), in tre della Calabria (Reggio di Calabria, Cosenza e Crotone), in uno della Campania (Avellino), due dell’Abruzzo (Chieti e Pescara), uno della Toscana (Prato) e uno del Veneto (Verona). In tre capoluoghi le restrizioni nella distribuzione dell'acqua potabile sono state estese a tutto il territorio comunale: Verona e Prato, con una riduzione dell’erogazione solo in alcune ore della giornata, specialmente nelle ore notturne o nelle prime ore mattutine dei mesi estivi, rispettivamente per 55 e 61 giorni; Cosenza, dove la misura è stata adottata tutti i giorni dell’anno, per fascia oraria e a giorni alterni.
L’adozione di misure di razionamento solo per una parte del territorio comunale invece ha coinvolto 12 capoluoghi (+5 sul 2020), tutti situati nel Mezzogiorno, risultando più che raddoppiati sia il numero di giorni, sia la percentuale della popolazione residente coinvolta (dall’1,3% al 2,8%). Nel dettaglio, le misure restrittive hanno interessato circa 485mila residenti, soprattutto della Sicilia (16,7% della popolazione residente nei capoluoghi della regione). Le situazioni più critiche si sono verificate a Chieti, Agrigento e Trapani, con la sospensione o riduzione dell'acqua in quasi tutti i giorni dell'anno, con turni diversi di erogazione estesi a quasi tutti i residenti. Si stima che nel 2020 circa nove abitanti su dieci (88,7% dei residenti) sono allacciati alla rete fognaria pubblica, indipendentemente dalla disponibilità di impianti di trattamento successivi. I residenti non allacciati sono, nel complesso, 6,7 milioni. Il servizio è completamente assente in 40 comuni, dove risiedono 386mila abitanti (0,7% della popolazione), situati soprattutto in Sicilia (25 comuni); in questi comuni ogni edificio è generalmente dotato di sistemi autonomi di smaltimento dei reflui, mentre in alcuni casi la rete fognaria è presente ma non in esercizio, poiché non ancora collegata a un depuratore.

Nel 2020 il servizio pubblico di fognatura comunale, garantito da 2.131 gestori (1.946 in economia), è attivo nel 99,5% dei comuni, a copertura completa o parziale del territorio. Dove presente, non sempre la rete fognaria si estende però a tutto il territorio comunale (aree con case sparse, zone montane o difficilmente raggiungibili e comuni in cui la rete, di recente attivazione, non serve tutta la popolazione). Al 31 dicembre 2020, nel 76,0% dei comuni in cui il servizio è attivo operano gestori specializzati nel 76,0%, nel 24,0% in economia e nel restante 0,1% è presente una gestione mista (presenza di gestori sia in economia sia specializzati che operano su parti diverse del territorio). In termini demografici, le gestioni specializzate servono l’86,7% della popolazione italiana. L’Umbria è l’unica regione in cui il servizio pubblico di fognatura comunale è totalmente a carico di gestori specializzati. In Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Basilicata i servizi sono quasi completamente a gestione specializzata. Di contro, la gestione in economia è prevalente in Molise, Calabria, Valle d’Aosta e provincia autonoma di Bolzano. L’82,6% dei comuni italiani ha una copertura del servizio pubblico di fognatura superiore al 75% dei residenti sul territorio, il 13,8% tra il 50% e il 75%, il 2,5% tra il 25% e il 50%, lo 0,6% ha una copertura inferiore al 25% dei residenti e il restante 0,5% non ha una rete in esercizio. In 15 su 21 regioni e province autonome si rileva una percentuale di copertura superiore al dato nazionale (88,7%). Nel Nord-ovest si ha la maggiore copertura (94,4%), con la Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste che mostra il valore più alto (97,7%). Di contro, tra le ripartizioni, le Isole presentano il valore più basso (81,5%), dove la Sicilia, con un servizio esteso al 77,2% dei residenti, presenta il valore minimo regionale. A livello provinciale, Catania presenta il valore minimo dell’indicatore (35,9%). Il servizio pubblico di depurazione delle acque reflue urbane è assente in 296 comuni (3,7%), dato in calo rispetto al 2018 (-13%), dove risiedono 1,3 milioni di abitanti. Il 67,9% di questi comuni (201) è localizzato nel Mezzogiorno (soprattutto in Sicilia, Calabria e Campania, coinvolgendo rispettivamente il 13,1%, 5,3% e 4,4% della popolazione). In questi comuni in diversi casi sono presenti gli impianti, ma risultano inattivi poiché sotto sequestro, in corso di ammodernamento o in costruzione. Sono comuni con ampiezza demografica medio/piccola, nel 74,3% dei casi localizzati in zone rurali o scarsamente popolate. 67 comuni si trovano in zone costiere, per lo più in Sicilia (35), Calabria (15) e Campania (7), dove risiedono circa 500mila abitanti. Sono solo due i comuni privi del servizio di depurazione con più di 50mila abitanti residenti, ubicati nelle province di Napoli e Catania.

