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Fed spaccata, ma rotta verso il 2026: quanti tagli in vista

- di: Vittorio Massi
 
Fed spaccata, ma rotta verso il 2026: quanti tagli in vista
Fed spaccata, ma rotta verso il 2026: quanti tagli in vista
Verbali di dicembre, tre dissensi e un rebus: lavoro che scricchiola, inflazione testarda e dati “sporchi” da shutdown. Tra dot plot e mercati, la Fed cammina sul filo.

(Foto: Jerome Powell, presidente della Fed).

La Federal Reserve entra nel 2026 con una certezza e due domande. La certezza: la porta a ulteriori riduzioni dei tassi non è chiusa. Le domande: quante, quando e soprattutto con quale grado di unità interna. I verbali del meeting del 9-10 dicembre 2025 fotografano un FOMC in piena dialettica, dopo il terzo taglio consecutivo dell’anno e una votazione che, per numero di dissensi, non passa inosservata.

Il punto di partenza è noto: la Fed ha abbassato il target dei fed funds di 25 punti base, portandolo in area 3,50%-3,75%. Il messaggio, però, non è “via libera al rally”: è un avviso ai naviganti. La banca centrale prova a non farsi schiacciare da un bivio classico: inflazione ancora sopra bersaglio da un lato, mercato del lavoro che perde slancio dall’altro.

Una maggioranza “sì, ma” sui tagli: la condizione si chiama inflazione

Nelle discussioni interne, la maggioranza dei partecipanti ritiene che ulteriori tagli possano essere appropriati se il percorso disinflazionistico continuerà. Il condizionale, qui, è tutta la storia: non c’è una promessa automatica, ma una disponibilità a intervenire qualora i prezzi confermino una traiettoria compatibile con il 2%.

Il rovescio della medaglia è altrettanto chiaro: una parte del Comitato preferirebbe tenere i tassi fermi per un po’ e osservare gli effetti cumulati dei tagli già fatti. Traduzione: il rischio di “fare troppo” (e riaccendere l’inflazione) per alcuni è ormai comparabile al rischio di “fare troppo poco” (e lasciare che l’occupazione si indebolisca).

Tre dissensi, tre letture diverse della stessa economia

La spaccatura non è accademica: è finita a verbale. La decisione di dicembre ha raccolto tre voti contrari, con motivazioni che puntano in direzioni opposte: due membri avrebbero preferito nessun taglio, mentre uno avrebbe voluto una sforbiciata più aggressiva.

È il segnale di un Comitato che guarda lo stesso cruscotto, ma legge indicatori diversi come “prioritari”. Chi insiste sulla prudenza teme che l’inflazione si “incolli” su livelli troppo alti; chi spinge per tagli più rapidi teme che il lavoro si stia indebolendo più di quanto dicano i numeri ufficiali.

L’elefante nella stanza: dati incompleti e “rumore” da shutdown

Come se non bastasse, c’è un tema tecnico che diventa politico: la qualità dei dati. Lo shutdown federale ha complicato la lettura con ritardi e buchi informativi, costringendo la Fed a pesare di più segnali indiretti e serie alternative.

In conferenza stampa, il presidente Jerome Powell ha messo il problema in modo netto, con un avvertimento che suona come un promemoria per il 2026: “We are going to get data, but we are going to have to look at it carefully and a somewhat skeptical eye”.

E non è solo una questione di calendario statistico: Powell ha insistito sul fatto che, dietro le cifre, il mercato del lavoro potrebbe essere più fragile del previsto, con una possibile sopravvalutazione della crescita occupazionale in alcuni mesi.

Dot plot contro mercati: il 2026 come un braccio di ferro gentile

Qui si apre il vero romanzo dei prossimi mesi. Da una parte c’è la bussola interna della Fed: le proiezioni dei policymaker (il celebre dot plot) indicano un 2026 in cui, al centro della distribuzione, l’orientamento non è quello di una raffica di tagli, ma di un percorso cauto.

Dall’altra ci sono le aspettative dei mercati, che tendono a prezzare scenari più “morbidi” quando la disoccupazione sale e l’inflazione rallenta. Il risultato è una tensione continua: ogni dato su prezzi e lavoro diventa un referendum su quanti tagli e su quanto rapidamente.

In pratica: se l’inflazione continua a scendere e la crescita occupazionale perde mordente, l’ipotesi di due tagli nel 2026 torna sul tavolo; se invece i prezzi si irrigidiscono, la Fed potrebbe limitarsi a un’aggiustata più simbolica o restare in attesa.

Il capitolo leadership: una Fed osservata speciale

Sullo sfondo, un fattore che amplifica ogni sfumatura: il cambio al vertice in arrivo. La fine del mandato di Powell nel 2026 e l’attesa per la designazione del successore aumentano la sensibilità del mercato a qualunque frase, voto, dissenso.

In un contesto così, la “credibilità” non è uno slogan: è un asset. Per questo nei verbali e nelle comunicazioni pubbliche ricorre l’idea di una politica dipendente dai dati e attenta ai rischi “da entrambi i lati” del doppio mandato.

Scenario 2026: tre piste e un punto fermo

Pista 1 – Disinflazione ordinata: prezzi in calo e lavoro più debole spingono verso ulteriori tagli, con traiettoria graduale.

Pista 2 – Inflazione ostinata: progressi che si fermano, aspettative che si muovono: la Fed rallenta, pausa prolungata e tono più duro.

Pista 3 – Dati ballerini: revisione delle statistiche e “effetto shutdown” producono rumore; la Fed aspetta conferme, evitando mosse affrettate.

Il punto fermo? Nel 2026 non vince l’ideologia, vince la sequenza dei numeri. E se c’è una cosa che i verbali rendono evidente è che, dentro il FOMC, nessuno vuole farsi trovare senza margine di manovra se l’economia cambia passo all’improvviso.

Il filo rosso: la Fed non esclude ulteriori tagli nel 2026, ma la strada è stretta. Inflazione e lavoro tirano in direzioni diverse, i dati non sono sempre puliti, e la politica osserva. Il risultato è una banca centrale divisa, ma operativa: pronta a muoversi, a patto che i numeri la accompagnino.

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