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Italia sommersa dai crediti fiscali inesigibili: rottamazioni e rischi per i conti pubblici

- di: Bruno Coletta
 
Italia sommersa dai crediti fiscali inesigibili: rottamazioni e rischi per i conti pubblici
Quasi 1.300 miliardi di euro in crediti fiscali non riscossi, di cui oltre 500 miliardi considerati ormai irrecuperabili. È la fotografia allarmante del “magazzino” dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, che emerge dalle ultime audizioni in Senato e dai rapporti di Mef, Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) e Corte dei Conti. Un problema strutturale, aggravato dalle ripetute misure di rottamazione, che rischia di minare la stabilità dei conti pubblici e la fiducia nel sistema tributario.

Il peso del debito inesigibile
Al 31 gennaio 2025, il valore residuo dei crediti affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione dal 2000 al 2024 ammonta a 1.272,9 miliardi di euro, secondo i dati presentati da Roberto Benedetti, presidente della commissione di analisi sul magazzino crediti. Di questi, 537,75 miliardi sono considerati “non riscuotibili” per via di fallimenti, decessi, nullatenenza o procedure concorsuali. Solo 567,85 miliardi appaiono effettivamente recuperabili, mentre altri 167,31 miliardi rimangono in una zona d’ombra, con “profilo di riscuotibilità non determinabile”.
“L’Agenzia stima che il magazzino realmente esigibile sia di appena 100,8 miliardi, pari all’8% del totale residuo contabile”, ha sottolineato l’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio) in un recente rapporto. Un dato che colloca l’Italia all’ultimo posto nell’Ocse per efficienza nella riscossione: i debiti non recuperati rappresentano il 181% delle entrate fiscali, con solo il 5% di quelli esigibili effettivamente incassati.

L’effetto distorsivo delle rottamazioni
A peggiorare la situazione, secondo gli esperti, sono le ripetute misure di condono e rateizzazione, tra cui l’ultima proposta della Lega, attualmente al vaglio del Senato. La Corte dei Conti, in un parere del 25 marzo, ha avvertito che queste politiche “rafforzano le aspettative di futuri abbattimenti, riducendo la volontà di pagare spontaneamente”.
“Le precedenti rottamazioni hanno avuto ricadute negative sul gettito, e questa nuova misura rischia di sottostimare le adesioni, con ulteriori perdite per lo Stato”, si legge nel documento. Anche il Mef esprime preoccupazione: Giovanni Spalletta, direttore generale delle Finanze, ha evidenziato in audizione che la rateazione decennale proposta – applicabile anche ai debiti dal 2000 al 2022 – “comporterà inevitabili riflessi sui conti pubblici”.

Le critiche alla “cultura del condono”
L’Upb ha lanciato un monito chiaro: “Le aspettative di future agevolazioni stanno erodendo la tax compliance, con ripercussioni negative sia sui versamenti spontanei che sulla riscossione coattiva”. Un fenomeno che, secondo l’autorità, rischia di cronicizzare l’evasione.
Mario Draghi, intervenuto al Forum della Finanza Pubblica, aveva già messo in guardia: “Un sistema fiscale che premia chi non poga mina la fiducia dei contribuenti onesti e danneggia la crescita”.

Cosa si può recuperare?
Tra i crediti ancora esigibili, molti sono di piccolo importo (il 25% sotto i 100 euro), rendendo antieconomico il recupero. Tuttavia, l’Agenzia sta sperimentando nuovi strumenti di data analytics per identificare i debitori con effettiva capacità contributiva.
“Servono riforme strutturali, non solo interventi una tantum”, ha dichiarato Elsa Fornero, economista ed ex ministro del Lavoro, in un’intervista. “Altrimenti, il problema si ripresenterà ciclicamente, con costi sempre più insostenibili”.

Forte pressione sull'Italia da parte delle Istituzioni sovranazionali

Il governo dovrà decidere se approvare la nuova rottamazione, ma la pressione delle istituzioni sovranazionali è forte. La Commissione Ue, nel suo ultimo rapporto sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, ha invitato l’Italia a “ridurre gli squilibri fiscali e migliorare l’efficienza della riscossione”.
Intanto, il dibattito politico resta acceso. Matteo Salvini, difendendo la proposta di rottamazione, ha twittato: “Dare ossigeno a famiglie e imprese è una priorità”. Ma per molti economisti, la strada maestra resta un fisco più equo e meno condoni.

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