Nel 2020, gli impianti di depurazione delle acque reflue urbane in esercizio sul territorio nazionale sono 18.042 (circa 100 unità in meno rispetto al 2018) e depurano il 96,3% dei comuni in maniera completa o parziale, tranne Campione d’Italia servito da impianti ubicati fuori dai confini italiani. Il 56,3% degli impianti effettua trattamenti di tipo primario o vasca Imhoff, il restante 43,7% almeno secondario. In Piemonte si concentra il numero maggiore di impianti (22,0% del totale); seguono Emilia-Romagna (11,2%), Abruzzo (8,8%) e Lombardia (8,5%), con oltre la metà del parco depuratori regionale rappresentato da impianti primari e vasche Imhoff. In Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste, Provincia autonoma di Bolzano/Bozen, Emilia-Romagna e Umbria il servizio pubblico di depurazione è presente e attivo in tutti i comuni. La copertura, in termini di popolazione residente servita, è ancora molto diversificata sul territorio; in particolare in aree scarsamente popolate e lontane dal centro urbano è molto frequente la presenza di forme autonome di raccolta e trattamento dei reflui urbani. Nel 2020, il parco depuratori è dimensionato per trattare un carico massimo di inquinanti in ingresso di 107 milioni di abitanti equivalenti (di progetto); sono presenti anche impianti che trattano principalmente reflui di origine industriale e solo in minima parte civile. Il carico inquinante medio di natura organica biodegradabile effettivamente confluito negli impianti è pari a circa 67 milioni di abitanti equivalenti totali. Nelle regioni del Nord-ovest e del Sud confluisce il 53,3% del carico effettivo totale trattato. Il 94,4% dei carichi inquinanti prodotti è trattato in impianti di tipo secondario o avanzato. In quasi tutte le regioni oltre l’80% dei reflui è depurato con trattamenti secondari o avanzati, ad eccezione della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen (76,6%), della Calabria (75,7%) e del Molise (66,7%), dove la quota di abitanti equivalenti che confluiscono in impianti primari e vasche Imhoff è ancora elevata. L’88,0% degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane è gestito dai 227 enti specializzati, che operano soprattutto in Lombardia (27 gestori) e Piemonte (27). Sul restante 12,0% degli impianti sono attivi 1.150 gestori in economia, presenti maggiormente nelle regioni Calabria (282) e Campania (216). In Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste, Friuli-Venezia Giulia e Umbria gli impianti sono gestiti solo da enti specializzati, mentre in Molise (94,9%) e Calabria (94,3%) prevalentemente da enti in economia. Gli enti specializzati gestiscono il 91,2% degli impianti secondari e avanzati e in tutti gli impianti da loro gestiti (compresi, quindi, anche impianti primari e vasche Imhoff) trattano il 90,6% del complessivo carico inquinante in entrata agli impianti di depurazione.

Cambiamenti del clima, accompagnati da eventi estremi a crescente intensità, stanno interessando con impatti rilevanti anche le città italiane che presentano un’elevata concentrazione di persone, edifici, infrastrutture, attività economiche e patrimonio artistico. Considerati i 24 comuni capoluogo di regione e città metropolitana, il 2021 (insieme a 2020 e 2017) si presenta come uno degli anni meno piovosi dell’ultimo decennio osservato, con una precipitazione totale di circa 718,8 mm, in calo di 74,8 millimetri rispetto al corrispondente valore medio del decennio 2006-2015. Sono 20 le città nelle quali si rileva una diminuzione, più alta per Bologna (-311,4 mm), Trieste (-261,4), Milano (-238,0) e Venezia (-218,7). Essendo disponibili per i capoluoghi di regione serie ampie e complete di dati, l’anomalia di precipitazione del 2021 viene calcolata rispetto al valore climatico del trentennio 1971-2010 (Normale Climatologica CLINO) e risulta in media pari a -55,8 millimetri. Anomalie negative si registrano in 12 città, molto significative per Trieste e Venezia (-320,0 mm), Bologna (-306,3) e Milano (-296,6). Per ogni città vengono calcolati Indici di estremi meteoclimatici confrontati con i valori climatici dei periodi di riferimento. Nel 2021, in media fra le 24 città osservate l’indice giorni con pioggia registra una flessione di cinque giorni rispetto al corrispondente valore del decennio 2006-2015 (81 giorni). Considerando i soli capoluoghi di regione, i giorni senza pioggia aumentano di due unità rispetto al valore climatico 1971-2000. Sono 13 le città con anomalie positive, più alte per Trento (+39 giorni), Bologna (+18) e Venezia (+16). Gli effetti dei cambiamenti climatici e/o dell’effetto serra rientrano tra i cinque problemi ambientali che preoccupano di più le persone con almeno 14 anni: indicati dal 71,0% degli intervistati nel 2022, come nel 2019 prima della pandemia, con valori compresi tra il 68,6% del Mezzogiorno e il 72% circa del Centro-Nord. Nel 2022, quasi quattro persone di 14 anni e più su 10 si dichiarano preoccupate per l’inquinamento delle acque: al Nord il 39,9% delle persone, al Centro il 38,9% e nel Mezzogiorno il 35,2%. L’età sembra incidere sull’attenzione al problema: le persone più anziane (75 anni e più) manifestano minore sensibilità rispetto al resto della popolazione intervistata. Inoltre, il 22,4% delle persone di 14 anni e più si dichiara preoccupata per il dissesto idrogeologico (frane e alluvioni), ma lo sono in proporzione minore i giovani tra i 14 e i 24 anni (16,6%) rispetto agli adulti di 55 anni e più (25,8%). Nel 2022 quasi il 70% delle persone di almeno 14 anni dichiara di prestare attenzione a non sprecare l’acqua, a conferma della crescente consapevolezza della necessità di una corretta gestione delle risorse naturali. Permangono però differenze regionali significative, con quote che assumono il valore minimo in Calabria (64,6%) e massimo in Sardegna (76,6%).

Nel 2020, i prelievi nazionali di acque minerali a fini di produzione raggiungono quasi 19,8 milioni di metri cubi (+3,6% rispetto al 2019). A partire dal 2015 si registra una tendenza all’aumento delle estrazioni complessive, con un tasso medio annuo di crescita del +4,1%. Sono 173 i comuni che nel proprio territorio hanno almeno un’attività di prelievo di acque minerali, in presenza di 297 concessioni minerarie vigenti nel Paese, rilasciate dalle istituzioni pubbliche locali. Le estrazioni si concentrano per oltre la metà del totale nazionale al Nord (53,5%, circa 10,6 milioni di metri cubi, di cui 7,2 nel Nord-ovest) e al Sud (23%). In testa la Lombardia con circa 3,6 milioni di metri cubi prelevati, seguita dal Piemonte (3,3), regioni che insieme contano il 34,8% dei prelievi nazionali. Molto rappresentative Veneto (2,5 milioni di metri cubi), Campania (2) e Umbria (quasi 1,3). Nel 2020, l’aumento dei volumi prelevati di acque minerali rispetto al 2019 interessa soprattutto il Mezzogiorno (+6,7%, equivalente a 369,7mila metri cubi in più) seguito dal Nord (+2,2%, +228,9mila metri cubi) e Centro (+3%). Alle maggiori estrazioni in volume contribuiscono 14 regioni, in particolare Veneto (+18,4%) e Sicilia (+37,3%) dove sono stati prelevati rispettivamente 390,6 e 271,8mila metri cubi aggiuntivi, seguite dalla Toscana (+10,2%, +85,4mila metri cubi estratti). Un calo dei prelievi si osserva in particolare in Lombardia (-4,4%, -164,4mila metri cubi), Basilicata (-7,7%, -79,8mila metri cubi) e Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen (-18,3%, -13mila metri cubi). L’indicatore Intensità di estrazione (IE), dato dal rapporto fra i volumi estratti e la relativa superficie territoriale, a livello nazionale raggiunge i 65 metri cubi estratti per chilometro quadrato (+3,6% rispetto al 2019). L’indicatore registra il valore più alto per l’area Nord-ovest (125 metri cubi/km2), pari quasi al doppio di quello nazionale, soprattutto per la significativa intensità di estrazione in Lombardia (151) e Piemonte (129), mentre segna il valore minimo (28 metri cubi/km2) per le Isole. Nel 2020 i prelievi di acque minerali naturali si concentrano nel distretto idrografico del Fiume Po (7,6 milioni di metri cubi, pari al 38,6% del totale nazionale) e Appennino meridionale (circa 4,2 milioni di metri cubi; 21,2%). Nei distretti Alpi orientali e Appennino centrale complessivamente si estraggono quasi 5,6 milioni di metri cubi, che rappresentano rispettivamente il 14,6% e il 13,6% dei prelievi nel Paese. I distretti idrografici Sicilia e Appenino settentrionale – i quali assicurano circa un milione di metri cubi ciascuno – insieme alla Sardegna (385,9mila metri cubi) estraggono circa il 12,0% totale nazionale. L’indicatore dell’intensità di estrazione è più alto nel distretto idrografico del Fiume Po (92 metri cubi/km2), seguito da Alpi orientali (83), Appennino centrale (64) e Appennino meridionale (62).

Nel 2022, l’82,2% delle persone di 11 anni e più consuma almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno, un valore che è cresciuto costantemente negli ultimi 10 anni. Il maggiore consumo di acqua minerale si registra nel Nord-ovest (86,3%) e nelle Isole (84,5%), quello minore nel Sud (76,1%). In particolare, a livello regionale, l’Umbria mantiene il primato nel consumo di acqua minerale (91,4%), mentre nella Provincia Autonoma di Trento si registra il valore minimo (58,1%). Nel 2022, l’86,0% delle famiglie allacciate alla rete idrica comunale si ritengono molto o abbastanza soddisfatte del servizio idrico. Il livello di soddisfazione varia sul territorio in misura piuttosto marcata: sono molto o abbastanza soddisfatte oltre il 90% delle famiglie residenti al Nord, l’85,6% di quelle del Centro e il 79,7% nel Sud; nelle Isole la percentuale raggiunge il minimo (69,2%). Le famiglie che dichiarano di essere molto o abbastanza soddisfatte della comprensibilità delle bollette sono quasi il 70%. Nel Mezzogiorno si rileva un livello di insoddisfazione sensibilmente al di sopra della media nazionale (41,3% nelle Isole e 39,9% nel Sud), con valori più alti in Calabria (44,3%), Abruzzo (44,1%), Basilicata (43,2%) e Sicilia (42,5%). La frequenza di lettura dei contatori è molto o abbastanza soddisfacente per otto famiglie su 10 (77,5%), ma anche in questo caso la quota di famiglie poco o per niente soddisfatte (il 22,5% in media nazionale) presenta un forte divario territoriale, con elevate percentuali di bassa soddisfazione soprattutto in Calabria (42,3%), Sicilia (40,2%), Abruzzo (36,1%) e Basilicata (34,4%). Rispetto al giudizio sulla frequenza della fatturazione, la percentuale di famiglie molto o abbastanza soddisfatte è l’81,9% del totale. In Calabria la percentuale di famiglie poco o per niente soddisfatte raggiunge il 42,0%, in Sicilia il 33,7% e in Abruzzo il 28,2%. Le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua di rubinetto sono il 29,4%. Il dato si presenta stabile rispetto al 2021, pur nel contesto di una progressiva riduzione delle preoccupazioni rispetto a venti anni fa (40,1% nel 2002). Piuttosto, permangono notevoli differenze sul piano territoriale: si passa dal 17,3% nel Nord-est al 58,3% nelle Isole. A livello regionale, le percentuali più alte si riscontrano in Sicilia (61,7%), in Calabria (51,1%) e in Sardegna (48,6%). Risulta stabile nel 2022 la quota di famiglie che si ritengono molto o abbastanza soddisfatte rispetto all’odore, al sapore e alla limpidezza dell’acqua: più di tre famiglie su quattro (il 76,5%), ma la quota di famiglie insoddisfatte in Calabria (43,0%), in Sicilia (39,6%) e in Sardegna (32,8) è ben al di sopra della media nazionale (23,4%).

Nel 2022 la quota di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni è pari al 9,7% (era il 9,4% nel 2021), dato pressoché stabile nell’ultimo triennio. Il disservizio investe, pur in percentuali molto diverse, tutte le regioni e interessa quasi 2,5 milioni. Tra queste, circa il 70% è residente nel Mezzogiorno (1,7 milioni di famiglie), con Calabria e Sicilia le più esposte ai problemi di erogazione dell’acqua nelle abitazioni. In Calabria si registra la quota più elevata di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua (45,1%), con un sensibile peggioramento rispetto all’anno precedente (+16 punti percentuali). Diametralmente opposta la situazione nel Nord-ovest e nel Nord-est dove appena il 3,6% e il 2,5% delle famiglie, rispettivamente, denuncia un servizio di erogazione irregolare, mentre nel Centro lamentano il problema meno di una famiglia su 10. Le valutazioni delle famiglie confermano che le criticità del servizio hanno un carattere sia di continuità sia di stagionalità: l’irregolarità nell’erogazione dell’acqua è avvertita durante tutto l’anno dal 36,4% delle famiglie, durante il periodo estivo dal 31,5% mentre è considerato un evento sporadico dal 31,3%. Oltre la metà delle famiglie (53,5%) valuta adeguati i costi sostenuti per l’erogazione dell’acqua, il 39,1% li giudica elevati. Alti livelli di insoddisfazione per l’entità della spesa si rilevano nelle Isole (51,4%), nel Centro (44,7%) e nel Sud (44,0%); più contenuti nel Nord-ovest (32,2%) e Nord-est (31,3%).

Tags: acqua
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